SM 3129 — Innovare che cosa e per chi ? — 2011

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Villaggio Globale (Bari), n. 48, novembre 2009; http://www.vglobale.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11005%3Aquale-innovazione-per-il-terzo-mondo&catid=1024%3Aevitare-una-scelta-al-buio&lang=it 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Una volta la popolazione terrestre era considerata divisa in tre mondi, come aveva suggerito il geografo Alfred Sauvy (1898-1990): il primo mondo dei paesi industrializzati capitalisti, il secondo mondo dei parsi industrializzati comunisti (o a economia pianificata, come si soleva pudicamente dire) e il terzo mondo dei paesi arretrati e poveri, la maggior parte dei terrestri. 

Dopo la fine del comunismo sovietico la popolazione terrestre è stata suddivisa in due parti: il “Nord del mondo”, quello dei paesi industrializzati, ormai comprendente anche i paesi ex socialisti, e il “Sud del mondo”, l’insieme dei paesi arretrati in via di sviluppo o sottosviluppati e poveri. Con l’emergere dei nuovi colossi, Cina, India, Brasile, la popolazione terrestre si può considerare suddivisa di nuovo in tre mondi, il primo mondo, si fa per dire, dei parsi di vecchia industrializzazione, cioè Europa, Nord America, Giappone, Australia, il secondo mondo, quello dei parsi in via di rapida esuberante industrializzazione come, appunto, Cina, India, Brasile e alcuni altri, e un nuovo “terzo mondo” di paesi arretrati, poveri e poverissimi, ridotti in condizioni quasi di nuovo coloniali, destinati a fornire materie prime energetiche, forestali, agricole, minerarie, ai paesi dei primi due mondi. 

Il primo e il secondo mondo stanno vivendo un processo di rapida innovazione nelle merci e nei servizi, nei trasporti e nell’edilizia, nel cibo e nel lusso. Gli abitanti del nuovo terzo mondo, il cui numero si può stimare di almeno duemila milioni di persone (sui 6700 terrestri di questo 2009), non solo non hanno a disposizione merci simili alle nostre, ma non sono in grado neanche di soddisfare molti bisogni che noi consideriamo elementari: cibo, acqua, abitazioni, servizi igienici, informazioni, mobilità, eccetera.

 C’è quindi una potenziale grande prospettiva di attività industriali in grado di produrre merci per coloro che hanno poco o niente dei beni materiali a nostra disposizione; la progettazione e la fabbricazione almeno di una parte di questi beni potrebbe cominciare proprio in un paese come il nostro, magari nel Mezzogiorno d’Italia, con creazione di nuova occupazione e imprese produttive e industriali, con tecniche trasferibili poi presso i potenziali utenti futuri. 

Per l’attuazione di un tale progetto il primo passo consiste nel chiedersi di che cosa hanno bisogno gli abitanti del nuovo “terzo mondo”, che chiamiamo “arretrati” rispetto ai nostri standard merceologici. Probabilmente la maggior parte delle merci e dei beni materiali fabbricati e usati da noi sono inutilizzabili nei paesi del terzo mondo: le automobili o gli oggetti o i trattori o i televisori o i frigoriferi fabbricati e venduti con successo in Italia e in Europa possono rivelarsi del tutto inutili o inadatti nella maggior parte dei paesi aridi o tropicali, soprattutto perché l’uso di un manufatto, merce o macchina, prodotti con tecniche sofisticate, presuppone un ambiente circostante capace di offrire pezzi di ricambio molto diversificati, manutenzione, assistenza, tutte cose che chiamerei “cultura industriale”, mancante nel terzo mondo. Di conseguenza pensare di esportare tali beni come contributo alla cooperazione internazionale è destinato all’insuccesso (come è già avvenuto). 

Bisognerà allora cominciare ad immedesimarsi nelle culture dei diversi paesi, nei materiali o prodotti disponibili sul posto, nelle abitudini di vita, e da qui partire per progettare oggetti e merci capaci di migliorare le condizioni di vita. A questa domanda di merci, tecniche e innovazioni l’Italia potrebbe dare un importante contributo se venissero mobilitati gli studiosi nelle Università, nei centri di ricerca e nelle imprese per risolvere problemi e per fornire tecniche e attrezzature per i bisogni del terzo mondo secondo “tecnologie appropriate” appunto ai bisogni degli utilizzatori. Il primo centro per le tecnologie “appropriate” fu fondato nel 1966 in Inghilterra dall’economista e studioso Ernst Schumacher (1911-1977), l’autore di un celebre libro tradotto in italiano col titolo “Piccolo e bello: l’economia come se la gente contasse qualcosa”; altri centri simili si trovano negli Stati Uniti, in Canada, e anche nelle zone universitarie di alcuni paesi del Sud del mondo. 

