SM 2834 — Acqua e siccità — 2007

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Liberazione, venerdì 27 aprile 2007, Notiziario CDP (Pistoia), 38, (197), 12-13 (gennaio-aprile 2007)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sono commosso. Per la grande partecipazione alle imminenti sventure dovute alla siccità; giustamente i rappresentanti degli industriali riconoscono che la mancanza di acqua nei prossimi mesi renderanno difficile il funzionamento delle centrali sia idroelettriche sia termoelettriche e faranno aumentare i costi di produzione delle merci; giustamente gli agricoltori si preoccupano che la scarsità dei raccolti farà aumentare il prezzo degli alimenti; per se stessi sperano che lo stato giustamente li risarcisca per i minori introiti; giustamente le autorità religiose raccomandano un uso parsimonioso di ”sorella acqua” (San Francesco torna sempre utile); giustamente gli ambientalisti chiedono una opportuna politica per l’acqua e adatti cerotti per tamponare le falle nelle reti idriche esistenti. Ma dove erano tutti quando si sono lentamente create, tollerate, incoraggiate le condizioni preparatorie per l’attuale disastro ? 

Certamente le modificazioni climatiche dovute all’effetto serra fanno diminuire le piogge, ma la sete in Italia non è un fenomeno scoperto con la convenzione di Kyoto. Chi rilegge le annate di “Liberazione”, o di altri giornali, trova innumerevoli articoli che dicono tutti le stesse cose: sete e alluvioni e frane sono figlie del dissesto del suolo provocato dall’avidità di guadagno e dalla viltà dei poteri politici che avrebbero dovuto vietare le azioni che qualsiasi libro elementare di geografia indicava come funesti. 

L’acqua che cade sul territorio italiano — 150 miliardi di metri cubi all’anno — scende e scorre verso il mare attraverso un gigantesco reticolo di torrenti, fiumi, fossi, canali, attraverso il “mare sotterraneo” delle falde idriche. Questo flusso vitale si muove sul territorio attraverso vie che la natura si è disegnata nei decenni e secoli, sapendo, la natura, che in certi periodi le piogge sarebbero state più intense e predisponendo zone di espansione dei fiumi, sapendo che in certi periodi le piogge sarebbero state più scarse e predisponendo serbatoi di riserva come laghi e paludi, e predisponendo boschi, macchia spontanea, dune, dove la natura avrebbe voluto far passare le acque in modo da regolarne e rallentarne il flusso erosivo. 

Ma la natura non sa leggere i bilanci finanziari e ignora, lei stupida !, il Prodotto Interno Lordo che deve crescere costruendo strade e case e villaggi e alberghi e fabbriche e allevamenti zootecnici e coltivazioni “economiche” proprio lungo le strade che la natura si era riservata per se, per il moto delle “sue” acque; sbancando via la vegetazione dove si sarebbero potute costruire opere commerciali; cementificando gli argini e le golene. Tutta l’acqua in movimento passa “attraverso” le fabbriche, irriga i campi, viene incorporata nelle merci, entra, attraverso innumerevoli tubi, nelle cucine e nei gabinetti di venti milioni di famiglie. E ogni soggetto economico, famiglia, impresa, campo o allevamento o albergo, vomita la sue scorie e rifiuti nei fiumi e sul terreno e quindi nelle acque superficiali e sotterranee, che, anno dopo anno, sono sempre meno adatte per usi umani; la sete è quindi figlia delle azioni e opere che hanno reso più difficile o intralciato il movimento delle acque nel territorio e dell’avvelenamento delle riserve idriche esistenti. E’ figlia delle sanatorie che hanno legalizzato le opere abusive anche nelle zone che avrebbero dovuto restare libere per il moto delle acque. 

Dalla Liberazione ad oggi la situazione è andata sempre peggiorando. Un “piano nazionale delle acque” era stato invocato dopo l’alluvione del Polesine (1951), dopo la grande alluvione di Firenze (1966), nelle diecine di libri e documenti scritti dopo ogni nuova alluvione e siccità; non si poteva lasciare l’amministrazione del territorio e dei fiumi a innumerevoli enti e amministrazioni locali e consorzi di bonifica e comunità montane, ciascuno dei quali operava secondo gli interessi dei propri elettori, cioè “contro” gli interessi della natura. Che qualcosa andasse fatto lo capì il Parlamento che nel 1985 varò la legge “Galasso” che indicava dove non si doveva costruire e ostacolare il moto dei fiumi e delle acque; che nel 1989 varò una legge sulla difesa del suolo e delle acque che fissava nei bacini idrografici le unità territoriali nel cui ambito andava regolato il flusso delle acque per rallentare l’erosione e le frane. La “centottantatre”, così si chiamava, avrebbe dovuto dare indicazioni con valore di piano regolatore; se un bacino idrografico ricadeva nel territorio di province o regioni differenti queste avrebbero dovuto stabilire piani di bacino comuni. 

Figurarsi ! Chi osava togliere alle clientele degli enti e dei potentati locali il diritto di costruire e di inquinare e di prelevare l’acqua come a ciascuno pare ? La 183 di fatto in sedici anni è stata applicata soltanto per creare uffici, autorità, segreterie tecniche, presidenze e macchine di servizio; comunque l’agonizzante governo Berlusconi, prima di spirare, ha pensato bene per precauzione di abolire del tutto la legge sulla difesa del suolo e delle acque e il governo di centrosinistra, in un anno, non ha fatto un solo passo per ripristinarla, per avviare una politica delle acque. E poi vi lamentate per la siccità del duemilasette ? 

Eppure proprio da una politica nazionale delle acque bisognerebbe ripartire per salvare quello che resta e per arginare futuri danni; una politica che riconosca la maestà e priorità della natura e delle sue leggi su quelle umane, sugli affari, sul PIL. Fra le varie cose occorre liberare le rive e gli argini dagli ostacoli, pulire i greti di fiumi e torrenti; imporre rigidi vincoli ai futuri interventi, di edificazioni e di strade, attraverso la diffusione di una cultura dei bacini idrografici che dovrebbero essere il criterio di riferimento per la conoscenza, anche nelle scuole, del territorio. I confini fra regioni e province sono arbitrari rispetto agli spartiacque e ai confini fra affluenti e fiumi. 

Poi bisogna intervenire sugli usi delle acque, introducendo il concetto di “costo in acqua” delle merci e dei servizi; quanti metri cubi di acqua occorrono per produrre una tonnellata di mais o di acciaio o di carne ? se ne può usare di meno ? E’ utile mettere dei limitatori di flusso ai rubinetti e alle docce e incentivare lavatrici a basso consumo di acqua e frenare le perdite degli acquedotti, ma occorre anche intervenire sui cicli produttivi agricoli e industriali e intervenire sulle tariffe. Il “riordino” delle aziende acquedottistiche e la politica di privatizzazione hanno dilatato le disuguaglianze di disponibilità e di prezzi dell’acqua nelle varie parti d’Italia; certo si dovrebbero sottrarre i servizi acquedottistici alle imprese private, ma anche le aziende pubbliche dovrebbero operare in modo coordinato a livello nazionale; non si capisce perché l’acqua in Puglia debba costare più che in Lombardia. 

Una politica dell’acqua e la guerra alla sete e alle alluvioni con opere pubbliche lungimiranti, sarebbero sicure fonti di occupazione pagata con i soldi che i cittadini e i lavoratori spenderanno di meno, ogni anno, in futuro, evitando dolori e perdite di ricchezza e di produzione; perché queste perdite sono certe se si va avanti di questo passo.