SM 2871 — Chiudere il cerchio della natura — 2007

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 2 ottobre 2007

Giorgio Nebbia <nebbia@quipo.it>

Nel 1972, in coincidenza con la prima conferenza “ecologica” della Nazioni unite, quella di Stoccolma sull’ “Ambiente umano”, apparve un libro del biologo americano Barry Commoner (compie novant’anni quest’anno) intitolato “Il cerchio da chiudere”. Il libro ebbe un successo mondiale grandissimo, fu tradotto subito in italiano dall’editore Garzanti e una seconda edizione italiana, ampliata, apparve nel 1986. Il “cerchio” è quello della natura, nella quale i fenomeni della vita vegetale e animale si svolgono secondo cicli chiusi; nella natura non esistono rifiuti perché le spoglie dei vegetali e degli animali e gli escrementi riportano in ciclo gli elementi chimici che essi contengono e che diventano fonti di vita per altri vegetali; si può dire che nella natura non esiste la morte perché la materia di qualsiasi essere, alla fine del suo ciclo vitale, ritorna ben presto materia per altri. La vita è il fine unico della natura e della vita stessa. Lo stesso discorso valeva, per secoli, per le merci non alimentari, utili a fini umani, derivate dai vegetali e dagli animali: fibre tessili, legname come materiale da costruzione, fonti di energia, saponi, concimi, coloranti, eccetera.

Le molecole offerte dalla natura sono però complicate da conoscere e trasformare in prodotti commerciali; peraltro esse sono distribuite in tutto il pianeta in maniera, direi, “equa” e democratica; si trovano spesso nelle foreste o nei campi di paesi abitati da persone “arretrate” e da tali paesi arretrati dovevano importarle i paesi scientificamente, politicamente e industrialmente più “progrediti”. Dopo un po’ di secoli i paesi industriali hanno cercato di liberarsi da questa dipendenza dalla natura e dalle importazioni e hanno cercato di produrre le stesse, o simili, materie commerciali per proprio conto per via sintetica dal carbone o dal petrolio, più abbondanti ed accessibili. A questo punto il cerchio della natura si è rotto; le merci sintetiche si sono rivelate ben presto non biodegradabili, a lungo persistenti nelle acque e nel terreno, spesso tossiche e inquinanti e si sono formate quantità sempre più grandi di rifiuti intrattabili perché estranei alla natura; si pensi alle montagne di materie plastiche e di imballaggi, ai residui di pesticidi, eccetera. A poco a poco le scelte industriali hanno portato a impoverire il mondo della natura e a degradarlo con le scorie, e così si è avuta quella rottura del cerchio della natura denunciata dal libro di Commoner.

Sembra che in questi tempi si debba ricominciare a cercare le materie prime rivolgendosi alla natura e alle sue risorse, ad un qualche tentativo di “chiudere il cerchio”, non perché è aumentata la saggezza e la consapevolezza dei governi ma perché le materie su cui ci siamo basati finora, specialmente il petrolio, stanno diventando sempre più scarse e costose (mentre scrivo il prezzo del petrolio ha superato gli 82 dollari al barile, che è come dire 430 euro alla tonnellata), perché l’inquinamento e il volume dei rifiuti stanno diventando insostenibili e perché la natura “fabbrica”, col Sole, e rinnova, anno dopo anno, sempre le stesse materie. C’è un bel lavoro da fare, per chimici, merceologi (e, perché no ?, anche per storici della tecnica) dal momento che gran parte delle conoscenze del passato sono andate perdute e si tratta di ricominciare; solo a titolo di esempio in gran parte è andata perduta la tecnologia di coltivazione e produzione della canapa e del lino, in cui pure l’Italia e la stessa Puglia erano all’avanguardia. La tendenza alla sostituzione di parte della benzina con alcol etilico di origine agricola costringe ad andare a ripescare le tecnologie di fermentazione, trasformazione dell’amido, degli zuccheri e della cellulosa in alcol etilico, le tecniche di distillazione e concentrazione dell’alcol. Vedo, ormai, sul tavolo dei nuovi ecologisti vecchi trattati come quello di Giorgio Meloni, “L’industria dell’alcol”, tre volumi pubblicati da Hoepli nei primi anni cinquanta del Novecento, ormai una rarità bibliografica, nei quali sono esposti e spiegati tutti i problemi relativi a quello che è stato ribattezzati “bioetanolo”.

La produzione del cosiddetto “biodiesel”, che è poi un derivato chimico (per la precisione un estere con alcol metilico) degli acidi grassi presenti negli oli e grassi vegetali e animali e che viene prodotto industrialmente da scarti di altre lavorazioni agroalimentari e anche dai grassi residui della frittura (quando si dice che si possono riciclare anche gli avanzi di cucina !). Negli oli e grassi gli acidi grassi sono combinati con uno speciale alcol che è la glicerina; quando gran parte dei grassi erano utilizzati per la produzione del sapone (al punto che anche la Puglia esportava gli oli di sansa in America dove erano impiegati in saponeria: il colore verde delle saponette di “palmolive” era quello dei nostri oli acidi) le industrie ottenevano come residuo la glicerina che aveva vari usi industriali, fra cui l’impiego nella fabbricazione del potente esplosivo nitroglicerina. Dal 1950 in avanti l’uso dei saponi è declinato sotto la concorrenza dei detersivi sintetici e la glicerina derivata dai grassi “naturali” è diventata scarsa e per molti anni la si è dovuta fabbricare dal propilene derivato dal petrolio. La produzione di biodiesel dai grassi naturali sta mettendo a disposizione, a basso prezzo, di nuovo grandi quantità di glicerina che ora è diventato conveniente utilizzare addirittura come materia prima per la produzione di quello stesso propilene, derivato dal petrolio, da cui si otteneva finora la glicerina. Mezzo secolo fa intitolai “Le merci sintetiche” la prolusione al mio corso di Merceologia qui a Bari; sembrava allora che le sintesi dal petrolio e dal carbone potessero liberare i paesi industriali dalla servitù delle importazioni dai paesi sottosviluppati. Forse qualche futuro professore di Merceologia dovrà dare alla sua prolusione il titolo “Le merci naturali”. Forse davvero il cerchio della natura va a chiudersi.