Vorrei qui elencare brevemente alcune strade da battere per risolvere un problema di innovazione e occupazione da noi e, insieme, per aiutare i paesi arretrati ad avviarsi verso lo sviluppo. 

Il primo campo di lavoro riguarda l’alimentazione. I paesi del terzo mondo hanno spesso delle grandi potenziali risorse alimentari che non riescono a raggiungere gli abitanti per mancanza di conoscenze, fra cui quelle della conservazione delle derrate alimentari deperibili. Nei paesi industriali l’elevata qualità dell’alimentazione equilibrata dipende da una secolare evoluzione di tecniche di conservazione dei prodotti naturali. I prodotti agricoli ottenuti in una regione vengono trasformati, stabilizzati, essiccati o conservati in modo da essere utilizzabili giorni o mesi dopo la confezione, quindi a grandi distanze dai luoghi di produzione. 

Ciò è possibile con le tecniche di conservazione col caldo o col freddo. Gli alimenti surgelati permettono di avere in casa, come freschi, vegetali e pesci raccolti a grande distanza solo perché esiste una quasi invisibile rete di distribuzione che consente a tali alimenti di viaggiare, in una gigantesca catena del freddo, ad una temperatura di venti gradi sotto zero per centinaia o migliaia di chilometri. Se il frigorifero di un camion o di un vagone non funzionasse, anche solo per alcune ore, per mancanza di carburante o di elettricità, grandi quantità di pregiati alimenti andrebbero a male. Questa tecnica sofisticata non è ragionevolmente esportabile tale e quale nel terzo mondo: è tuttavia possibile pensare a tecniche, adatte alle condizioni locali, per una migliore conservazione dei prodotti alimentari del posto, dalla frutta ai prodotti della pesca, per la lotta ai parassiti che distruggono grandi quantità di raccolti nei silos e nei magazzini. 

Occorre conoscere, caso per caso, le disponibilità locali di risorse naturali, le cause della distruzione dei prodotti alimentari locali, quali prodotti vegetali o animali possono essere trattati per ricavarne nuovi alimenti, accettabili dalle comunità locali, o integratori alimentari. Da tempo vengono condotte, per esempio, ricerche e sperimentazioni per l’estrazione di proteine dalle foglie di vegetali anche non alimentari (la carenza di proteine è una delle cause di molte malattie da sottoalimentazione), o sulla disidratazione con tecniche appropriate dei prodotti della pesca appena pescati, in modo da ottenere farine ad alto contenuto di proteine da addizionare a cereali, patate, tuberi amidacei. 

Il secondo campo di lavoro riguarda l’acqua; gran parte delle malattie sono portate dall’acqua non sufficientemente pura, o contaminata da escrementi umani o animali. Nei paesi arretrati in cui l’acqua è disponibile — acqua di fiumi o di laghi o di pozzi — mancano tecniche di raccolta, distribuzione e sterilizzazione e soprattutto di trattamento degli escrementi; mancano non solo docce e bagni, ma gabinetti, fognature, e le acque contaminate dai rifiuti umani e animali ristagnano e restano a contatto con le persone diventando veicoli di infezioni e epidemie che sterminano soprattutto i bambini. I raffinati sistemi igienici esistenti da noi sono inutilizzabili per chi ne avrebbe bisogno; una “cultura” dfel gabinetto, semplice, efficiente, con limitata richiesta dio acqua, e di sistemi di depurazione semplice delle acque di fogna salverebbe milioni di vite umane all’anno. Nei parsi dove manca acqua potabile e si trovano acque salmastre o acqua di mare dei semplici sistemi di dissalazione, per esempio con l’energia solare, possono assicurare quell’acqua dolce necessaria per la vita domestica. 

Per molte zone della Terra il primo passo verso lo sviluppo consiste nel disporre di abitazioni decenti. Il passaggio da baracche o abitazioni primitive a qualcosa che sia “casa”, cioè luogo in cui non solo abitare o dormire, ma vivere come comunità, può spesso richiedere tecnologie apparentemente primitive o semplici, ma che tuttavia rappresentano una svolta rivoluzionaria. Sono state proposte case di cartone impermeabilizzato, ripiegate e montabili sul posto di installazione con accorgimenti semplici: case che tuttavia hanno buone caratteristiche di isolamento termico, di illuminazione, di abitabilità. Ed è molto più difficile costruire case di questo genere che appartamenti sofisticati. Il settore della prefabbricazione, con materiali e soluzioni diversi da quelli tradizionali, potrebbe ridare vita a un settore delle costruzioni che si trova, nei paesi industrializzati, in difficoltà. 

