SM 2977 — Io amo la robinia — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 9 settembre 2008

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Io amo la robinia, una pianta bella, ma anche di grande interesse ambientale. Il suo nome botanico esatto è “Robinia pseudoacacia” ma viene comunemente chiamata robinia o impropriamente acacia per la sua somiglianza con le piante del genere Acacia; la robinia è originaria del Nord America, forse della Louisiana, negli attuali Stati Uniti, ed è arrivata in Europa nel flusso di semi di piante strane provenienti dal nuovo mondo.

Carlo Linneo (1707-1778), il grande naturalista svedese a cui si deve la classificazione delle piante, la chiamò così in onore di Jean Robin (1550-1629), erborista e farmacista dei re francesi, che aveva avuto l’incarico di organizzare l’Orto botanico dell’Università di Parigi. I semi di robinia erano capitati nelle sue mani pare nel 1601; Robin li piantò e ne ottenne dei bellissimi alberi ornamentali, divenuti in poco tempo di gran moda e ben presto diffusi in tutta Europa. In Italia la robinia fu coltivata per la prima volta già nel 1602 nell’Orto botanico di Padova da dove si diffuse in Piemonte e in Lombardia sia come pianta ornamentale, sia come specie forestale.

Alessandro Manzoni introdusse la robinia nel giardino della sua bella villa di Brusuglio in Brianza, e ne consigliò l’uso per il rimboschimento e il consolidamento dei terreni collinari erosi. La robinia ha varie virtù: cresce rapidamente e spontaneamente, con tronchi diritti che possono superare i 15-20 metri di altezza e che raggiungono, in pochi anni, un diametro anche di un metro, sviluppando una gran massa di foglie che, per molti mesi, assicurano ombra e una gradevole vista nel periodo in cui si formano grappoli di fiori bianchi. Le robinie si prestano bene come piante ornamentali nelle città e nei parchi e giardini urbani anche perché resistono bene all’inquinamento.

Con la loro facile diffusione e le radici profonde rappresentano un economico e sicuro sistema di difesa del suolo contro l’erosione, un problema che riguarda tante zone d’Italia anche del Mezzogiorno. Una seconda virtù è costituita dall’elevata resa di biomassa; la robinia è una “macchina” solare che cresce molto rapidamente fissando la radiazione del Sole per formare materia vegetale: in molti casi, in un ettaro e in un anno si formano venti tonnellate di biomassa avente un valore energetico equivalente a quello di una diecina di tonnellate di petrolio, e questo anno dopo anno.

La terza virtù sta nel fatto che la robinia è una leguminosa, cioè una pianta capace di crescere senza bisogno di concimi perché fissa l’azoto atmosferico mediante batteri che sono presenti in speciali noduli nelle radici. I batteri vivono in simbiosi con la pianta: traggono dalla pianta le sostanze necessarie alla propria vita e, in cambio, cedono alla pianta molecole organiche azotate che i batteri formano al proprio interno utilizzando l’azoto, gratuito, dell’aria: piccole, quasi invisibili ma efficientissime fabbriche chimiche. Le foglie della robinia hanno, perciò, un elevato contenuto di proteine, dal 200 a 250 grammi per chilogrammo di foglie secche, e sono quindi adatte per l’alimentazione del bestiame; inoltre le foglie che restano nel terreno restituiscono l’azoto al terreno stesso.

I fiori della robinia attraggono le api che elaborano un miele di qualità, molto buono, commerciato come “miele di robinia (o di acacia)”; un ettaro di robinieto può dare anche 800 chili di questo miele. Il maggiore interesse è rivolto al legno di robinia che è stato ed è usato come combustibile perché brucia bene, con poco fumo anche quando è ancora umido, e con elevato potere calorifico. Oltre che come combustibile tale legno, fra i più duri, resistente agli incendi, è molto ricercato sia per la fabbricazione di mobili, giocattoli di legno, parquet, addirittura case, sia per l’impiego come pali e traversine. La Puglia è oggi alle prese con lo smaltimento di traversine di legno rese resistenti all’attacco dei microrganismi per addizione dell’inquinante creosoto; ebbene i pali e il legname di robinia sono resistenti nel terreno senza bisogno di alcun trattamento e sono, fra l’altro, utili per le palificazioni nelle miniere. Se la robinia ha tante virtù, qualche difetto dovrà pure averlo.

Lo scrittore Carlo Emilio Gadda aveva rimproverato a Manzoni di aver avuto la malaccorta idea di diffondere una così “pungentissima” pianta. Effettivamente le spine del suo fusto sono fastidiose e inoltre la robinia è infestante; se volete liberarvene farete una certa fatica perché si diffonde in maniera invasiva e anzi soffoca altre piante e tende a creare dei veri boschi di sole robinie. Le virtù tecniche e commerciali devono però essere prevalenti perché la robinia è diffusa in tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale dove si stima una presenza di 2 milioni di esemplari. In Ungheria esiste addirittura un centro di ricerche, “Hungarobinia”, dedicato alla diffusione delle conoscenze scientifiche, ma soprattutto applicative della pianta e del suo legno.

Le robinie crescono bene in ambienti molto diversi e anche in montagna e la loro diffusione si sta estendendo anche in Africa e in altri paesi. In Italia, sono state e sono abbastanza diffuse, come testimonino i numerosi alberghi e ville che ne portano il nome, anche se attualmente occupano appena 150.000 ettari, soprattutto nell’Italia settentrionale; un centro di ricerca sulla robinia come potenziale fonte energetica esiste a Porano, vicino Roma. Mi chiedo perché una maggiore attenzione a questa pianta non sia dedicata in Puglia e Basilicata e in tutto il Mezzogiorno dove pure terreni esposti all’erosione ce ne sono in abbondanza. Ancora una volta da capitoli meno conosciuti del regno vegetale, della biomassa “solare”, ci si possono aspettare occasioni di lavoro, e vantaggi economici e ambientali.