SM 3147 — Aria di Lombardia — 2009

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7° Convegno Nazionale “Immissioni/Emissioni”, Verde Ambiente Società, sul tema: “Emissioni sostenibili”, Milano, lunedì 14 dicembre 2009, Milano, Camera di Commercio 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

In queste stesse ore a mille chilometri di distanza, a Copenhagen, molte migliaia di ministri, sottosegretari, scienziati, lobbysti, eccetera, stanno discutendo se e come limitare, con azioni tecniche ed economiche, l’aumento della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera, al fine di rallentare in qualche modo i cambiamenti climatici. Il problema riguarda sia l’intero pianeta, e suoi quasi settemila milioni di abitanti, ricchi e poveri, insediati lungo le coste o nelle valli, sia i singoli paesi o comunità di paesi, sia le singole regioni. 

Non a caso siamo riuniti qui a Milano, nella regione più industrializzata di un paese industrializzato dell’Unione europea, per discutere delle azioni che le amministrazioni e le imprese lombarde, italiane ed europee possono e devono intraprendere per attenuare i prevedibili danni climatici ed economici — con buona pace di quelli che sostengono che i cambiamenti climatici non ci sono, o che non sono dovuti alle attività umane, o che non sono dovuti ai gas serra. 

Tali azioni di prevenzione presuppongono che si sappia da dove vengono i gas responsabili dell’effetto serra, a quali attività economiche — agricole e forestali, produzione e consumo di merci — sono associati e quali conseguenze sull’occupazione, sul reddito nazionale, regionale e individuale, ciascuna azione potrebbe avere. 

La risposta può venire soltanto da accurati rilevamenti statistici di fenomeni difficilmente “misurabili”; si pensi all’agricoltura e alla zootecnica, attività che coinvolgono rilevanti quantità di flussi di anidride carbonica e di metano, alle attività di cave e miniere, a innumerevoli cicli produttivi e attività di servizi, dai trasporti, ai commerci, alla sanità, all’istruzione, al turismo, allo smaltimento di rifiuti che costituiscono i residui e le scorie delle merci usate. 

Da anni molte agenzie statali italiane e internazionali conducono analisi dei flussi nell’ambiente di rifiuti solidi, liquidi e, nel caso che ci interessa, gassosi, con risultati spesso differenti a seconda delle convenzioni di analisi e dell’esattezza delle conoscenze dei cicli produttivi e di “uso” delle merci. 

Un giudizio sulle condizioni dell’aria può essere espresso sulla base di tre ordini di conoscenze: la prima riguarda la concentrazione di particolari agenti in un punto del territorio, in una certa ora di un certo giorno; la seconda riguarda la conoscenza di quanti agenti inquinanti vengono immessi nell’aria in un determinato luogo in una unità di tempo; la terza prospettiva riguarda la quantità di agenti inquinanti che vengono immessi in un’area più vasta — una provincia, una regione, un intero territorio nazionale, in una unità di tempo. 

I responsi delle centraline di rilevamento dell’inquinamento locale, che avvertono che in un determinato luogo e momento vengono superate certe concentrazioni di inquinanti dell’aria, sono utili per mettere in guardia gli abitanti di un quartiere o di una città, ma non forniscono alcuna informazione sull’origine dell’inquinamento e tanto meno alcuna informazione utile ai fini dei cambiamenti climatici planetari. 

Da questo punto di vista più utili sono le conoscenze delle emissioni a livello nazionale, anche perché su questi numeri vanno decise le azioni da intraprendere per rispettare le convenzioni internazionali che sono state approvate (e mai finora rispettate in Italia) e che si delineano in futuro. Anche adesso a Copenhagen si discute di quanto dovranno (dovrebbero) diminuire le emissioni dei gas serra, in ciascun paese, rispetto alle emissioni che si avevano in una data convenzionale che ciascuno intende come vuole, il 1990, il 2005 o altro. Conti che stanno a cuore ai governi anche perché il maggiore o minore cambiamento delle emissioni aggregate nazionali comporta maggiori o minori costi sotto forma di tasse nazionali, di costi per le imprese e di costi delle merci e dei servizi. 

