SM 3015 — L’auto, un ex-oggetto di felicità — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 23 dicembre 2008

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Guardo con malinconia e dolore i piazzali pieni di automobili invendute, non solo in Italia, ma in tutti i paesi industriali; miliardi di ore di lavoro, milioni di tonnellate di acciaio, gomma, vetro, plastica, la cui lavorazione ha fatto finire milioni di tonnellate di agenti inquinanti nell’atmosfera e nel suolo — sono lì, esposti alle intemperie. Una crisi di produzione e di vendite che colpisce gravemente i lavoratori delle industrie automobilistiche e dell’indotto, chimica, accumulatori, elettronica, i quali vedono compromesso il posto di lavoro e il futuro delle loro famiglie; un triste Natale.

Chi ha sbagliato ? i fabbricanti o gli acquirenti ? Le automobili restano invendute non per questione di prezzo, perché ai potenziali acquirenti la pubblicità promette mutui agevolati e incentivi statali per la “rottamazione”; una operazione mascherata da motivi ecologici: le nuove automobili inquinerebbero meno di quelle vecchie. L’esperienza ha invece mostrato che gli incentivi hanno determinato un aumento dell’inquinamento atmosferico dovuto al traffico disordinato e congestionato di molto più numerose automobili “nuove” e grandi e ingombranti e dall’aumento della massa di rottami inquinanti nella fase di deposito e di riciclo. In realtà la rottamazione è uno strumento per permettere alle industrie automobilistiche (ma anche ad altre, sempre più numerose) di continuare a produrre coprendo le perdite con i soldi dello Stato, sottratti ad altri impieghi socialmente più utili.

Le automobili restano invendute perché il loro mercato è saturo: ogni famiglia può possedere una automobile, forse due automobili, alcune famiglie possono possederne tre, ma, per quanto aumenti la pressione e la forza persuasiva dei venditori, da un certo momento in avanti, un acquirente non saprebbe più neanche dove mettere altre automobili. Sono sature le città; le strade urbane possono sopportare una certa quantità di automobili in movimento o ferme, hanno, insomma, per citare una analogia biologica, una capacità ricettiva limitata. Quando le automobili ingombrano le strade in numero superiore a quello che le strade possono accogliere, si arriva dapprima a situazioni caotiche (non a caso i fenomeni di caos sono stati scoperti osservando che cosa succede quando una popolazione di animali supera la capacità ricettiva di un territorio) e poi alla paralisi; le auto-mobili diventano auto-ferme.

L’automobile come la conosciamo è stata inventata e progettata per una società, che non esiste più, in cui le strade urbane potevano ospitare un grande numero di automobili senza ingorghi né inquinamenti, in cui il petrolio poteva scorrere senza fine a basso prezzo nelle vene di milioni di auto, in cui i cieli erano ancora poco inquinati dai gas che rendono l’aria tossica da respirare e che innescano grandi cambiamenti climatici. Oggi la situazione é cambiata; nelle città l’automobile serve in gran parte per il movimento dei pendolari dalle periferie e dai paesi in cui si trovano le abitazioni, ai lontani quartieri in cui si trovano le scuole, gli uffici, le fabbriche, zone che sono sempre meno capaci di offrire spazi per muoversi e per parcheggiare. La moltiplicazione dei parcheggi non ha aiutato perché anzi ha innescato la voglia di avere più automobili e di affollare ancora di più le città. E’ invece tempo di chiedersi di quale automobile, di quali mezzi di trasporto hanno bisogno le società dei paesi industriali e quelle dei paesi emergenti.

Ho trovato un vecchio articolo intitolato “L’automobile contro gli uomini”, pubblicato in una rivista francese nel 1971 nientemeno che da Aurelio Peccei, che era un alto funzionario della Fiat, ma che era anche un intellettuale che cercava di guardare il futuro. La mobilità è un diritto, anzi una forma di libertà e democrazia, ma può essere ottenuta a condizione che non generi congestione, che non sia pagata con la perdita di salute per avvelenamento dell’aria, che non comporti sprechi di energia, che il mezzo di trasporto, alla fine della sua vita utile, non sia un insopportabile e ingombrante rifiuto. Il raggiungimento di questo obiettivo — sosteneva Peccei — richiede profonde modificazioni e perfezionamenti nella progettazione e costruzione delle automobili, in funzione dei differenti bisogni che si hanno nelle città o nei percorsi lunghi, orientandosi verso pochi modelli di autoveicoli, molto semplici e quanto più possibile standardizzati.

Nonostante questi avvertimenti, fatti 37 anni fa, l’industria dell’automobile in Italia e nel mondo ha continuato a produrre gli stessi tipi di veicoli, con modeste varianti; enormi quantità di denaro sono state investite nella diversificazione e personalizzazione dei modelli, quando gli sforzi avrebbero dovuto essere concentrati nella standardizzazione e nella progettazione in vista del successivo riciclo. Da mezzo felice per spostarsi nel territorio, per conoscere persone e luoghi lontani, da strumento produttore di cultura e di libertà, l’automobile è diventata fonte di schiavitù per chi la possiede e per l’intera comunità. Eppure “automobile” è ancora un nome che significa, per milioni di italiani, per centinaia di milioni di persone, impresa, innovazione, lavoro, liberazione dalla miseria nel Mezzogiorno italiano e nelle zone depresse, crescita di una classe e di una cultura operaia.

L’industria automobilistica ha la capacità di produrre qualsiasi manufatto che possa soddisfare bisogni umani, dai mezzi di trasporto collettivi, alle macchine per la lavorazione della terra e la movimentazione di materiali, a veicoli adatti alle condizioni di trasporto nei paesi del Nord e del Sud del mondo. A mio modesto parere la salvezza dell’industria automobilistica e dell’occupazione può venire soltanto dalla ripresa dell’orgoglio di fabbricare nuovi veicoli nel rispetto dei nuovi vincoli della diminuzione dei consumi di energia e del miglioramento delle condizioni ambientali, nazionali e planetarie, dalla rinascita di una genuina cultura industriale e operaia, basata sulle cose e non sulle futili e frivole immagini.