SM 2827 — Foreste a pagamento contro l’effetto serra — 2007

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 La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 3 aprile 2007

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sta per nascere, nell’ambito delle scienze economiche la nuova disciplina del commercio dei mezzi per evitare i cambiamenti climatici; normalmente si commercia un prodotto industriale come la benzina o agricolo come il grano o un servizio come la possibilità di inviare un messaggio o di viaggiare. La nuova disciplina invece dovrà occuparsi di come compensare coloro che ci permetteranno di evitare, in futuro, alluvioni o avanzata dei deserti o siccità. Dei cambiamenti climatici si è parlato molte volte in queste pagine e ormai i lettori sanno che sono dovuti all’immissione nell’atmosfera di certi gas, principalmente l’anidride carbonica proveniente dalla combustione di petrolio, carbone, gas naturale e derivati come le materie plastiche o altri prodotti sintetici.

Quanto maggiori sono i consumi di combustibili fossili, tanto maggiore è “il calore” di origine solare trattenuto nell’atmosfera per l’”effetto serra” provocato da tali gas, tanto maggiore è l’aumento di temperatura dell’atmosfera, dei mari, dei continenti, tanto maggiori e più frequenti sono le anomalie climatiche che si traducono in perdite di raccolti, in ulteriori consumi di energia per il riscaldamento invernale o il raffreddamento estivo, in tempeste tropicali, eccetera. Al punto che i governi della Terra hanno dovuto occuparsene non per amore della natura o dell’ecologia, ma perché i mutamenti climatici comportano dei costi; se i campi sono allagati i governi devono spendere soldi per risarcire gli agricoltori, se occorre limitare i consumi di benzina o di plastica i fabbricanti di carburanti o di automobili o i consumatori protestano.

Un qualche freno all’aumento della concentrazione atmosferica dell’anidride carbonica è necessario e qualcuno ha suggerito di frenare tale aumento incoraggiando, con opportuni compensi economici, l’ampliamento della superficie terrestre coperta da foreste. Qualsiasi vegetale “cresce” portando via dall’atmosfera l’anidride carbonica che, reagendo, grazie alla luce del Sole, con l’acqua, si combina in materie solide come amidi, cellulosa, lignine e innumerevoli altri prodotti presenti nella “biomassa” cioè nelle foglie, nel tronco degli alberi, nelle radici. Un albero non è altro che una “fabbrica” di prodotti naturali contenenti carbonio “tolto” dall’atmosfera; ogni chilo di legno porta via dall’atmosfera un paio di chili di anidride carbonica; un ettaro di bosco assorbe dall’atmosfera circa 20 tonnellate di anidride carbonica, proprio quel gas che esce dai tubi di scappamento delle automobili, dai camini delle fabbriche e delle centrali termoelettriche, dalle caldaie domestiche, eccetera. Gli alberi, quindi, depurano l’atmosfera di quei gas che vi vengono immessi dai consumi umani. 

Purtroppo nei paesi poveri tropicali gli abitanti tagliano le foreste per aumentare la superficie coltivata a prodotti alimentari e commerciali, oppure per vendere il legno, oppure per estrarre dei minerali dal sottosuolo delle foreste stesse. Nello stesso tempo, in tali paesi, ci sono grandi estensioni che potrebbero essere ”coltivate” piantando alberi; tali terre sono lasciate abbandonate perché le popolazioni locali non hanno nessun interesse economico a coprirle di foreste che non rendono niente. Ecco allora l’idea di incoraggiare gli abitanti di molti paesi poveri a non tagliare le loro foreste, versando un compenso per il mancato reddito, o di pagare un compenso proporzionale alla superficie che vorranno coprire di alberi.

Gli abitanti dei paesi industriali, forti inquinatori e responsabili dell’effetto serra, possono così mettere in pace la propria coscienza e continuare ad inquinare pagando qualche soldo a qualche paese povero che verrebbe così a partecipare al benessere e alla felicità globale. Qualcuno ha giustamente scritto che questa maniera di ragionare è come il commercio delle indulgenze praticato nel Medioevo. Considerazioni etiche a parte, la procedura di pagare per conservare o aumentare la superficie dei boschi che depurano l’atmosfera è ormai in moto, con numerose complicazioni tecniche ed economiche. Il primo problema riguarda il compenso da attribuire per ogni ettaro di terreno salvato dal diboscamento o per ogni nuovo ettaro di bosco piantato e coltivato. Alcuni propongono un compenso di 20 euro per ogni tonnellata di anidride carbonica “eliminata” ogni anno, il che potrebbe significare che un paese, o un villaggio, o un coltivatore, avrebbe una “rendita” annua che potrebbe arrivare a circa 400 euro per ogni ettaro di bosco nuovo o salvato. I paesi inquinatori dovrebbero stare bene attenti che i soldi pagati per i boschi che assicurano il “diritto ad inquinare” corrispondano effettivamente alla creazione e alla conservazione dei boschi disinquinanti e che non vengano compiute frodi.

Le foreste non sono macchine industriali che pompano via anidride carbonica dall’atmosfera e basta; le foreste sono delicati ecosistemi che sopravvivono, e svolgono la loro funzione disinquinante, e crescono e durano a lungo con un complesso rapporto con altri vegetali e con gli animali e con i microrganismi del terreno. Inoltre il legno che continuamente si forma, a mano a mano che gli alberi crescono, deve essere utilizzato, per esempio come materiale da costruzione, in alternativa al cemento e al ferro, o come fonte di energia in alternativa al gasolio.

E qui si tratta di riscoprire le conoscenze sull’uso commerciale e merceologico del legno, dimenticate col passare dei decenni, con corsi universitari e strutture informative ed educative, sia nei paesi industrializzati (che si sono dimenticati delle virtù del legno e le riscoprono solo ora per poter continuare a far correre le loro automobili e i condizionatori d’aria e i telefoni cellulari), sia nei paesi poveri che potrebbero diventare una nuova frontiera di ricerca scientifica e di innovazione. E ci sarà poi da chiedersi se non sia più conveniente spendere soldi per razionalizzare e limitare i consumi dei combustibili fossili, per inquinare di meno nel momento in cui si producono merci e servizi, considerando che gli esseri umani stanno giocando una partita fra consumi, inquinamenti e uso delle risorse naturali e che, con tutta la nostra scienza, sappiamo ancora molto poco delle regole di tale gioco planetario.