SM 2852 — Aumenta l’erosione delle coste — 2007

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 3 luglio 2007

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

E’ stato di recente riproposto all’attenzione e all’informazione pubblica, il problema dell’erosione delle spiagge e coste italiane, aggravata anche dagli effetti dei mutamenti climatici in atto. La Puglia ha settecento chilometri di coste, l’Italia ne ha ottomila chilometri e di queste coste e spiagge oltre millecinquecento chilometri sono esposte all’erosione, cioè alla “perdita” di superficie terrestre, specialmente di sabbia. Il fenomeno non è nuovo: pensate che cadono cento anni dalla legge n. 542 del 14 luglio 1907 che aveva come titolo: “Legge per la difesa degli abitati dall’erosione marina”. Il fine era la salvaguardia delle abitazioni e delle opere, come strade e ferrovie, che si trovavano sul mare, un compito affidato all’intervento automatico dello Stato attraverso la costruzione di pennelli, cioè di scogliere perpendicolari alla costa, oppure di scogliere parallele a riva, in grado di frenare la forza del mare contro la costa, o con ogni altro lavoro idoneo a fermare l’erosione. Nel corso di un secolo le competenze sulle condizioni delle coste sono passate dallo “Stato” a enti locali, a varie autorità, spesso con finalità contrastanti: la crescita dell’economia e del turismo e delle vie di comunicazione ha spesso comportato interventi che hanno accelerato l’erosione, anziché rallentarla. 

Le coste e le spiagge sono la delicata interfaccia fra mare e terra, sono il risultato di molti fenomeni che si svolgono all’interno di ogni territorio, e sono sedi di complicati, e spesso ecologicamente affascinanti, fenomeni fisici, chimici e biologici. Una spiaggia è piena di vegetazione, di animali, specialissimi perché sono adatti a vivere vicino ad acque saline. La storia delle spiagge racconta la storia civile e industriale e agricola di un paese; il diboscamento, attuato per aumentare la superficie agricola coltivabile, e per lasciare spazio a edifici e strade, ha fatto aumentare la massa di materia solida e detriti che le piogge trascinano a fondo valle e che i fiumi trascinano, nel loro moto, fino al mare, allungando e ampliando le spiagge. Peraltro il trasporto dei materiali solidi dalle valli al mare è influenzato da quello che avviene nei bacini idrografici; le strade, la cementificazione degli argini, l’edificazione sulle rive dei fiumi e dei laghi, alterano la massa di materiali che arrivano sulle coste marine. 

Il greto dei fiumi contiene sabbia e ghiaia che sono materie prime per le costruzioni di edifici, strade e autostrade e l’asportazione della sabbia e ghiaia — per inciso non si sa quanti miliardi di metri cubi di sabbia e ghiaia sono stati asportati in Italia nei decenni passati — rallenta il trasporto di materiali verso il mare e provoca l’arretramento delle spiagge. Le spiagge sono le parti più belle e appetibili, a fini turistici, e, si sa, il turismo vuole anche le sue comodità,  cabine e ristoranti e parcheggi e vuole raggiungere la riva del mare con comode strade e per questo vengono spianate le dune, quelle collinette di sabbia che scaricano e rallentano le forze  del mare e quindi la sua forza erosiva; così le spiagge arretrano e si perdono quelle stesse attrattive turistiche che si volevano potenziare e “valorizzare”. La moltiplicazione dei porti turistici, veri parcheggi per barche a vela o a motore, lungo le coste, richiede che essi vengano protetti con moli e barriere, che alterano il moto del mare lungo le coste e spostano le sabbie per cui una attività “economica” finisce per distruggere le condizioni ambientali che ne aveva determinato il successo iniziale. Infine, come se non bastasse tutto questo, da qualche anno a questa parte i mutamenti climatici fanno aumentare o diminuire le piogge e quindi la massa di materiali che, dalle terre interne di ciascun paese arrivano sulle coste e, probabilmente, in futuro, faranno addirittura lentamente aumentare il livello del mare, forse di qualche centimetro ogni decennio. 

La salvezza delle coste dall’erosione richiede, a mio parere, alcune cose: la prima è la formazione di una cultura del mare e delle coste; la settimana scorsa si ricordavano gli scritti di Rachel Carson sul “mare intorno a noi”, alcuni non ancora tradotti in italiano, che potrebbero essere utili libri di lettura nelle scuole; inoltre sarebbe opportuno che, col tanto parlare di ecologia che si fa, si diffondessero nelle Università insegnamenti di fisica, chimica e biologia del mare e delle coste. Non bastano le ricerche pur importanti che vengono fatte sulla storia e sullo stato attuale dell’erosione lungo le coste, i cui risultati dovrebbero essere letti soprattutto dagli amministratori locali. Vorrei citare il fascicolo 10, 2006, della rivista ”Studi costieri”, pubblicata dal Gruppo Nazionale per la Ricercasull’ambiente costiero (ma perché questi preziosi volumi restano “sommersi”, non vengono distribuiti nelle librerie, nelle biblioteche, nelle scuole ?), o lo studio (sommerso anche quello) di Antonio Trevisani sulle coste del Metapontino.

La seconda cosa da fare riguarda la politica delle coste, politica nel senso della elaborazione — e del rispetto — di leggi che indichino chiaramente quello che si può e che non si deve fare lungo le coste se si vuole evitare l’irresistibile avanzata dell’erosione. E qui si va incontro alle vere difficoltà: le leggi regionali e locali che imponevano di non edificare, proprio per evitare o rallentare l’erosione, troppo vicino alle rive del mare sono state vanificate, gli abusi sono stati condonati per non disturbare interessi economici, grandi e piccoli egoismi. E intanto il mare ha continuato nel suo lento moto, anno dopo anno, smantellando gli ostacoli frapposti dall’“economia” umana e dalla miopia dei governanti, mangiandosi la stessa base fisica di quello che si credeva progresso economico e fonte di ricchezza. Come se la natura si vendicasse di chi non ne conosce e rispetta le leggi.