SM 2965 — Il Papa e l’ecologia — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 20 luglio 2008

Giorgio Nebbia  nebbia@quipo.it

”Forse con riluttanza giungiamo ad ammettere che vi sono anche delle ferite che segnano la superficie della terra: l’erosione, la deforestazione, lo sperpero delle risorse minerali e marine per alimentare un insaziabile consumismo. Alcuni di voi giungono da isole-Stato, la cui esistenza stessa è minacciata dall’aumento dei livelli delle acque; altri da Nazioni che soffrono gli effetti di siccità devastanti. La meravigliosa creazione di Dio viene talvolta sperimentata come una realtà quasi ostile per i suoi custodi, persino come qualcosa di pericoloso”. In queste parole, con cui Benedetto XVI ha aperto a Sydney la 33a giornata mondiale della gioventù, c’è il concentrato di tutti i problemi “ecologici” del nostro tempo. Le offese alla natura non vengono soltanto dalla malvagità e avidità umana, ma in gran parte da azioni considerate lodevoli: il produrre e consumare merci non è forse la vera via che assicura felicità, occupazione, ricchezza ?

Eppure inevitabilmente la crescita dei consumi materiali è la causa prima e diretta delle “ferite” di cui parla il Papa. L’erosione del suolo e il diboscamento derivano dalla “necessità” di assicurare spazio alle strade, alle fabbriche, ma anche alle seconde case, alle piste da sci, agli insediamenti turistici; le piogge che cadono sui suoli erosi provocano alluvioni, portano via terra fertile. Lo sperpero delle risorse minerarie deriva dalla crescente fame di fonti di energia, di metalli, di pietre, per alimentare macchine e città e fabbriche di oggetti spesso inutili.

Ogni materia minerale o vegetale o animale che entra in un ciclo di produzione fuoriesce in forma di gas, liquidi o solidi che si disperdono nell’aria, nelle acque, nel suolo e rendono questi beni naturali inadatti all’uso da parte di altri esseri umani. I rifiuti solidi urbani e industriali invadono campi e cave e lasciano filtrare nel sottosuolo liquami che rendono non potabili e non utilizzabili le acque. La combustione dei combustibili fossili — necessaria per far camminare le automobili, per scaldare e raffreddare le case, per comunicare e allargare le conoscenze, per far funzionare le fabbriche che assicurano lavoro a miliardi di persone, tutte cose “buone” in se — genera e immette nell’aria enormi quantità (trentamila milioni di tonnellate ogni anno) di sostanze che modificano la composizione chimica dell’atmosfera e fanno aumentare la temperatura terrestre. Da qui l’innalzamento dei livelli dei mari che allagano le coste di molti paesi, l’avanzata dei deserti, le alluvioni e la siccità, quei fenomeni per cui la natura, la “meravigliosa creatura di Dio”, finisce per sembrare ostile e pericolosa per coloro che dovrebbero custodirla e goderne i frutti.

A maggior ragione produzioni e consumi “buoni” hanno effetti devastanti quando diventano “insaziabili” e qui stanno le contraddizioni con cui devono fare i conti governi e legislatori, ma anche i cristiani, nei paesi industrializzati e in quelli poveri. Chi stabilisce quali bisogni sono essenziali e quali superflui ? Una limitazione dei bisogni “superflui” verrebbe ad incidere sulla occupazione di centinaia di milioni di famiglie il cui salario e la cui sopravvivenza dipendono proprio dalla produzione di beni superflui, addirittura di merci oscene come le armi, le mine, le bombe nucleari. Il problema è ancora più drammatico nei paesi arretrati e poveri, o nelle fasce povere dei paesi ricchi; lo sviluppo e la liberazione dei poveri richiedono anch’essi beni materiali tratti dalla natura: il diboscamento è spesso motivato dal fatto che popoli in grande miseria cercano di aumentare la superficie coltivabile o da trasformare in pascoli, da scavare per ricavarne metalli, senza rendersi conto che tale diboscamento accelera i fenomeni “violenti” di erosione del suolo e di mutamento del clima.

La grande sfida di una tecnologia e economia al servizio dell’uomo, capace di rendere la Terra “più adatta da abitare”, come chiedeva l’enciclica “Populorum progressio” (1967), consiste nel frenare i consumi “insaziabili” al fine di procurare i beni essenziali a chi ne è privo, attenuando le conseguenze planetarie e future che hanno caratterizzato la crescita fino ad oggi. Forse la chiave per risolvere questa e altre contraddizioni sta nella riscoperta del concetto di “prossimo”, una “condizione” non solo biblica, non solo cristiana, ma direi universale. Le violenze alla natura appaiono così come forme di violenza al prossimo e le conoscenze ecologiche impongono di allargare il concetto tradizionale di prossimo, finora considerato come costituito dalle persone che sono vicine a noi, che conosciamo, che siamo stati abituati a rispettare (e neanche tanto), che le leggi impongono di non derubare e di non uccidere.

Ma le violenze ecologiche esercitate con i gas inquinanti o con i rifiuti tossici, possono colpire anche un “prossimo” lontano migliaia di chilometri da ciascuno di noi. Possiamo non conoscerlo, non siamo in grado di vederne il volto, ma lo avveleniamo lo stesso con le produzioni e i traffici che ci consentono di avere una vita piena di merci e di comodità. E ancora: molte nostre azioni, come le modificazioni della composizione chimica dell’aria, la distruzione dell’ozono stratosferico, l’eredità delle scorie delle attività nucleari non solo militari, ma anche delle centrali nucleari commerciali, scorie che continuano ad emanare pericolosa radioattività per secoli o per millenni, sono atti di violenza verso un “prossimo del futuro”, che non conosceremo mai, ma che sarà danneggiato dalle conseguenze delle nostre scelte “economiche” e di consumo. Non a caso il Papa a Sydney si è rivolto ai giovani che in tale futuro vivranno.

Nello stesso tempo la giustizia e la parsimonia nell’uso delle risorse della natura sono indispensabili non solo per motivi etici o di rispetto o amore per il prossimo vicino, lontano nello spazio e nel tempo, ma, su un piano puramente egoistico, sono indispensabili per ottenere una qualche forma di pace (o di minore violenza) fra i popoli. Molti conflitti derivano dalla conquista da parte dei paesi ricchi delle risorse minerarie, agricole e della stessa acqua dei paesi poveri; soltanto se le risorse della natura saranno usate di meno, con meno sprechi, dai paesi ricchi e oggi anche da quelli emergenti, ce ne sarà una frazione sufficiente per coloro che oggi non hanno cibo, né acqua pulita, né decenti condizioni sanitarie, né energia e che — ed è abbastanza comprensibile — sono intenzionati a conquistare questi beni anche con la forza e la violenza contro altri popoli e contro la natura. Il movimento internazionale “Pace, giustizia e salvaguardia del creato”, nato a Basilea nel 1989, vede impegnati cristiani delle comunità in tutto il mondo, che continuamente ricordano che la salvaguardia del creato è figlia della giusta distribuzione fra i popoli dei beni comuni della Terra e che, come dice il profeta Isaia, la pace è figlia della giustizia, “Opus iustitiae pax”.