SM 2901 — Cinema e ambiente — 2008

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 8 gennaio 2008

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Le lettrici e i lettori che ammirano la brava e bella Julia Roberts non avranno certamente perduto il film “Erin Brockovich” diretto nel 2000 da Steven Soderbergh, premio Oscar per la Roberts. Il film racconta la storia vera di Erin Brockovich, una impiegatuccia di un piccolo studio legale della California, che da sola condusse (e vinse) una battaglia contro la potente industria Pacific Gas & Electric, PG&E, responsabile di aver versato nel sottosuolo delle soluzioni di cromo esavalente, tossico e cancerogeno, usato come antiruggine nella centrale di compressione del gas, e di aver inquinato le falde idriche da cui traevano l’acqua potabile gli abitanti del paesino di Hinkley. La battagliera Brockovich convinse 650 abitanti del paese a fare causa alla PG&E accusandola di aver provocato, col suo inquinamento, varie malattie che andavano dal tumore al seno al linfoma di Hodgins, ad aborti, eccetera. L’impresa chiamata in causa ha cercato dapprima di negare l’evidenza, la presenza di cromo esavalente nelle acqua del sottosuolo; poi di negare il modo in cui gli scarichi finivano giù da un pozzo.

Una volta riconosciuto che il cromo era effettivamente presente, per colpa sua, nelle acque sotterranee, la PG&E sollevò tutta un’altra serie di obiezioni. Era poi vero che il cromo finiva nelle falde da cui veniva tratta l’acqua potabile ? Era poi vero che il cromo esavalente manifesta la sua tossicità quando è assorbito con l’acqua potabile ? E quale è la concentrazione di cromo che si può considerare responsabile dei vari tumori riscontrati nella popolazione ? E se anche il cromo fosse stato assorbito con l’acqua potabile avrebbe da solo potuto causare tante differenti malattie ? Alla fine comunque la società accettò di risarcire i ricorrenti con la forte somma di 333 milioni di dollari, la più alta finora pagata per danni provocati da un inquinamento mediante una “class action”, un istituto giuridico abbastanza diffuso negli Stati Uniti e che sarà utilizzabile anche in Italia, consistente nella richiesta di danni da parte non di un singola persona, ma di un gruppo di persone che si considerano danneggiate da un soggetto economico. 

La storia di Erin Brockovich non è stata l’unica trattata da film recenti. Qualcuno ricorderà forse un altro bel film intitolato “A civil action” (anche in italiano), del 1998, diretto da Steven Zaillian e interpretato da John Travolta, nella parte di un avvocato difensore dei diritti di numerosi cittadini che si erano ammalati di tumori attribuiti all inquinamento dell’acqua potabile, e da Robert Duvall, nella parte dell’avvocato degli inquinatori. Anche questo film si ispira ad una storia vera ambientata nella tormentata cittadina di Woburn nel Massachusetts, non lontana da Boston, negli Stati Uniti. Tormentata perché nella zona industriale di Woburn, nel corso dei decenni, si sono insediate fabbriche responsabili di vari inquinamenti, poi chiuse e abbandonate; una industria nucleare aveva inquinato l’ambiente con sostanze radioattive; alcune fabbriche chimiche e alimentari hanno cambiato produzione e proprietà, per cui era difficile risalire alle cause iniziali delle malattie che colpivano gli abitanti al tempo del processo.

Il romanzo-inchiesta di Jonathan Harr, e il film che ne è stato tratto, raccontano la solita storia: come identificare le sostanze inquinanti, in questo caso tricloroetilene usato come sgrassante, come ricostruire chi l’ha versato nel sottosuolo (nel romanzo e nel film un ex-operaio rivela l’origine dell’inquinamento), dove è stato sversato nel sottosuolo, come ha potuto circolare nelle falde sotterranee fino ad arrivare ai pozzi. E ancora le reazioni delle industrie sotto accusa, impegnate a negare l’evidenza; gli atti del processo sono depositati nelle biblioteche universitarie, sono disponibili in Internet e sono oggetto di uno speciale corso universitario intitolato: “la scienza nei processi”. Chi se se gli studenti del corso di laurea in ”Economia dell’ambiente” a Manfredonia (corso poi abolito), studiano gli atti del processo contro l’Enichem ?

Ancora prima dei due citati c’era stato un altro film, “Silkwood”, del 1983 (regia di Mike Nichols), tratto da un libro-inchiesta di Richard Rashke. Karen Silkwood, interpretata dalla brava Meryl Streep, era una operaia e una sindacalista della fabbrica Kerr-McGee che nell’Oklahoma preparava pastiglie contenenti plutonio, un “combustibile” per reattori  nucleari. Nel 1973 cominciò ad osservare malattie in alcuni altri operai e dopo poco anche il suo corpo risultò contaminato da plutonio. La Silkwood stava per portare questi documenti al sindacato chimici americano quando, viaggiando in automobile, ebbe un incidente che la uccise. La fabbrica fu riconosciuta colpevole di molte inadempienze nei confronti della sicurezza dei lavoratori e fu costretta a chiudere nel 1975. Attraverso il libro e il film — uno dei pochi in cui una macchina da presa entra in una fabbrica — l’opinione pubblica americana e mondiale conobbero i pericoli dell’energia nucleare. Il tema della sicurezza torna attuale con i tentativi di resurrezione delle attività nucleari commerciali anche in Italia. 

E’ singolare che la produzione cinematografica italiana si sia così poco interessata delle lotte contro le contaminazioni ambientali e per la difesa della salute nelle fabbriche. Eppure i casi per soggetti cinematografici non mancano: Manfredonia e Taranto (in Puglia), Cengio (in Liguria), Marghera (nel Veneto), Trisaia (in Basilicata), Carrara (in Toscana), Gela (in Sicilia), gli stabilimenti Eternit e Fibronit, e tanti altri. I pochi esempi sopra citati mostrano che con l’impegno civile si possono fare film anche belli e di successo.