SM 2923 — Nucleare di terza generazione ? — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 1 aprile 2008

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Vien ripetuto sempre più spesso, anche nei programmi elettorali, che l’Italia potrà risollevarsi dalla crisi economica soltanto aumentando i consumi e specialmente i consumi di elettricità e che per questo è necessario, anzi indispensabile, costruire nuove centrali nucleari. Chi fa questi conti esamina le alternative possibili e le scarta una dopo l’altra. Pannelli fotovoltaici che trasformano direttamente la radiazione solare in elettricità ? neanche pensarci, occorrerebbero migliaia di ettari di superficie e si andrebbe incontro a costi elevatissimi. Gli inceneritori di rifiuti potrebbero fornire il calore per alimentare centrali elettriche, ma anche questa elettricità dai rifiuti, pur contrabbandata come prodotta da fonti “rinnovabili”, non sarebbe sufficiente e poi è inquinante. La produzione con centrali elettriche alimentate a combustibili fossili generano inevitabilmente l’anidride carbonica che contribuisce all’effetto serra e ai mutamenti climatici, e l’Italia è già tanto al di sopra dei limiti massimi di emissioni che ci sono stati assegnati dagli accordi internazionali (l’accordo di Kyoto e le sue varianti). E poi il carbone è inquinante, il petrolio è sempre più costoso, il gas naturale è scomodo da trasportare e scaricare dalle navi cisterna frigorifere e da riportare allo stato gassoso mediante rigassificatori. 

Non resterebbe che la resurrezione dell’energia nucleare, ma non con quelle vecchie centrali che sono state esposte all’attacco degli ambientalisti, con centrali, si dice, “di terza generazione”. Le centrali di prima generazione sarebbero le primissime, in Italia ne furono costruite tre, oggi chiuse (e che non si sa bene come smantellare), con bassa potenza (poche centinaia di megawatt) e con limitate norme di sicurezza; le centrali di seconda generazione sarebbero quelle con maggiore potenza (circa 1000 megawatt), circa 450 nel mondo, con un po’ più di efficienza e sicurezza. Forse sarà, dicono, fra molti decenni, possibile costruire centrali di quarta generazione, con reattori a fusione nucleare (tutte quelle attuali sono basate sulla fissione dei nuclei di uranio e plutonio) ma nessuno sa se saranno mai realizzate e in grado di fornire elettricità su scala commerciale. Intanto, dicono, accontentiamoci delle centrali nucleari di terza generazione; se ho letto bene, l’Italia prevede di acquistarne cinque (o magari anche dieci) nei prossimi anni.

Una centrale nucleare di terza generazione funziona come le precedenti e utilizza il ciclo uranio-plutonio. Dei due isotopi dell’uranio quello 238 (che contiene, nel nucleo atomico, 238 particelle fra protoni positivi e neutroni privi di carica) e quello 235, solo quest’ultimo “si spacca” quando è colpito da neutroni con liberazione di grandi quantità di calore; occorre però che la concentrazione dell’uranio-235 caricato nei reattori sia da 5 a dieci volte superiore a quella dell’uranio che si trova nei minerali naturali. Speciali impianti di “arricchimento” fanno aumentare la concentrazione dell’uranio-235 rispetto a quello 238; all’interno dei reattori nucleari i neutroni da una parte provocano la fissione dell’uranio-235 con liberazione di calore, ma insieme trasformano una parte dell’uranio-238 inplutonio che è in parte anch’esso “fissile”, cioè può produrre calore in miscela con l’uranio. 

Con vari accorgimenti il calore che si libera nei reattori di terza generazione produce vapore ad alta pressione e ad alta temperatura (superiore a quella dei reattori precedenti), che viene avviato ai generatori di elettricità; per farla breve i nuovi reattori possono alimentare centrali termoelettriche anche di 1600 megawatt e hanno (avrebbero) un rendimento elevato, confrontabile con quello delle centrali termoelettriche a combustibili fossili, e una lunga vita utile. Il reattore per le centrali che vorrebbero acquistare per l’Italia si chiama “EPR3” (una sigla di cui sentiremo parlare in futuro). In Finlandia ne stanno costruendo uno nella cittadina di Olkiluoto, sul mare; occorre infatti un insediamento sulle rive del mare perché la centrale deve pompare, per il raffreddamento delle turbine, circa65 metri cubi al secondo, quasi un fiume, di acqua marina che ritorna, scaldata, nel mare, e deve produrre acqua distillata per dissalazione dell’acqua di mare per l’alimentazione delle caldaie. L’altro reattore sarà costruito da qui al 2012 o forse anche più avanti, a Flamanville nel nord della Francia, con la partecipazione finanziaria del 12,5 % dell’Enel. 

C’è un futuro per questi reattori per l’Italia ? Sono convinto di no; essi non risolvono nessuno dei problemi che affliggono il nucleare; lasciamo da parte i costi monetari del chilowattora elettrico, il cui calcolo è sempre molto discutibile. Lasciamo da parte la sicurezza che, dicono, dovrebbe essere garantita da più grossi e spessi involucri del reattore vero e proprio, contenente il “combustibile” nucleare ad alta temperatura. Se cinque centrali nucleari di terza generazione dovessero essere insediate in Italia, non so certo (e credo nessuno sappia) dove potrebbero essere collocate, in coste o isole sovraffollate e già congestionate, in riva ad un mare non certo adatto a ricevere un ulteriore sovraccarico di calore di rifiuto; non si vede come verrebbe resa disponibile altra elettricità prima di una dozzina di anni (si dice che comincerebbero a produrre elettricità dopo il 2020); tanti ne occorrerebbero per la progettazione, la scelta delle localizzazioni, gli investimenti, le autorizzazioni, il superamento delle inevitabili contestazioni locali.

Infine la scelta nucleare comporterebbe la produzione di altri materiali radioattivi di rifiuto; non riusciamo a liberarci delle scorie già esistenti nel nostro paese; cinque reattori da 1600 megawatt ciascuno produrrebbero una quantità di scorie molte diecine di volte superiore a quella delle scorie già esistenti. Purtroppo nei programmi elettorali non si sente mai parlare di un piano energetico nazionale in grado di identificare i migliori sistemi di produzione elettrica, di razionalizzazione di impianti e processi per diminuire i consumi, di utilizzazione di fonti energetiche interne, di abbattimento degli agenti inquinanti e dei gas responsabili dell’effetto serra. E soprattutto nessuno dice quanta energia davvero occorre per rilanciare l’occupazione e diminuire le tariffe.