SM 2897 — Carta e computer — 2007

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 18 dicembre 2007

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Lo speciale Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (CERIS) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha di recente resi noti i risultati di uno studio con cui si dimostra che la diffusione dei documenti con computer e reti elettroniche, in forma “digitale” come si suol dire, comporta un forte risparmio monetario e un minore danno ambientale rispetto alla utilizzazione e diffusione dei dati su carta, come è avvenuto finora. In questo studio è stato stimato che l’uso di materiali cartacei negli uffici italiani, ogni anno, è superiore a 1,2 milioni di tonnellate.

Per produrre una tonnellate di carta da ufficio, con cui è possibile ottenere circa 200-300 miliardi di fogli, occorre trattare circa 3-4 tonnellate di legno ricavato da 15-17 alberi e occorrono circa 30 metri cubi di acqua, oltre a vari reagenti; la produzione di carta dal legno influenza anche l’effetto serra e i mutamenti climatici sia per l’immissione nell’atmosfera di anidride carbonica e di altri gas durante il processo, sia perché ogni albero tagliato fa diminuire, per alcuni anni, l’anidride carbonica che ciascun albero porta via dall’atmosfera con la fotosintesi. Gli effetti ambientali ci sono, sia pure minori, anche se si usa carta riciclata, per cui si può dire che la transizione elettronica, la informatizzazione degli uffici, comporta effettivamente minori consumi di legno, minori consumi di acqua e energia, minori emissioni di anidride carbonica. Essa inoltre permetterebbe di risparmiare spazio, quello occupato da documenti e libri cartacei; spazio che è una risorsa scarsa, tanto che uffici, biblioteche e archivi “devono” sbarazzarsi periodicamente di una parte del proprio patrimonio cartaceo il cui “contenuto di informazioni” va così perduto.

Ma per quanto tempo e come, in futuro, potremo accedere ai documenti e ai libri “elettronici” per controlli, per verifiche e come materiale di archivio ? Del destino dei documenti di carta si sa (quasi) tutto; la fortuna degli storici sta nel fatto che ci sono pervenuti, perfettamente leggibili, i documenti, le lettere e le fatture dei mercanti e dei governanti almeno dal Trecento in poi; la disgrazia degli storici sta nel fatto che la maggior parte delle lettere, delle fatture, dei documenti di milioni di mercanti e di funzionari e di persone dei secoli passati sono andati perduti, più per incuria e disinteresse dei proprietari, che per decomposizione della carta su cui erano scritti. Anzi certi fogli di carta non si decompongono neanche nelle discariche dei rifiuti; le ricerche di archeologia dei rifiuti hanno mostrato che alcune discariche contengono, ancora leggibili, giornali di mezzo secolo fa. E il libro, anche se stampato su carta scadente, non tradisce mai. 

La “rivoluzione microelettronica” — come l’ha chiamata il libro commissionato dal Club di Roma a Friedrichs e Schaff nel 1982 — è giovanissima; in meno di mezzo secolo si è passati da complicati e ingombranti strumenti basati su valvole termoioniche e nuclei di ferrite, a computers basati sui transistor, sempre più piccoli, veloci e capaci di immagazzinare quantità enormi di informazioni; quello su cui sto scrivendo, del peso di un paio di chili e della superficie di un decimo di metro quadrato, è capace di raccogliere e conservare anche mezzo milione di articoli della lunghezza di quello che state leggendo. Dopo aver considerato il consumo di legno e di acqua e di energia e l’effetto inquinante della carta, sarei tentato di “non” stampare su carta una copia di questo articolo, e farei malissimo. Da quando ho cominciato ad usare i computers ho cambiato almeno cinque modelli: tutti erano differenti e trattenevano, dentro di se, le informazioni con “sistemi operativi” e “linguaggi” differenti e su supporti differenti. La velocità di trasformazione, di diffusione e di perfezionamento di questi strumenti è stata così grande da provocare il rapidissimo invecchiamento di ogni nuovo computer con la graduale scomparsa e l’oblio dei modelli precedenti, al punto che ogni computer, a pochi anni di distanza dalla sua introduzione, è già un oggetto da museo e da archivio. 

Scompare così una grande massa di informazioni raccolte sui computers del passato; i supporti magnetici, tutti sostanzialmente basati su innumerevoli piccoli segnali SI/NO che “si muovono” alla velocità della luce, sono passati da grandi dischi che trasferivano le informazioni su schede perforate di carta, ai dischi da cinque pollici, a quelli da tre pollici e mezzo (i “floppy”), capaci ciascuno di immagazzinare poche diecine di articoli della lunghezza di questo che state leggendo. Gran parte di questi dischi sono oggi inutilizzabili anche perché non esistono quasi più computers capaci di “leggere” il loro contenuto. L’attuale generazione di computers raccoglie le informazioni su un disco interno che nessuno vede e, per la conservazione delle informazioni, si può usare un “compact disk” e ancore più recentemente sulle “penne”, piccoli aggeggi lunghi come un dito, capace di contenere da 50 a 100 mila articoli come questo. Da quando uso computers mi è sempre stato raccomandato di copiare — di fare un “backup”, come si dice — di ogni cosa che scrivo perché se perdo il computer o se lo rubano o se il disco fisso “si ammala”, proprio così, per colpa di un velenoso virus che distrugge tutto quello che è scritto, non mi resterà niente. La stessa fragilità della perfezione e della ricchezza si ha con l’enorme massa di informazioni che circolano in Internet; fra una marea di chiacchiere e frivolezze, in Internet sono disponibili raccolte preziose di documenti e testi, ma periodicamente, sempre per ragioni di risparmio, una parte di essi “si volatilizzi” e scompare, spostato o cancellato: bisogna copiare subito sul proprio computer quello che sembra interessante.

E ancora: se si vogliono utilizzare le informazioni che lo schermo del computer sforna in grande quantità, bisogna prendere carta e penna e scrivere appunti, o stampare tali informazioni …. su carta, e si ricasca ancora nella trappola dell’albero e dell’effetto serra. Ben venga, quindi, la “dematerializzazione” della società grazie ai computers, ma si facciano anche ricerche sulla ragionevole durata della vita delle informazioni immagazzinate su supporti magnetici per evitare che il successo di oggi nasconda trappole tecnologiche per chi verrà domani.