SM 2853a — Bertand Russell “ecologo” — 2007

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Ovada — 7-8 luglio 2007

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Se ci si chiede se Bertand Russell può essere definito “ecologo” nel senso che si da comunemente a questa parola, difensore degli animali o dei boschi, impegnato contro inceneritori o effetto serra, direi che l’aggettivo è inappropriato. Ma se si pensa a Russell come promotore delle idee in cui affondano le vere radici del movimento per i nuovi diritti degli esseri viventi e inanimati, del movimento per eliminare la violenza esercitata contro l’ambiente dalle attività umane, dalla produzione e dal consumo delle merci e in particolare dalle merci e macchine oscene per eccellenza, più antiecologiche, che sono le armi e le armi atomiche — allora il termine è del tutto appropriato e il pacifismo di Russell è strettamente legato all’impegno di “far piace col pianeta”, secondo il titolo di un libro di Barry Commoner (1917-), altro “ecologo e pacifista”.

Bertrand Russell (1872-1970) è vissuto ed ha operato qualche decennio prima di Commoner e della “primavera dell’ecologia”, databile agli anni sessanta del Novecento. Russell, che tuttavia tale “primavera” ha preparato con i suoi scritti e la sua testimonianza, è stato un intellettuale che ha attraversato tutto il Novecento e alcune delle sue opere fondamentali (più vicine all’”ecologia”) sono state scritte nella prima metà del Novecento e in particolare nella stagione della grande crisi economica e del New Deal. Il suo “Freedom and organization”, noto da noi come “Storia delle idee del XIX secolo”, è del 1934 e il XIX secolo di cui parla presentava tutti i caratteri che sarebbero stati all’origine della crisi ecologica del Novecento, cioè i caratteri dell’industrializzazione selvaggia e della divinizzazione del consumismo.

Russell, da questo punto di vista, a mio parere, va letto insieme, fra l’altro, a “The theory of the leisure class” (1899, 1912) di Thorstein Veblen (1857-1929), a “Luxus und Kapistalismus”, del 1913, di Werner Sombart (1863-1941), insieme a ”Technics and civilization”, dello stesso 1934, di Lewis Mumford (1895-1990). Un intellettuale del New Deal aveva davanti agli occhi le conseguenze della nascita e crescita della società industriale e della cultura “economica” del tempo. L’attacco sistematico e lo sfruttamento delle risorse naturali si erano manifestati in tutta la loro violenza con la prima rivoluzione industriale che, prendendo l’avvio da una serie di eventi di natura culturale e di scoperte tecnico-scientifiche, stava costruendo una nuova società, quella che Geddes e Mumford chiamarono paleotecnica, fondata sull’uso di nuovi materiali “economici”, come il ferro e il carbone. Le materie della società paleotecnica avevano consentito lo sviluppo dei processi di meccanizzazione applicati alle miniere, alle filature e tessiture, grazie all’importazione del cotone dalle colonie, i processi dell’industria chimica, grazie all’importazione del nitro dal Cile, della gomma dal Brasile, eccetera.

La nuova maniera di produrre aveva rapidamente portato la fine della società artigiana e la nascita della società operaia e dell’imprenditore capitalistico. Con la crescente importanza della macchina, infatti, le attività produttive non erano più basate sull’abilità del lavoratore, ma sul capitale che consentiva l’acquisto delle macchine; l’era paleotecnica era destinata a segnare profondamente la storia della umanità e della natura. Un osservatore radicale non faceva fatica a riconoscere in tali “perfezionamenti” economici il moltiplicarsi delle morti nelle miniere, dei camini che gettavano fumi e acidi nell’ambiente, soprattutto sulle città e nei quartieri del proletariato che la fabbrica “voleva” accanto a se, portati via dai campi nell’illusoria speranza di migliori salari. D’altra parte i perfezionamenti delle macchine furono possibili — e furono determinanti —per l’assurgere del consumo a ideale dell’uomo; partito dalle corti e dai cortigiani del 1700, questo ideale fu rapidamente assorbito dal ceto borghese. I beni erano rispettabili e desiderabili indipendentemente dalle necessità di vita che potevano soddisfare e le teorie filosofiche ed economiche della nuova era, formulate in base al successo economico, vennero espresse in termini sciali dagli utilitaristi del XIX secolo.

Libertà significava libertà dalle restrizioni agli investimenti privati, libertà di profitto e di accumulazione privata; gli apologeti di questo ordine, da Bernard Mandeville ad Adam Smith, affermavano che essa avrebbe prodotto la massima quantità possibile di benessere e felicità per l’intera comunità mentre in realtà era ispirata soltanto da egoismo, avidità e sete di potere, e determinava un crescente degrado dell’ambiente i cui effetti ricadevano principalmente sulle classi più deboli. Bertrand Russell definisce impietosamente Bentham, Malthus, Ricardo, Mill, uomini piuttosto poco interessanti, privi del tutto della cosiddetta “visione”, prudenti razionali deducenti con cura, da premesse che erano abbondantemente false, conclusioni che erano in armonia con gli interessi della classe media.