Più o meno il principale imputato dell’aumento a livello nazionale e planetario della concentrazione di gas serra nell’atmosfera è l’anidride carbonica derivante dalla combustione dei combustibili fossili e dalla scomposizione dei calcari, con l’aggiunta di altri agenti come il metano proveniente dall’allevamento dei ruminanti, dalla putrefazione dei rifiuti organici, dagli sfiati dei metanodotti e dei serbatoi di metano; e di altri agenti inquinanti minori come i clorofluorocarburi, il fluoruro di zolfo, alcuni ossidi di azoto, e altri. 

Nell’esaminare gli aggregati nazionali delle emissioni di gas inquinanti va tenuto presente che tali emissioni differiscono nelle varie regioni, a seconda delle condizioni economiche di ciascuna unità territoriale. Alcune di queste statistiche riportano le emissioni suddivise per settori di attività economica, ciascuno identificato in genere come valore monetario ed eventualmente come numero di addetti. Le principali fonti “ufficiali” di dati “nazionali” sono l’Istituto Nazionale di Statistica, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ISPRA, l’ENEA, il Ministero dell’Ambiente, spesso con dati non coincidenti. 

Un po’ meglio vanno le cose disponendo di inventari delle emissioni almeno suddivisi per le varie regioni; fortunatamente l’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato di recente le statistiche delle emissioni delle varie regioni italiane per il 2005, elaborate dal gruppo di studiosi guidato dalla dott. Vetrella, opportunamente rese disponibili anche in Internet. http://www.istat.it/dati/dataset/20090401_00/ 

L’importanza di questi dati sta nel fatto che le emissioni sono state attribuite ai principali settori di attività economica per cui, entro certi limiti, è possibile individuare, per ciascuna regione, le emissioni di ciascuna branca di attività. Altrove ho cercato di analizzare le emissioni in Puglia; in questa breve relazione mi limiterò a considerare le emissioni nell’aria di alcuni agenti inquinanti delle principali attività economiche nella Regione Lombardia nel corso, appunto, del 2005. 

Cominciamo dall’aggregato dei “gas serra” che ammontano, in Lombardia, a 69 milioni di tonnellate (equivalenti di anidride carbonica) rispetto ai 460 milioni di tonnellate che le stesse statistiche indicano come emissioni totali nazionali. Il principale settore che contribuisce alle emissioni di ghas serra nella regione è quello delle centrali termoelettriche (16 milioni di tonnellate; valori arrotondati), seguito dal riscaldamento domestico (15), dai trasporti privati (8,5) dai trasporti commerciali (7), dalla lavorazione di minerali non metalliferi, principalmente calce e cemento (7), e dalle cokerie, raffinerie e industria chimica (5,5, sempre in milioni di tonnellate). Interessante osservare le emissioni, secondo la stessa fonte ISTAT, di 3 milioni e mezzo di tonnellate di CO2 del settore tessile e di 3 milioni e mezzo di tonnellate del settore del commercio e della distribuzione. 

Per quanto riguarda le emissioni del metano, altro importante gas serra, del quale ogni tonnellata ha lo stesso effetto climalterante di circa 20 tonnellate di anidride carbonica, non fanno meraviglia le emissioni di 200.000 tonnellate dal settore dell’agricoltura e zootecnia, seguite da 58.000 tonnellate del settore della produzione e distribuzione dell’elettricità e del gas e da 41.000 tonnellate delle discariche e del trattamento rifiuti. 

Le emissioni lombarde di ammoniaca, provenienti dall’agricoltura e dalla zootecnia sono 100.000 tonnellate all’anno, sulle 400.000 tonnellate dell’intera Italia, e anche questo non sorprende, anche se induce a meditare, considerando l’elevata popolazione di animali da allevamento di questa Regione e l’uso di concimi azotati. 

L’ossido di carbonio proviene per 300.000 tonnellate dal trasporto privato e per 13.000 tonnellate da altri trasporti; l’elevato valore del contributo del traffico privato, del resto coerente con i dati rilevati per altre regioni e per l’intera Italia (emissioni di oltre due milioni di tonnellate), potrebbe dare indicazioni su una futura politica dei trasporti urbani e su una nuova progettazione dei mezzi di trasporto. Anche se l’ossido di carbonio non è un gas serra certamente è nocivo per la salute degli abitanti degli spazi urbani. 

