SM 2988 — Costruire sulle scorie — 2008

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 La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 7 ottobre 2008 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

La notizia apparsa nel 2008 secondo cui un quartiere di Crotone è stato costruito su una discarica di scorie industriali contenenti anche metalli tossici pone vari problemi. Ogni attività produttiva trasforma delle materie prime in prodotti vendibili e in vari residui e scorie, solide, liquide e gassose, la cui massa è spesso molte volte superiore a quella delle merci utili prodotte. Nel deserto del Negev, in Israele, si vedono ancora le scorie della lavorazione del rame estratto dalle “miniere del re Salomone”; gli Etruschi che estraevano il ferro dalle miniere dell’isola d’Elba hanno lasciato scorie che, per la tecnologia arretrata del tempo, contenevano ancora molto ferro che è stato poi recuperato dalle ferriere moderne. Di scorie metallurgiche sa qualcosa anche Taranto dove le scorie sono state usate per il riempimento di parte del porto. 

La pratica di usare i rifiuti solidi industriali come materiali di riempimento e da costruzione è stata abbastanza diffusa in passato senza che nessuno si occupasse di quello che essi contenevano e della possibile migrazione di sostanze tossiche dalle scorie all’ambiente e alle persone circostanti; adesso stiamo scoprendo quanto poco sappiamo dei processi industriali che si sono svolti in tante parti d’Italia, delle materie prime usate, delle merci prodotte e dei rifiuti solidi lasciati nel sottosuolo o tutto intorno. Un esempio è offerto dalle scorie lasciate nel sottosuolo nel corso di molti decenni dall’Officina del gas di Bari, il “Gasometro”. 

Ma torniamo a Crotone, la bella città calabrese che si stende vicino al mare sul luogo una volta occupato dalla fiorente città Kroton della Magna Grecia. La sua avventura industriale — ed ecologica — moderna è cominciata nei primi anni del Novecento in seguito alla costruzione di una grande centrale idroelettrica. La disponibilità di abbondante elettricità ha attratto, intorno al 1920, l’insediamento di un impianto per l’estrazione dello zinco e di altri metalli dalla blenda, un solfuro di zinco, di cui esistevano giacimenti in Sardegna sfruttati dalla società inglese Pertusola. E’ nata così la società Pertusola Sud, al fianco della quale poco dopo è stato costruito, dalla Società Meridionale Ammonia, poi Montecatini e poi ancora Montedison, uno stabilimento di produzione dell’ammoniaca e di concimi che utilizzava l’acido solforico che si forma come sottoprodotto dell’estrazione dello zinco. Nel 1935 si è aggiunta una fonderia di cadmio. 

Nell’estrazione dello zinco dalla blenda si forma un residuo di ferriti di zinco che venivano trattate termicamente in uno speciale forno fusorio chiamato “cubilotto” (a Crotone, alla francese, “cubilot”) che consente il recupero dello zinco, del cadmio, del piombo e di altri metalli, fra cui metalli preziosi come germanio e indio, che sono stati, in passato, il fiore all’occhiello della Pertusola Sud, poi Enirisorse, chiusa da una diecina di anni. Quando è stato fermato il reparto cubilot si è posto il problema di come utilizzare queste ferriti; in parte sono state inviate nello stabilimento di Portovesme, in Sardegna, in parte sono rimaste come scorie, appunto quelle utilizzate, insieme a scorie di altri stabilimenti, come fondo stradale e per il riempimento di cave e terreni su cui sono stati costruiti edifici per scuole e abitazioni. Ci si interroga ora sui possibili effetti dannosi per la salute degli abitanti delle zone costruite sulle discariche. 

I materiali solidi contenuti in qualsiasi discarica sono ancora, se così si può dire, “vivi” perché, a seconda della loro natura chimica, continuano a subire reazioni di trasformazione ad opera delle acque piovane o sotterranee, con infiltrazioni nell’ambiente circostante. Forse il più clamoroso esempio è stato offerto dall’inquinamento e dai danni sanitari provocati negli abitanti di un quartiere costruito, negli Stati Uniti, su una discarica di rifiuti industriali. 

Un certo William Love nel 1890 aveva fatto scavare un canale per alimentare con acqua e energia una città industriale modello, Model City, che aveva progettato di costruire sulla riva settentrionale del fiume Niagara, a poca distanza dalle celebri cascate. Il canale non fu mai completato, Model City non fu mai costruita, il sogno del sig. Love svanì, ma il suo nome sarebbe dovuto diventare tristemente celebre; infatti negli anni dal 1942 al 1953 la società chimica Hooker (poi Occidental) acquistò il canale abbandonato e lo usò come discarica di circa 20.000 tonnellate di rifiuti tossici. La discarica fu chiusa nel 1953 e il terreno fu venduto dalla Hooker al comune di Niagara Falls, fu livellato, qualsiasi traccia della discarica scomparve e sul terreno furono costruite una scuola elementare e un quartiere di abitazioni. 

Dall’autunno del 1975 alla primavera del 1976 si ebbero piogge intense che impregnarono il terreno venendo a contatto con i rifiuti sepolti; le acque fortemente contaminate si infiltrarono nelle case i cui abitanti cominciarono a manifestare sintomi di intossicazione e alcuni anche alterazioni cromosomiche; oltre mille famiglie furono fatte sloggiare. Lo scandalo indusse il governo americano ad approvare una legge, detta Superfund, con finanziamenti per la identificazione e la bonifica di luoghi contaminati. 

Anche in Italia alcune leggi prevedono la bonifica di siti contaminati da scorie industriali e rifiuti vari, ma molti siti non sono ancora identificati né si sa esattamene che cosa contengono. Un importante campo di lavoro di chimica, ingegneria e … geografia dei rifiuti, premessa per evitare futuri casi come quello di Crotone.