SM 3017 — Io spero — 2009

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La Gazzetta del Mezzogiorno, venerdì 2 gennaio 2009

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Di un’altra cosa c’è da aver paura: della perdita di democrazia. Di recente l’arcivescovo di Canterbury, davanti alla politica economica del governo inglese, ha ricordato che una simile politica aprì, in Germania, nel 1933, la porta al nazionalsocialismo di Hitler e alle sue aberranti teorie e violenze. Anche oggi se continua la violenza e l’incitamento allo spreco e all’idolatria dell’egoismo, ci giochiamo la democrazia e si finisce per invocare una dittatura che, forse, assicura la ricchezza economica, almeno per alcuni, ma priva della ricchezza più grande che é la libertà. 

Benedetto Croce nel 1925, tre anni dopo l’avvento del fascismo, l’anno dopo l’assassinio di Matteotti, invitava a “fare delle difficoltà sgabello”. “Clima, ubertosità o avarizia di terreno, salubrità o insalubrità, posizione geografica, spostamenti di commerci possono diventare, secondo i casi, forza o debolezza; la povertà ingenerare vigore e ardimento o per contrario sfiducia e abbattimento; la ricchezza corruttela o migliore sanità”. Una ricetta per uscire dalla attuale crisi di soldi e commerci, ma soprattutto di “sfiducia e abbattimento e corruttela”. Infatti le stesse condizioni geografiche, ambientali, di commerci possono diventare sgabello per generare vigore e ardimento e migliore sanità e condizioni di vita. 

Ciò è avvenuto dopo la crisi finanziaria del 1929, durante la ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, dopo la crisi delle materie prime del 1973. Lo sgabello deve essere offerto da governanti onesti e coraggiosi. 

Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), fu eletto nel 1933 a governare una America sotto tanti aspetti simile all’Europa e all’Italia attuali, e fece uscire dalla “grande crisi” il suo paese, afflitto da frodi finanziarie e nei commerci, disoccupazione nelle grandi industrie, abbandono dei campi, terre erose dalla siccità e allagate dai fiumi in piena, sfruttamento della mano d’opera disperata. 

Roosevelt si circondò di ministri competenti e onesti, ed ebbe il sostegno degli intellettuali, e di Hollywood che seppe usare la celluloide per spiegare, meglio di tanti comizi, le strade per la rinascita. Lo stato investì soldi, tanti soldi, per rimettere in moto l’economia e l’occupazione col preciso obiettivo di togliere i lavoratori dalle mani del caporalato e dello sfruttamento (la storia è raccontata nel film “Furore”); avviò dei piani di edilizia popolare per assicurare una casa a chi non l’aveva, o l’aveva perduta perché non poteva pagare i mutui contratti con le grandi banche (la storia è narrata nel film “La vita è meravigliosa”). 

Un altro film (“Gli intoccabili”) racconta come pochi funzionari incorruttibili colpirono il commercio clandestino di alcolici e riuscirono a far finire in carcere, per evasione fiscale, il potente gangster Al Capone. 

Appena eletto Roosevelt creò una agenzia, la NRA (National Recovery Administration), che assicurava un marchio di garanzia, l’aquila azzurra (la “Bleu Eagle”), a coloro che erano disposti a “fare la propria parte”, impegnandosi ad occupare dipendenti compensati con un minimo salariale sicuro, e praticando prezzi contenuti; una iniziativa che attraeva gli acquirenti, specie delle classi meno abbienti. Chi guarda con attenzione molti film ambientati negli anni della crisi vedrà che i registi insistono nel mostrare negozi con tale insegna, a riprova di quanto la politica economica e merceologica di Roosevelt sia ancora presente nella cultura americana. 

Roosevelt arruolò in un servizio civile (i Civilian Conservation Corps) centinaia di migliaia di giovani disoccupati e li impegnò in opere di difesa del suolo, di costruzione delle dighe, di pulizia dei fiumi, di valorizzazione delle risorse naturali. Il governo potenziò il servizio repressione frodi e le stazioni sperimentali di agricoltura dopo che un celebre libro, “Cento milioni di porcellini d’India” (gli animali su cui vengono sperimentati i veleni) aveva descritto le frodi alimentari che toccavano i portafogli dei cittadini e ne compromettevano la salute. 

Io spero. Spero che il 2009 aiuti gli italiani a approfittare delle difficoltà salendo sullo sgabello di una rinascita etica e culturale. Vorrei che si moltiplicassero i libri e i film che denunciano la corruzione, le frodi alimentari, le evasioni fiscali, gli abusi edilizi, gli inquinamenti, lo sfruttamento dei lavoratori, le violazioni delle norme di sicurezza nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Io spero che ci siano negozi e imprese che espongono cartelli in cui sia scritto: “Io pago tutte le tasse”; “Mi rifiuto di avere dipendenti in nero”. 

Io spero che i consumatori e gli acquirenti scelgano le merci e i servizi prodotte e vendute da chi rifiuta l’illegalità, anche se costano un po’ di più di quelli illegali; spero che i finanziamenti con pubblico denaro siano destinati a coloro che garantiscono condizioni di lavoro ”in regola” per i loro dipendenti, anche se (anzi a maggior ragione se) immigrati. 

Io spero che le opere pubbliche, le tanto decantate “infrastrutture”, siano rivolte alla difesa del suolo, all’aumento delle risorse idriche, al rimboschimento e alla difesa del suolo, alle fonti energetiche rinnovabili; al miglioramento dei treni che trasportano i milioni di pendolari che oggi sono condannati all’uso dell’automobile privata, inquinando e congestionando le città. Io spero che un giorno nelle bacheche delle nostre Università appaiano, accanto all’elenco degli esaminandi, anche gli elenchi dei raccomandati con nome e cognome di chi li ha “segnalati”. 

So che i lettori “sensati” diranno che si tratta di utopie, ma penso anche che l’alternativa sia la continuazione, anzi l’aggravarsi, della crisi economica, e soprattutto la continuazione della paura: paura della violenza della criminalità, della violenza nelle strade e negli affari, paura della immigrazione. Una paura che non si sconfigge con il melenso ottimismo e con l’invito ad abbeverarsi alla fonte dei consumi, del lusso e degli sprechi. “L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”, disse allora Roosevelt quando nel 1933 giurò fedeltà alla costituzione e al popolo degli Stati Uniti, e come ha ripetuto il nostro Presidente della Repubblica nel suo messaggio di fine anno 2008.