La disponibilità di energia è essenziale per qualsiasi avvio sulla strada dello sviluppo. Per chi ne è privo, la disponibilità di elettricità per l’illuminazione o per una radio portatile, per il funzionamento di un frigorifero, equivale alla rivoluzione che la luce e il riscaldamento a gas ed elettrici hanno portato all’Europa nel 1800. 

L’energia occorre sotto forma di calore e di elettricità, due forme disponibili senza difficoltà nei paesi industriali dove è possibile avere carbone, prodotti petroliferi, centrali elettriche. Nelle comunità isolate, nei piccoli paesi e villaggi, occorre ottenere calore e elettricità con mezzi più semplici, ma non per questo tecnicamente meno avanzati, dalle fonti energetiche disponibili sul posto. L’energia solare, disponibile in abbondanza nei paesi del terzo mondo, può fornire calore o elettricità con varie soluzioni tecniche. Purtroppo la maggior parte della sperimentazione con l’energia solare è stata condotta pensando di sostituire con il Sole le fonti energetiche tradizionali nei paesi industriali. Ne sono derivati dispositivi spesso complicati che richiedono manutenzione, previsti per una facile interfaccia con i sistemi tradizionali. Nel terzo mondo probabilmente la domanda elementare di energia riguarda la possibilità di cuocere gli alimenti, di far funzionare delle lampadine o dei frigoriferi. Occorre perciò sviluppare e perfezionare le tecniche oggi esistenti e altre ancora, in vista dell’uso per risolvere problemi elementari — ma  essenziali — di sopravvivenza. 

Per il riscaldamento degli edifici o dell’acqua per usi igienici i collettori solari potrebbero essere incorporati come elementi strutturali del tetto o delle pareti degli edifici, per esempio di edifici prefabbricati. Col calore solare è possibile, come si è detto, distillare l’acqua salina per ottenere acqua dolce con dispositivi molto semplici e costruibili sui posti di utilizzazione, con materiali disponibili sul posto. Gli impianti che trasformano l’energia solare in elettricità con celle fotovoltaiche sono abbastanza semplici e richiedono poca manutenzione e sono essenziali per ottenere piccole quantità di elettricità per usi domestici. 

L’elettricità può essere ottenuta bene con adatti motori a vento, probabilmente più semplici e resistenti di quelli molto raffinati usati per produrre grandi quantità di elettricità nei paesi industriali. L’elettricità può essere infine ottenuta anche da piccole turbine che utilizzano piccoli salti di acqua di un fiume. Insomma tutti i sistemi — solari, eolici, idrici — sperimentati e utilizzati su larga scala nei  paesi industriali, devono essere riprogettati per rispondere a esigenze quantitativamente minori, ma soprattutto a una domanda di grande semplicità e ridotta manutenzione. E anche ad una domanda di “comprensibilità” da parte delle popolazioni locali. Una macchina può avere successo soltanto se gli abitanti di un villaggio ne capiscono il funzionamento e sono disposti a collaborare alla sua manutenzione. 

Manifestazioni geotermiche possono essere utilizzate come fonti di calore. Infine, in mancanza di combustibili fossili commerciali — carbone, petrolio, gas — molti materiali vegetali si prestano ad essere utilizzati come combustibili, utilizzando anche bruciatori  o gassificatori abbastanza semplici su cui sono disponibili già molte conoscenze e che possono essere  perfezionati. 

