SM 2895 — Etica e ambiente — 2007

This entry was posted by on martedì, 14 agosto, 2012 at
Print Friendly

Inquinamento49, (99), p. 3 (dicembre 2007)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Ha senso parlare di etica, di bene e di male, di buono e di cattivo, a proposito dell’acido solforico, del polipropilene, del piombo tetraetile, per citare soltanto alcuni prodotti “chimici”, prodotti, appunto, ottenuti da materie naturali, minerali o fossili, inorganiche o organiche, con la tecnica, grazie a nuove conoscenze della struttura della materia ? Ha senso, come dimostra il fatto non solo che si moltiplicano le proteste degli ecologisti e dei consumatori contro scelte tecniche considerate “cattive” per la natura e per la salute, ma che nel mondo, ogni anno, vengono pubblicate migliaia di pagine contenenti precise (abbastanza precise) norme che regolano quello che si può, o non si può, o non si deve “produrre”. Il bene e il male nel mondo della tecnica non sono novità; per restare a tempi vicini a noi nel suo trattato minerario del 1556 Giorgio Bauer, detto Agricola, parlava degli effetti nocivi dell’inquinamento dovuto alle fonderie di metalli o ai gas radioattivi (lui credeva che fossero spiritelli maligni) presenti in certe miniere della Boemia.

Ma gli effetti nocivi — il male — si sono moltiplicati a mano a mano che sono stati risolti “bene” problemi tecnici con sostanze che risultavano dannose alla salute umana o ai raccolti agricoli o alle foreste o al mare e che, dopo tale scoperta, hanno dovuto essere vietate. Uno dei casi più noti è quello del piombo tetraetile, il “più perfetto” e meno costoso antidetonante della benzina, la cui addizione ha determinato un salto avanti nella tecnica automobilistica e aeronautica; fino a quando la constatazione della sua pericolosità per i lavoratori e della tossicità dei gas di combustione ha imposto il divieto del suo uso.

Un libro di alcuni anni fa, intitolato “La tecnologia imprevidente” (1) e un altro “Perché le cose ci rimbalzano indietro” (2), erano proprio dedicati a simili eventi. In un altro mondo sarebbero motivi etici — il rispetto degli altri e delle generazioni future, il rispetto per il creato — a regolare la produzione delle merci, ma nel nostro conta quello che è utile al minor costo; una merce o un processo o un macchinario “cattivi” vengono vietati solo perché alcuni protestano, siano essi i cittadini inquinati o i produttori concorrenti in grado di offrire merci “più buone”. Ancora motivi economici, quindi. E ogni transizione da una merce ”cattiva” ad una “buona” o “meno cattiva” comporta conflitti e costi sociali e anche individuali: i produttori di merci “cattive” chiudono le fabbriche e licenziano i lavoratori. Per evitarli, una buona e conveniente soluzione potrebbe essere quella di interrogarsi, prima di fare una cosa, cercando di prevedere le eventuali conseguenze negative, passando dalla filosofia del riparare a quella della prevenzione.

A partire dagli anni settanta del Novecento, un po’ sull’onda delle contestazione ecologica, è andata crescendo una consapevolezza dell’importanza della prevenzione dei guasti tecnologici, sono stati tenuti corsi universitari, congressi ed è nata una scienza dello “scrutinio della tecnologia”, del “technology assessment”. Addirittura nel 1972 è stato istituito negli Stati Uniti un “Office of Technology Assessment” che doveva riferire al Parlamento, non al governo americano, giudizi e pareri sulle innovazioni tecniche (su prodotti chimici e farmaceutici, acqua, energia, eccetera); i documenti dovevano essere pubblici e sono ora disponibili (sono alcune migliaia) in Internet www.princeton.edu/~ota. Il servizio ha funzionato fino al 1995 e poi è stato abolito quando i repubblicani hanno ottenuto la maggioranza al Congresso degli Stati Uniti e si capisce bene perché: l’ufficio forniva spesso indicazioni inopportune e sgradevoli, spiegando sulla base di dati scientifici perché una scelta tecnologica non avrebbe dovuto essere fatta, proprio quando i poteri economici, politici e militari la volevano.

Anche le operazioni di prevenzione dei danni futuri costano; si pensi al costo delle norme per la prevenzione di infortuni negli stabilimenti e nei laboratori chimici; molti di noi hanno avuto i laboratori bloccati perché si trovavano in vecchi edifici e non erano “a norma” con gli scarichi delle cappe o dei lavandini; la costruzione di nuovi edifici, progettati per accogliere laboratori chimici, ha comportato costi, ma la maggiore sicurezza ha anche portato innovazione e conoscenze, che sono anche loro ricchezza e occupazione. Secondo me, uno stato che volesse operare pro bono publico non esiterebbe a creare subito un ufficio per conoscere in anticipo le conseguenze positive e negative di quello che vuole fare (una “agenzia per l’etica tecnologica”) e farebbe bene ad assumere, almeno per la metà dei funzionari, dei (buoni) chimici. 

 

(1)  M.Taghi Farvar, e John Milton (editors), “The careless technology. Ecology and international development”, New York, Natural History Press, 1971 

(2)  E. Tenner, “Why things bite back, New technology and the revenge effect”, London, Fourth estate, 1996