SM 3002 — Dissalazione è parolaccia ?– 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 11 novembre 2008

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

 Dissalazione è parolaccia ? Sembrerebbe, a giudicare dalla freddezza, o addirittura dall’opposizione, verso la proposta di costruzione di uno o di alcuni impianti di dissalazione dell’acqua marina in Puglia, sembra ciascuno con una capacità produttiva di circa 15 milioni di metri cubi all’anno (il fabbisogno della Puglia è indicato in 18 mila litri al secondo, pari a circa 600 milioni di metri cubi all’anno). 

La tecnologia della trasformazione dell’acqua di mare in acqua dolce potabile è ormai matura da molto tempo ed è adottata in un numero crescente di paesi che, come la Puglia, sono vicini al mare e hanno scarsità di acqua potabile. La “fabbricazione” di acqua dolce, priva di sali o con una concentrazione salina di circa mezzo grammo per litro, dall’acqua di mare che contiene circa 35 grammi di sali per litro, richiede energia; il minimo consumo teorico di energia, che si potrebbe chiamare il “costo energetico” dell’acqua dissalata, si aggira intorno a 2,5 megajoule per metro cubo (mille litri). 

L’acqua di mare può essere dissalata con due processi; quello di distillazione, con molte varianti, che utilizza calore e un po’ di energia elettrica, e quello di osmosi inversa, che utilizza essenzialmente energia elettrica. La distillazione consiste nel far evaporare, con aggiunta di calore, l’acqua dall’acqua di mare e nel far condensare il vapore acqueo su una tubazione fredda, piena di acqua di mare; il vapore si trasforma in acqua dolce, priva di sali e una parte del calore che è stato assorbito dall’acqua all’atto dell’evaporazione. viene ceduto, dentro lo scambiatore di calore, ad acqua di mare che viene così preriscaldata e che verrà poi fatta evaporare. Il consumo pratico di energia nei migliori distillatori si aggira, per metro cubo di acqua dissalata, intorno a 200 megajoule sotto forma di calore e circa 2-3 chilowattore di elettricità. 

Il secondo processo, di osmosi inversa, consiste nel comprimere l’acqua marina contro adatte membrane, pellicole che lasciano passare l’acqua con pochi sali e non i sali; questo processo richiede circa 5-6 chilowattore di elettricità per ogni metro cubo di acqua dolce separata dal mare; il consumo di elettricità è inferiore se l’acqua dolce viene separata da acque salmastre, con un contenuto salino inferire a quello dell’acqua di mare. In entrambi i casi gli impianti rigettano all’esterno una salamoia, acqua con un contenuto salino superiore a quello dell’acqua da dissalare; nel caso dell’acqua di mare con una concentrazione salina circa doppia di quella dell’acqua marina. 

Oggi (2008) nel mondo sono in funzione 13.000 impianti di dissalazione con una produzione di acqua dolce di circa 20 miliardi di metri cubi all’anno, il doppio della quantità di acqua potabile usata dalle famiglie in tutta Italia in un anno. La produzione di acqua dolce dal mare ha molti nemici. 

Alcuni obiettano che essa richiede molta energia che potrebbe far aumentare l’effetto serra; ma per la dissalazione potrebbe essere utilizzata una parte del calore che ogni centrale termoelettrica rigetta nell’ambiente continuamente in ragione di circa 5 megajoule per ogni chilowattora di elettricità prodotta. La centrale di Brindisi Sud, per esempio, ogni anno preleva circa tre miliardi di metri cubi di acqua marina che viene poi rigettata tiepida, “addizionata” con circa 60 miliardi di megajoule di calore; se solo il dieci percento di questo calore di rifiuto, che oggi ”scalda” il mare, venisse avviato ad un distillatore di acqua marina si potrebbero produrre 300 milioni di metri cubi di acqua dolce all’anno, la metà del fabbisogno dell’intera Puglia con una piccola parte del calore di rifiuto di una sola centrale. 

Una seconda obiezione riguarda il possibile disturbo agli ecosistemi marini della reimmissione nel mare della salamoia residua dopo la distillazione, contenente anche sostanze addizionate durante la dissalazione, ma si tratta di un inquinamento inferiore a quello del calore e degli additivi chimici che qualsiasi centrale termoelettrica immette pure nel mare. 

Una terza obiezione riguarda il costo dell’acqua dissalata; tale costo dipende dal tipo e dal costo dell’energia, dal costo degli impianti, della politica del finanziamento, dalla durata degli impianti. Di certo un dissalatore è una “macchina” che costa, ma costano anche le condotte di trasporto dell’acqua, gli invasi artificiali, i depuratori, tutti gli strumenti con cui si ottiene acqua potabile portata via dalle sorgenti, dai fiumi, dalle falde sotterrane, sottratta alle zone e regioni vicine; mentre l’acqua dissalata è acqua “nuova”, non tolta a nessuno, fabbricata dal mare. Senza contare il costo monetario della mancanza di acqua, il costo dell’acqua in bottiglia che tanti pugliesi sono costretti a comprare per mancanza di acqua potabile, il disagio civile della scarsità di acqua dolce per usi igienici e sanitari. 

L’unica vera osservazione da fare alle proposte dei dissalatori in Puglia, riguarda la precisazione di quali tipi di impianti la Regione vorrebbe adottare, quali fonti di energia dovrebbero essere usate e dove gli impianti dovrebbero essere localizzati. Non mi pare che ci siano ragionevoli alternative all’installazione sulla costa, vicino al mare da cui trarre acqua da dissalare e in cui rigettare le salamoie. Costruire nuove caldaie o centrali elettriche per alimentare i dissalatori è un errore, quando, come ho accennato, le centrali termoelettriche attuali e quelle proposte e molti impianti industriali “buttano via” calore che potrebbe alimentare i distillatori. La costruzione, l’installazione e la manutenzione dei dissalatori avrebbero effetti positivi sull’occupazione. 

L’unica vera difficoltà sta nel mettere d’accordo i gestori dei dissalatori, quelli che “vendono” calore di rifiuto o elettricità, e chi deve “comprare” l’acqua dissalata per distribuirla poi ai cittadini. Mi immagino le squadre di fabbricanti che si affannano per vendere in Puglia i loro dissalatori; un po’ come sta avvenendo per i venditori di motori a vento. A mio modesto parere la Regione farebbe bene, per fare la scelta migliore, ad avviare un dibattito pubblico e una buona campagna di informazione su un progetto concreto di impianti e localizzazioni, raccogliendo, tempo un mese, le osservazioni e poi decidendo.