Molti degli attuali autoveicoli e mezzi di trasporto in uso nei paesi industrializzati sono inutilizzabili sulle strade e nelle condizioni di vita, di freddo e di caldo, della maggior parte dei paesi del terzo mondo. Eppure sarebbe possibile pensare a soluzioni alternative. Un simile problema fu affrontato, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti quando il governo chiese alle industrie di progettare e costruire su scala industriale un autoveicolo che funzionasse su qualsiasi strada, su qualsiasi pendenza, in qualsiasi clima, che fosse facile da guidare anche con una mano sola, in cui ogni parte fosse talmente standardizzata da poter essere, in caso di danno, sostituita con la stessa parte prelevata da un’altra automobile. Nacque, come risultato di una forte concorrenza fra le grandi industrie automobilistiche, la Jeep di cui furono fabbricati, dalla Ford e dalla Willys, solo negli anni della seconda guerra mondiale, un milione di esemplari, alcuni arrivati in buone condizioni fino a noi, dopo oltre mezzo secolo di vita efficiente. Una specie di jeep tedesca, addirittura dotata di un’elica per muoversi in acqua, la Schwimmwagen, fu costruita, negli stessi anni, per l’esercito nazista dalla Volkswagen, come evoluzione militare di un’automobile popolare già prodotta in grande serie, il predecessore del “maggiolino”. Questi autoveicoli militari furono presi a modello per i veicoli cosiddetti fuoristrada che vengono prodotti in molti paesi, soprattutto in Giappone, purtroppo con un distorto carattere consumistico. 

Altri mezzi di trasporto aerei, per navigazione fluviale, potrebbero essere progettati secondo schemi “poveri”, rispetto agli standard del nostro mercato, semplici come funzionamento, adatti a usare qualsiasi carburante, con minima richiesta di manutenzione. Lo stesso discorso vale per la progettazione di macchine agricole, dai trattori agli aratri meccanici ai macchinari per la lavorazione dei prodotti agricoli, progettati per condizioni severe di funzionamento e di scarsità o mancanza di manutenzione. 

Non si deve credere che la soluzione dei problemi di cui sono stati dati pochi esempi sia facile, che si tratti di tornare a tecnologie arretrate. La progettazione e la fabbricazione di manufatti relativamente semplici sono molto più difficili di quelle che portano a manufatti raffinati e sofisticati; è più facile costruire un’automobile con rifiniture di lusso, aria condizionata e air bag, che un autoveicolo capace di funzionare sulla sabbia o nelle foreste, o un motoscafo capace di trasportare grandi pesi in un fiume poco profondo.

D’altra parte è certo che le grandi industrie motoristiche, o anche i piccoli imprenditori, con la loro esperienza e capacità di innovazione possono facilmente affrontare e risolvere nuovi problemi, una volta noti e chiaramente indicati i vincoli imposti al manufatto finale. 

Certe condizioni ambientali del Mezzogiorno rassomigliano a quelle di molti paesi arretrati: scarsità di acqua, terre aride, ecc. Per questo il Mezzogiorno d’Italia potrebbe diventare sede di centri di progettazione, innovazione e costruzione di beni destinati al terzo mondo che rappresenta un “mercato” di oltre duemila milioni di persone. Tali centri e imprese richiedono la mobilitazione di ingegneri, chimici, tecnici, specialisti in culture straniere, motivati dal miraggio di nuova occupazione ma anche di un servizio umano. 

Aiutare il terzo mondo ad avviarsi sulla via dello sviluppo, qualcosa di ben diverso dalla crescita merceologica che pervade le società industriali, è indispensabile per attenuare le crescenti tensioni e violenze di molti paesi del terzo mondo, e anche le conseguenze di crescenti, incontrollabili e difficilmente pianificabili immigrazioni di persone che cercano, nel primo mondo, una qualsiasi condizione di vita meno grama di quella dei loro paesi di origine. 

Dovremmo noi imparare dai tecnici e dagli abitanti del terzo mondo — si pensi alla straordinaria occasione che sarebbe offerta da un adeguato interscambio con i molti immigrati extracomunitari — quali sono le condizioni dei paesi i cui problemi si vogliono affrontare. Un’altra grande potenziale fonte di informazioni è offerta dalle associazioni di volontariato e religiose che operano nel terzo mondo. 

Una prima fase del progetto di innovazione qui suggerito dovrebbe realizzare un inventario dei centri che lavorano nel mondo nel settore delle tecnologie appropriate per i paesi sottosviluppati e un archivio delle realizzazioni finora progettate e attuate.  E’ vero che tale progetto richiederebbe capitali da investire per produrre beni destinati a utilizzatori poveri. Peraltro esistono dei grandi stanziamenti italiani e internazionali per gli aiuti cosiddetti di “cooperazione” con i paesi del terzo mondo. In passato cifre enormi, valutate in diecine di miliardi di euro per la sola Italia, sono state spese per costruire, nel terzo mondo, strade che non portano da nessuna parte, università che sono servite ben poco agli studenti locali, fabbriche che non hanno mai prodotto un chilo di merce. Una piccola frazione di tali investimenti assicurerebbe il successo dei progetti qui suggeriti.