Le emissioni dovute al traffico privato di polveri di dimensioni inferiori a 10 micrometri, le cosiddette PM10, sono ammontate in Lombardia nel 2005 a 2 milioni di chilogrammi, a cui peraltro si aggiungono altri due milioni di kg dovuti al riscaldamento domestico, 6.500.000 kg provenienti dall’agricoltura, 4 milioni di kg provenienti dalle industrie metallurgiche, 2.700.000 kg provenienti dalle attività di cava e miniera, 2 milioni di kg provenienti da altri trasporti e 1.500.000 kg provenienti dal commercio, artigianato, eccetera. Le PM10, molto dannose per la salute anche in piccolissime quantità e la cui concentrazione nell’aria proprio di Milano è stata oggetto di varie discussioni nei mesi scorsi, sono, come è ben noto, solo una parte delle polveri immesse nell’atmosfera; troppo poco si sa sulla frazione delle polveri, di dimensioni ancora inferiori a 10 micrometri, ancora più dannose per la salute. 

Importanti le emissioni di ossidi di azoto NOx: 125.000 tonnellate, in gran parte provenienti dal settore dei trasporti, su un totale nazionale di circa 900.000 tonnellate. Di queste l’ossido nitroso N2O, la frazione con un potere climalterante (a parità di peso) di 300 volte quello dell’anidride carbonica, ammonta a 18.000 tonnellate provenienti per la maggior parte dall’agricoltura e zootecnia.  Si possono citare ancora le emissioni di 62.000 chili di piombo, tossico in quantità di milligrammi, provenienti per oltre la metà dalle attività metallurgiche, e quelle dei composti organici volatili diversi dal metano che ammontano a circa 11.000 tonnellate, per oltre la metà provenienti dal traffico. 

Molte altre indicazioni per una politica ambientale regionale posssono essere tratte da una più dettagliata analisi dei dati resi disponibili dal recente documento dell’Istat. E’ un passo avanti importante. Dal momento che il tema generale di questi incontri è proprio “Immissioni/Emissioni”, va detto che ancora meglio andrebbero le cose, e non solo in relazione alle decisioni che sono e saranno imposte dalle norme sulla limitazione dei cambiamenti climatici, se fosse possibile correlare le emissioni con l’intero flusso dei materiali che vengono immessi, che entrano in ciascun settore dell’economia, dall’agricoltura e zootecnia, ai vari settori industriali, ai servizi costituiti dalla depurazione dei rifiuti ai consumi delle famiglie, ai trasporti. Un tema a cui l’Associazione Verdi Ambiente Società ha da tempo dedicato molta attenzione, come dimostrano gli articoli sulla proposta di una contabilità nazionale in unità fisiche, apparsi nella rivista Verde Ambiente, 19, (4), 13-16 (luglio-agosto 2003). 

Dalla conoscenza di quanti agenti inquinanti vengono immessi nell’atmosfera — ma anche negli altri corpi riceventi come acque superficiali e sotterranee e suolo — in relazione alla quantità di risorse rinnovabili e non rinnovabili immesse nei cicli economici della produzione e dei consumi, si potrebbero trarre utili indicazioni sul “peso” fisico e materiale delle attività economiche in ciascuna regione, anche in relazione al numero di addetti di ciascun settore, anche per comprendere in quali settori meno inquinanti è opportuno orientare l’occupazione. Materia e lavoro, oltre che denaro, sono i vertici di un “triangolo magico” — Das magische Dreieck — come lo statistico tedesco Carsten Stahmer ha chiamato la sua analisi degli scambi intersettoriali in unità fisiche nell’economia tedesca. 

Il peso fisico dell’economia è più significativo di quanto siano i valori del prodotto monetario o del valore aggiunto e permetterebbe di valutare, per esempio, il “costo in CO2” (e di altri agenti inquinanti, dannosi per la salute umana anche se non associati ai conti dei mutamenti climatici), delle merci e dei servizi, un altro dei temi di cui si è occupata la rivista Verde Ambiente, 23, (6), 11-12 (novembre-dicembre 2007). 

Le poche precedenti considerazioni suggeriscono, a mio modesto parere, alcune strade da seguire per far tornare il cielo di Lombardia, da congregazione di vapori, come diceva il disperato Amleto, in quel cielo così bello cantato dal nostro Manzoni.