SM 3100 — Dominare o custodire ? — 2009

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 La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 4 agosto 2009 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il dibattito sul rapporto fra “l’uomo” e la natura stato ben presente in tutta la storia del movimento ecologico fin dagli anni sessanta. Perché “l’uomo”, inteso come insieme di donne e uomini, dovunque abitanti, con le sue azioni distrugge le foreste, inquina i fiumi e il mare, provoca il peggioramento del clima, l’avanzata dei deserti ? lo fa perché “è cattivo” ? lo fa perché ciò è “imposto” dalle regole economiche ? perché per avere più merci e più ricchezza si finisce per avere meno acqua e aria pulita ? 

Il problema è stato trattato a più riprese anche in ambito religioso: le ”norme” delle religioni monoteistiche, ebraico-cristiana e musulmana, e delle religioni orientali danno indicazioni su come “l’uomo” deve (dovrebbe) comportarsi verso l’ambiente naturale in cui vive ? Un dimenticato libro della professoressa Luisa Santelli, dell’Università di Bari, “Interculturalità e futuro”, pubblicato nel 2003 dall’editrice Levante di Bari, offre un’interessante analisi di come le varie culture “vedono” il problema ambientale, che è poi “il” problema del futuro dell’uomo sul pianeta Terra. 

Per quanto riguarda la Chiesa cattolica il tema è stato trattato in molti documenti, da quelli elaborati dopo il Concilio Vaticano II, negli anni sessanta del secolo scorso, a varie encicliche papali ed è trattato a lungo anche nella recente (2009) enciclica dell’attuale Papa, “L’amore nella verità”, la quale dedica un intero capitolo, il quarto, a: “Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente”. In particolare i paragrafi da 48 a 51 esaminano i doveri dell’uomo nei confronti della natura: ”La natura è a nostra disposizione non come un ‘mucchio di rifiuti sparsi a caso’ (il Papa cita una frase del filosofo greco presocratico Eraclito di Efeso, vissuto circa 500 anni prima di Cristo) bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci affinché l’uomo ne tragga gli orientamenti doverosi per ‘custodirla e coltivarla’”. Una frase ripetuta nel paragrafo 69 a proposito delle finalità “della tecnica”. 

Questo invito a custodire e coltivare la natura è tratto da uno dei due racconti dell’origine del mondo, la Genesi, contenuti nel libro iniziale dell’Antico Testamento ebraico. I due racconti differiscono sotto molti aspetti per quanto riguarda il rapporto uomo-natura: tutti e due cominciano con la creazione dell’ambiente in cui Dio avrebbe poi posto l’uomo: il cielo, le stelle, il sole, il mare, la terra e tutti gli animali. Il primo dei due racconti, contenuto nel primo capitolo del primo libro della Genesi, viene chiamato “dei sacerdoti” ed è stato redatto circa seicento anni prima di Cristo. Dopo aver creato l’uomo e la donna Dio disse (versetto 28) ”Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela e abbiate il dominio su ogni essere vivente”. L’uomo verrebbe così ad essere al di sopra della natura e degli esseri viventi che egli “deve” soggiogare, “mettere sotto di se”, e dominare. 

Il secondo racconto, che occupa il secondo capitolo della Genesi, è chiamato “jahvista” (dalla quattro lettere con cui è scritto in ebraico il nome di Dio), ed è stato redatto prima dell’altro, circa mille anni prima di Cristo. Qui Dio, dopo aver creato l’uomo, lo pose nel giardino di Eden, nel “paradiso terrestre”, “perché lo coltivasse e lo custodisse”. Nella maggior parte dei testi liturgici cristiani viene ripetuto l’invito a “dominare” la terra ed è quindi importante che l’enciclica “Amore nella verità” citi invece l’invito a “custodire” la terra, dono del Creatore. Insomma la terra, la natura, l’ambiente, vanno soggiogati e dominati, oppure devono essere custoditi perché anche le generazioni future possano godere di tali beni ? 

Nel 1967 Lynn White (1907-1987), uno studioso americano di storia medievale, pubblicò nella rivista “Science” un provocatorio articolo, intitolato: ”Le basi culturali della crisi ecologica”, nel quale sostenne che le radici della crisi ambientale delle società occidentali affondano proprio nella tradizione ebraico-cristiana e in quell’invito della Bibbia a soggiogare la terra. Le società precristiane e animiste, sosteneva White, riconoscevano il carattere divino della natura; per loro ogni foresta, sorgente, raccolto era tutelato da una divinità, il “genius loci”, della quale bisognava assicurarsi la protezione prima di tagliare un albero o di usare le acque o il terreno a fini “utili”, diremmo oggi a fini commerciali. L’articolo di White concludeva sostenendo che l’unico cristiano “radicale” era stato, nel 1200, Francesco di Assisi il quale aveva posto l’aria, le acqua, gli animali allo stato naturale — sorella acqua, fratello lupo — non al di sotto, ma sullo stesso piano dell’”uomo” nel grande disegno della creazione. E proponeva che San Francesco fosse proclamato “patrono dell’ecologia” (cosa che poi Giovanni Paolo II fece nel 1979). 

L’articolo di White suscitò una lunga polemica; molti studiosi si sforzarono di dimostrare che si può “dominare” qualcosa o qualcuno senza distruggerlo e rispettando la cosa dominata, nel nostro caso la natura; una tesi zoppicante perché tutta la crescita delle società moderne è stata basata proprio sul dominio, sullo sfruttamento, delle acque, delle miniere, delle foreste, del suolo coltivabile, degli animali, considerati puri strumenti per lo sviluppo umano, ma soprattutto commerciale, merceologico. 

Ci sono state per fortuna altre autorevoli voci in difesa della natura e può essere interessante ricordare che Paolo VI, nel marzo 1971, parlando anch’egli di ecologia, chiamò “creature anch’esse” l’aria e le acque compromesse dagli inquinamenti. La salvezza ambientale va insomma cercata in un nuovo senso di responsabilità verso la natura le cui ricchezze vanno conservate per “il prossimo”, per quello vicino, per quello lontano nello spazio e per il “prossimo del futuro”. Solo così l’ambiente che farà sarà decente e “umano”.

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