SM 2914 — Il picco — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 26 febbraio 2008 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Mentre scrivo il prezzo del petrolio oscilla intorno a 100 dollari al barile; un barile di petrolio contiene circa 135 chili di petrolio, con un euro si comprano 1,47 dollari, per cui 100 diviso 135 e diviso ancora per 1,47, sta ad indicare un prezzo del petrolio, nelle unità di misura a noi più familiari, di poco più di mezzo euro al chilo, 500 euro alla tonnellata. Non fa meraviglia che il prezzo della benzina sia salito a circa 1,40 euro al litro (circa 1,9 euro al chilo), e quindi un chilo di benzina “vale” circa un chilo di pane.

Sia la benzina sia il gasolio si ottengono, come è noto, dalla distillazione del petrolio greggio. Il prezzo del petrolio da mesi è incollato fra 450 e 500 euro alla tonnellata e questo alto prezzo si trascina dietro l’aumento di prezzo di tutte le merci per la cui produzione e il cui trasporto il petrolio è indispensabile, cioè tutte. Il grano e le patate crescono con concimi per i quali occorre petrolio e il petrolio occorre per i trattori e per i mulini; le materie plastiche e la gomma sono prodotte con derivati del petrolio; gli automezzi, i treni, le navi, gli aerei, e le persone e le merci trasportate si muovono con carburanti petroliferi. C’è un vasto dibattito sui motivi delle bizzarrie del mercato del petrolio; l’alto prezzo può essere dovuto a speculazioni, a tensioni politiche in paesi produttori come la Nigeria, all’incendio in una raffineria (come è avvenuto nei giorni scorsi nel Texas) o forse a varie ragioni tutte insieme. Alle quali si aggiunge l’effetto dell’impoverimento delle riserve mondiali di petrolio; da alcuni anni la produzione annua mondiale di petrolio è quasi costante al punto da far pensare che essa abbia raggiunto un massimo, un “picco”. 

Il fenomeno era stato previsto da un geologo americano, King Hubbert (1903-1989) http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/m-k-hubbert-energy-resources/ nel 1956 ed aveva influenzato le varie teorie dei “limiti alla crescita” della produzione agricola e industriale. Sul “picco del petrolio” sono stati scritti diecine di libri e di saggi diffusi anche attraverso una associazione ASPO (per lo studio del picco del petrolio, appunto) con varie sezioni nazionali e anche una italiana. Quando Hubbert scrisse il suo articolo sulla prevedibile scarsità futura del petrolio la produzione di petrolio degli Stati Uniti stava ancora aumentando; Hubbert previde che tale produzione avrebbe raggiunto un picco intorno al 1975 e da allora i pozzi si sarebbero gradualmente impoveriti; è avvenuto proprio così e oggi il potente impero statunitense deve importare il 60 % del petrolio che consuma. Hubbert aveva basato su considerazioni geologiche la stima della quantità del petrolio presente nel sottosuolo e nell’ultimo mezzo secolo abbiamo visto che la produzione petrolifera dei giacimenti del Mare del Nord, in Indonesia e in alcune zone del Golfo Persico ha raggiunto un “picco” per poi declinare. Molte altre produzioni mondiali di materie prime, dopo aver raggiunto un massimo, sono diminuite o si sono azzerate, ogni volta con conseguenze economiche e sociali negative: disoccupazione e emigrazioni. 

Ce ne sono numerosi esempi anche in Italia. Nel 1800 il principale paese produttore di zolfo nel mondo era la Sicilia; per una serie di errori di gestione e per l’arretratezza delle tecniche di estrazione, a poco a poco i giacimenti si sono esauriti e sono stati abbandonati; subito dopo la seconda guerra mondiale le miniere siciliane sono state chiuse una dopo l’altra con effetti devastanti, costringendo tanti poveretti disoccupati ad emigrare, come racconta il bel film di Pietro Germi, “Il cammino della speranza” (1950) con Raf Vallone e Elena Varzi. Si sono esauriti i giacimenti di bauxite di San Giovanni Rotondo, “sfruttati” dal 1937 al 1970; quelli di acido borico in Toscana; si stanno esaurendo i giacimenti italiani di gas naturale, la cui produzione ha raggiunto un “picco”, 19 miliardi di metri cubi, nel 1997 e da allora è andata declinando. 

La crescita e il declino della produzione delle materie prime e delle merci possono essere descritti con equazioni matematiche, del tutto simili a quelle che descrivono il destino di una popolazione che abita un territorio in cui è scarso lo spazio o il cibo; quando un prato non ha più erba o un fiume non ha più acqua, il numero degli individui di una popolazione declina, talvolta fino a scomparire. Lo studio dell’andamento della produzione e dell’uso delle materie prime e delle merci non è un frivolo esercizio di professori di università o di ambientalisti, ma è (sarebbe) in grado di dare delle utili indicazioni ai governi; quando un governo si accorge che una produzione si sta avvicinando al “picco” potrebbe predisporre strumenti per far fronte alle prevedibili conseguenze. Purtroppo manca, nei governi, nelle scuole e nell’opinione pubblica, una educazione allo studio delle previsioni, dei futuri possibili, come si diceva una volta. Quando si delinea un fenomeno di scarsità o di restringimento del mercato sembra che ci sia un pudore o uno spavento davanti alle prospettive di un necessario cambiamento. 

Eppure proprio una cultura e diffusione delle previsioni economiche aiuterebbe ad evitare futuri danni e dolori. Chi esplora la ricchissima biblioteca della Facoltà di Economia dell’Università di Bari trova, fra l’altro, una preziosa collezione di libri dell’economista e statistico Giorgio Mortara (1885-1967) intitolati: “Prospettive economiche”. L’Università Bocconi di Milano aveva dato incarico al professor Mortara di preparare ogni anno — lo fece per 17 anni, dal 1920 al 1937 — un volume contenente l’esame della produzione italiana e mondiale di materie prime, di prodotti agricoli e industriali, nonché le tendenze della popolazione e dell’economia, in modo da offrire agli operatori economici e al governo informazioni immediate sui mutamenti in atto e alcune previsioni su quanto avrebbe potuto succedere negli anni successivi. Questi studi previsionali si sono interrotti quando il fascismo, per le nefaste leggi razziali, ha costretto Mortara, che era ebreo, ad emigrare in Brasile dove ha creato una scuola di demografia e statistica. Pensando al “picco” del petrolio e di molte altre materie strategiche vorrei raccomandare al prossimo governo di incoraggiare delle ricerche di previsioni merceologiche: forse alcune conseguenze dell’aumento del prezzo di molte merci avrebbero potuto essere evitate cercando di stare attenti all’evoluzione della produzione dei pozzi e delle miniere, qua e là per il mondo.