Il risultato fu quello che Mumford chiama l’ “impero del disordine”, la società della bruttura e della sporcizia, trascinatasi fino ai nostri giorni con qualche progresso rispetto a quella rappresentata dalla Coketown descritta da Dickens in “Tempi difficili”. Le due anime nere del romanzo, Thomas Gradgrind e Josiah Bounderby, rappresentano le figure tipiche della rivoluzione industriale vittoriana, rigidi datori di lavoro, il primo, la personificazione dell’ideale aggressivo del far soldi, il secondo. La città paleotecnica in cui i protagonisti si muovono — appunto la Coketown di Dickens — era il più orribile ambiente umano che il mondo avesse mai visto, mancava di sole, d’aria buona, di acqua pulita, di fognature, circondata dalle catapecchie dei nuovi immigrati. Se parlavo prima di “qualche progresso” nell’ecologia urbana rispetto a Coketown o alla Chicago di “La giungla” di Upton Sinclair, intendevo riferirmi all’ecologia delle città abitate da mille milioni di terrestre del Nord del mondo, perché per altri quattro o cinque mila milioni di terrestri, nel Sud del mondo, le condizioni non sono molto migliorate, essendo il Nord industriale stato abile nel trasferire le nocività e lo squallore ai poveri del Sud del mondo. In queste condizioni il lavoro non è più la condizione per trasformare la natura al servizio dell’uomo, ma la schiavitù a cui ci si sottopone per raccogliere quel po’ di denaro che consente un qualche accesso alla società dei consumi imposta come unico modo di essere dal capitalismo.

Si capisce così il senso di quel graffiante libretto, del 1935, di Russell sull’elogio dell’ozio che riprendeva e continuava le motivazioni e le considerazioni che qualche decennio prima avevano indotto Lafargue, il genero di Marx, a scrivere un breve saggio sullo stesso tema. Russell può bene essere compreso come padre intellettuale della contestazione ecologica se si considerano correttamente le vere promesse culturali dell’“ecologia” moderna. Tali premesse affondano, a mio modesto parere, nella critica della società capitalistica, appunto, e delle sue conseguenze culturali e nella critica della società dei consumi, del “negozio”, della frenesia del fare e del produrre e possedere merci, a cui si contrappone l’ozio, il fermarsi. Ma agli anni della ripresa dalla crisi americana e mondiale altre tempeste seguirono: l’avvento dei fascismi, la guerra di Etiopia e di Spagna, la diffusione di armi e di aerei e l’impiego di aggressivi chimici su una scala quale mai si era vista prima, con il coinvolgimento della popolazione civile, la continua violazione dei patti che i paesi “civili” si erano pur dati alla fine del 1800. Guerra, nel XX secolo, significava anche devastazione di campi, di boschi e di fiumi, fame e sete.

Una storia delle conseguenze ambientali delle guerre in tutto il Novecento è forse ancora da scrivere. Contro alcune delle più vistose forme di violenza militare (e ecologica) troviamo ancora coinvolto il pacifista Russell. La fabbricazione della bomba atomica fu l’inizio della nuova ondata di violenza alla natura, di dimensioni tecnico-scientifiche, ma soprattutto culturali, enormi. La bomba atomica diede per la prima volta all’uomo la sensazione che le forse che potevano essere scatenate con la tecnica avevano dimensioni senza precedenti: le bombe atomiche potevano realizzare la distruzione dell’umanità a milioni di persone per volta e i residui radioattivi potevano disperdersi nell’intera biosfera raggiungendo livelli di pericolosità tali da compromettere la stessa sopravvivenza dell’umanità.

Con la bomba atomica forse per la prima volta si vide che l’inquinamento, in questo caso dovuto alla ricaduta e dispersione dei frammenti radioattivi che si formano durante le esplosioni nell’atmosfera, colpisce le zone vicine all’esplosione, ma anche le zone lontane e circola, attraverso l’atmosfera, per anni, nell’intera biosfera e viene assorbito da popolazioni anche lontane. Non solo. La fabbricazione dei materiali per le bombe nucleari, e anche quella del “combustibile” per i reattori “commerciali”, per gli atomi spacciati “per la pace”, comporta processi chimico-industriali che generano residui radioattivi che conservano la radioattività per decenni, secoli e millenni, che condannano le generazioni future lontane nel tempo a fare la guardia e a tenere sotto controllo depositi che non hanno voluto, da cui non hanno tratto alcun vantaggio “economico”. Tutto questo ci appare chiaro oggi, ma già nei primi anni cinquanta del Novecento era noto ed evidente l’effetto che le “piccole” bombe di Hiroshima e Nagasaki avevano fatto sulle due sventurate città giapponesi, ed era chiaro l’effetto devastante anche per l’ambiente e la salute, delle esplosioni sperimentali di bombe atomiche, centinaia di volte più potenti di quelle cadute sul Giappone, che si stavano svolgendo nel mondo da parte delle grandi potenze.

