SM 2855 — Metano dalle miniere di carbone — 2007

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 10 luglio 2007 

Giorgio Nebbia <nebbia@quipo.it>

 Il professor Barry Commoner, nel celebre libro “Il cerchio da chiudere”, del 1971 (traduzione italiana aggiornata Garzanti 1984), scrisse che in ecologia “qualsiasi cosa è legata a tutte le altre”; non era una battuta: davvero ogni nostro gesto o consumo viene da lontano e ha effetti lontani; una nuova maniera di intendere il concetto di “prossimo”. Non so quante persone, per esempio, quando accendono lo scaldabagno elettrico, o il condizionatore dell’aria, o il televisore o anche il tanto adorato “telefonino”, pensano che l’elettricità che consente quel gesto viene in parte dal carbone, o che l’acciaio della carrozzeria della automobile è stato fatto usando carbone. E che la produzione del carbone ha un costo in vite umane; non si tratta soltanto della fatica fisica di chi scava il carbone asportandolo da giacimenti profondi spesso anche centinaia di metri, ma si tratta di veri e propri sacrifici di vite umane sepolte in seguito al crollo delle gallerie di escavazione. 

Tali crolli sono dovuti ad un insidioso nemico nascosto fra gli strati di carbone, il grisou, un gas costituito principalmente da metano, inodore e incolore, che si diffonde nell’aria delle gallerie; tale aria contiene ossigeno e deve essere continuamente ricambiata per consentire la respirazione dei minatori. Quando ha raggiunto una concentrazione elevata nell’aria, il metano, in presenza di una fiamma o di una scintilla, reagisce con l’ossigeno in forma esplosiva. I carboni si sono formati centinaia di milioni di anni fa, per lo più nel lungo periodo geologico chiamato carbonifero. 

Enormi ammassi di vegetali sono stati lentamente ricoperti di rocce e terre; nel sottosuolo i materiali delle piante, contenenti carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, zolfo e altri elementi, hanno subito un lungo processo di trasformazione chimica e microbiologica diventando i carboni attuali, costituiti in prevalenza da carbonio, con piccole quantità di idrogeno, zolfo e sostanze inorganiche; una parte del carbonio originale si è trasformato, per reazione con idrogeno, in numerosi idrocarburi quasi tutti solidi, ma si è formato anche in parte il metano, il “più piccolo” degli idrocarburi, costituito da un atomo di carbonio e quattro atomi di idrogeno. Il metano è rimasto intrappolato dentro gli strati di carbone fossile e si libera, appunto dentro le miniere, durante la frantumazione e l’escavazione dei giacimenti di carbone. 

Le esplosioni di grisou e le morti si sono verificate dal 1700 in avanti con sempre maggiore frequenza, in Francia, Belgio, Inghilterra, i paesi in cui l’estrazione del carbone ha permesso la nascita della rivoluzione industriale. La più grave esplosione di grisou nelle miniere di carbone si ebbe nel 1906 in Francia con oltre mille morti e l’evento destò tanta emozione che furono resi obbligatori sistemi di sicurezza per evitare la formazione di fiamme e di scintille in una atmosfera di grisou e aria così pericolosa. Nel 1956 una esplosione di grisou a Marcinelle, nel Belgio, uccise 262 persone, in gran parte minatori italiani che erano stati “affittati” al Belgio dal governo italiano del tempo in cambio di un impegno del Belgio a fornire carbone all’Italia della ricostruzione dopo la guerra. Ce ne siamo dimenticati ? 

Intanto nel corso del Novecento la produzione di carbone è andata aumentando in tanti paesi della terra e aumenta anche la lunga sequenza di morti, a diecine e centinaia per volta: le madri e le mogli piangono i loro morti in un numero sempre maggiore di lingue, una multinazionale del dolore. Gli incidenti sono dovuti ai ritmi di lavoro, alla mancanza di adeguate precauzioni, che i proprietari delle miniere spesso cercano di evitare perché costano. Sono stati inventati numerosi sistemi per scongiurare le esplosioni di grisou: delle lampade con la fiamma protetta perché non venga a contatto con la miscela esplosiva, alla movimentazione dei materiali con aria compressa perché l’elettricità potrebbe generare scintille; sono stati inventati strumenti di misura della concentrazione del grisou nell’aria,  anche se i migliori indicatori si sono rivelati i canarini che sono tenuti in gabbia nelle gallerie perché sono molto sensibili al metano e con la loro morte avvertono i minatori del pericolo. 

Nonostante gli inconvenienti nel processo di estrazione, il carbone è ancora, dopo il petrolio, la seconda fonte di energia fossile; nel 2006 nel mondo ne sono stati estratti 5000 milioni di tonnellate: 2200 in Cina, 1000 negli Stati Uniti, 400 in India, 300 in Australia, seguiti da Sud Africa, Russia, Indonesia, Polonia, Colombia. L’Italia ha importato nel 2006 circa 20 milioni di tonnellate di carbone; circa 7 milioni sono stati utilizzati dalla due centrali termoelettriche di Brindisi, circa quattro sono stati utilizzati a Taranto. Il carbone è responsabile di fenomeni di inquinamento nelle fasi di movimentazione e utilizzazione (si è ricordato qualche tempo fa che durante l’utilizzazione del carbone si libera anche mercurio, oltre ad altre sostanze nocive) ma il suo prezzo di vite umane è altissimo soprattutto nella fase di estrazione nei grandi paesi produttori. 

Dal momento che il responsabile degli incidenti nelle miniere è il grisou, che è costituito da metano, lo stesso gas combustibile fossile che viene estratto da tanti giacimenti nel mondo e che è trasportato attraverso i continenti da grandi metanodotti, perché non recuperare anche il metano associato al carbone e fare di una sostanza nociva, fonti di incidenti, una materia commerciale ? Si stanno moltiplicando nel mondo le iniziative per estrarre il metano dalle miniere di carbone esaurite e anche da giacimenti di carbone sotterranei che non sono stati finora sfruttati. Esperimenti in questa direzione vengono fatti anche in Italia nel Sulcis, in Sardegna, e in Toscana dove si trovano giacimenti abbandonati di lignite (uno speciale tipo di carbone). 

Non si sa esattamente quanto metano possa essere così recuperato economicamente, ma di certo si evita che il metano sotterraneo possa arrivare alla superficie della Terra dal momento che è un “gas serra” con un potere di alterazione del clima venti volte maggiore di quello dell’anidride carbonica. Sarebbe un altro esempio di recupero di beni utili evitando l’inquinamento.