Dopo le esplosioni delle prime bombe atomiche nel 1945 era sorta violenta la polemica sulla moralità delle nuove armi; tale polemica si fece ancor più accesa negli anni successivi quando gli esperimenti nucleari nell’atmosfera dimostrarono come l’aumento del livello di radioattività della biosfera stesse superando i limiti considerati di sicurezza. Ci siamo dimenticati tutto ? L’esplosione della prima bomba atomica americana ad Eniwetok, nel 1949, della prima bomba atomica sovietica nel 1949, dell’altra bomba da un megaton, cinquanta volte più potente di quella di Hiroshima, ancora ad Eniwetok, il test Bravo a Bikini con la prima bomba termonucleare da 15 megaton, mille volte più potente di quella di Hiroshima, nel 1954, seguito nel 1955 dall’esplosione della prima bomba a idrogeno sovietica da 1,5 megaton ? Eventi denunciati senza tregua nella stampa e, fra l’altro, nel “Bulletin of the atomic scientists” che aveva iniziato le pubblicazioni proprio nel dicembre 1945. E’ questa l’atmosfera in cui Russell sollecitò Einstein a scrivere l’appello alla cessazione della corsa atomica, firmato da vari scienziati come Joliot-Curie, Pauling, Rotblat.

Sarebbe stata questa campagna, con motivi pacifisti, ma anche attenti al destino ecologico futuro dell’umanità, che ha portato nel 1963 alla firma del trattato che “almeno” vietata le esplosioni nucleari sperimentali nell’atmosfera e negli oceani — ce ne erano stati già oltre mille — anche se la Francia continuò fino ai primi anni settanta le sue esplosioni di bombe atomiche nell’atmosfera, anche se da allora ci sono stati altri mille test nucleari nel sottosuolo. Se i “tests” non continuano con la stessa frequenza come negli anni settanta e ottanta è solo perché oggi è possibile controllare la “buona qualità” delle oltre 25.000 bombe atomiche esistenti nel mondo con processi che non richiedono esplosioni vistose. Il trattato per il divieto parziale delle esplosioni nucleari del 1963 sembrò rispondere, pur con otto anni di ritardo, all’appello del manifesto Russell-Einstein, ma altre tensioni si stavano addensando. Proprio nel 1963 cominciava la sciagurata guerra del Vietnam; dapprima come intervento americano di sostegno al governo corrotto anticomunista del Vietnam del Sud, negli ultimi mesi dell’amministrazione Kennedy (assassinato nel novembre 1963), poi in forma sempre più pesante, dopo il “provvidenziale” incidente del Golfo del Tonchino, del 1 agosto 1964, che offrì al governo americano la scusa per un crescente invio di truppe nel Vietnam.

Ebbe così inizio la lunga catena di morti militari e soprattutto civili nel lungo Apocalisse provocato da armi devastanti anche per l’ambiente: il napalm, la benzina gelificata che si infiltrava anche nei rifugi più riposti, i bombardamenti aerei su larga scala, i diserbanti lanciati a migliaia di tonnellate per distruggere la vegetazione in cui si rifugiavano i partigiani Vietcong e per distruggere i campi di riso della poverissima popolazione locale, per togliere qualsiasi rifornimento alimentare ai partigiani. Diserbanti che restano persistenti nel terreno, fabbricati con materie prime grezze, non purificate e ancora contaminate di diossina, la prima volta che questa terribile sostanza cancerogena e tossica si affaccia nell’ambiente, suscitando l’indignazione di fasce sempre più vaste della popolazione anche nei paesi industriali, gettando le basi di quello che sarebbe stato chiamati “il sessantotto”; anzi è in questa serie di eventi che nasce la vera contestazione ecologica moderna, la breve primavera dell’ecologia (la prima grande mobilitazione americana e europea fu nella Giornata della Terra il 20 aprile 1970).

Ormai anziano (sarebbe morto tre anni dopo a 98 anni) è ancora Russell nel 1966 a scrivere sui ”Crimini di guerra nel Vietnam”, l’appello che diede l’avvio del Tribunale contro i crimini di guerra che porta ancora il suo nome. E’ stato importante ricordare oggi, nel 2007, Betrand Russell perché i crimini, di guerra e di pace, contro gli esseri umani e contro la natura, continuano senza che nessuno più si indigni, al di là di generiche proteste o, per quanto riguarda l’ecologia, al di là di un diffuso chiacchiericcio. Si affaccerà, un giorno, un altro Russell ?