SM 2801 — Benedetto Goes dall’India alla Cina ai primi del Seicento — 2007

This entry was posted by on martedì, 14 agosto, 2012 at
Print Friendly

La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 21 gennaio 2007

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

“Adesso posso andarmene”: con queste parole, tratte dal cantico del vecchio Simeone, che morì felice dopo aver visto il bambino Gesù, spirava anche Benedetto Goes (1561-1607), gesuita portoghese, felice di aver compiuto la missione che gli era stata affidata dai superiori. Siamo alla fine del 1500 e, con grandi peripezie, alcuni gesuiti, fra cui Matteo Ricci (1552-1610), erano riusciti ad arrivare, per via mare, a Macao e quindi in Cina, per portare la conoscenza del Cristianesimo, ma anche per far arrivare in Occidente notizie su quello sterminato impero, chiuso agli stranieri, ad eccezione dei mercanti. Ricci chiamava quella terra “Cina” e la sua capitale “Pechino”, ma Marco Polo, due secoli prima, aveva raccontato di aver raggiunto, via terra, attraverso l’Asia, lo stesso paese che però chiamava “Catai” e la capitale “Canbaluc”. La Cina e il Catai erano lo stesso paese ?

Probabilmente si, ma occorreva una riprova “sperimentale”; occorreva, cioè, ripercorrere la via terrestre descritta da Marco Polo per raggiungere la capitale del lontano impero; se tale capitale era la Pechino dove si trovava Matteo Ricci il problema sarebbe stato risolto.  Si trattava di percorrere cinquemila chilometri attraverso montagne, deserti, fiumi irruenti, al caldo e al freddo, e ci voleva una persona speciale, proprio quel Benedetto Goes che si era già rivelato ardito viaggiatore, abile ambasciatore presso popoli stranieri e non cristiani e buon conoscitore delle lingue asiatiche. Quando partì nel 1602, Benedetto aveva 41 anni; le terre da attraversare erano in gran parte abitate da musulmani e un occidentale doveva camuffarsi da mercante; Benedetto assunse il nome di Abdulla Isa, ottenne delle lettere di presentazione del Vicere delle Indie e del sovrano mongolo Akbar e si procurò merci da barattare per finanziare il viaggio e i rifornimenti e l’alloggio; lo accompagnò Isac, un cristiano armeno che non lo abbandonò mai e al cui racconto si deve in gran parte quello che conosciamo del viaggio di Benedetto, emozionante e pieno di avventure e disavventure, tanto che se ne potrebbe trarre un film; chi sa che qualcuno non ci pensi ? 

Benedetto partì da Goa, sull’Oceano indiano, e andò a Lahore, nell’attuale Pakistan. Qui, per attraversare terre infestate da ladroni, i mercanti organizzavano delle carovane di alcune centinaia di persone, con carri e animali. La prima tappa fu fatta a Peshawar, ultima città prima di affrontare il passo Kyber che separa il Pakistan dall’Afghanistan; la tappa successiva era Kabul (e adesso Benedetto passò attraverso paesi che abbiamo imparato a conoscere perché teatro delle operazioni militari in Afghanistan in cui sono presenti anche soldati italiani). 

A Kabul — città importante della “via della Seta”, da cui erano passati i veneziani Polo, il fiorentino Pegolotti e altri mercanti e religiosi occidentali nel viaggio verso la Cina — Benedetto, che, per spirito missionario e per curiosità, attaccava discorso con tutti, incontrò la sorella del re di Kashgar di ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca; Benedetto si offerse di prestarle dei soldi (la poveretta era stata derubata dai ladri) e di accompagnarla nella capitale del suo regno. Si trattava della parte più dura del viaggio: da Kabul si attraversavano le montagne del Pamir che si trovano nell’attuale Repubblica del Tagikistan, fino al confine con l’attuale Repubblica cinese; zone terribili, oggi strategicamente importanti e sedi di conflitti continui fra Cina, India, Pakistan e Afghanistan. Ai tempi di Benedetto le difficoltà del clima e la fatica del viaggio erano aggravate dalle aggressioni delle tribù locali; finalmente la carovana, ormai in Cina, raggiunse, nel novembre 1603, Yarkand (l’attuale Shache, nella regione autonoma del Xinjiang), altro nodo strategico. A Yarkand Benedetto si fermò un anno per organizzare un’altra carovana e ne approfittò per accompagnare la principessa di Kashgar dal figlio che rimborsò il generoso ospite per il prestito e gli regalò  della giada, una pietra preziosa che era utilissima merce di scambio nel cammino per la Cina. 

Il solito estroverso Benedetto visitò anche la vicina Khotan e in questo suo girovagare parlava di Cristianesimo e si faceva amico dei governanti e della gente comune e di tutto prendeva nota e riferiva (una qualche forma di posta funzionava anche allora) ai suoi superiori a Goa e a padre Ricci a Pechino. Rimessosi in viaggio da Yarkand, nel novembre 1604, Benedetto percorse la  carovaniera a nord del grande deserto dal Taklamakan in un’alternanza di deserti torridi e di montagne ghiacciate, di laghi salati e di fiumi impetuosi, terre abitate da tartari, uiguri, cinesi, mongoli, talvolta amichevoli, talvolta ostili. Una volta i predoni rubarono a Benedetto un cavallo (che per quei tempi equivaleva a un fuoristrada moderno), ma Benedetto riuscì a farselo restituire in cambio di due pezze di tela; un’altra volta per sfuggire ai ladri Benedetto lanciò lontano il suo turbante; i ladri corsero per prenderlo e Benedetto spronò il cavallo e fuggì; un’altra volta ancora Benedetto cadde da cavallo e rimase tramortito, fin che il fedele Isac non venne a salvarlo. 

Per farla breve, finalmente, alla fine del 1606, Benedetto, arrivò a Suchow (l’odierna Lanzhou, nel Gansu, ormai vicino alla grande muraglia della Cina), e qui cadde gravemente ammalato. Nel frattempo la notizia del viaggio di Benedetto verso Pechino era arrivata a Matteo Ricci che gli mandò incontro un cinese convertito al Cristianesimo, Giovanni Fernandes, il quale raggiunse Suchow nel marzo 1607, appena in tempo per ascoltare le ultime parole di Benedetto e vederlo spirare. Purtroppo, dopo la sua morte, alcuni briganti rubarono tutti i beni e il diario di Benedetto, il cui viaggio ha dovuto essere ricostruito a pezzi. Ai lettori curiosi raccomando il libro “Il saggio dell’Occidente”, di Vincent Cronin (figlio del più noto A.J. Cronin, autore di “E le stelle stanno a guardare” e di molti altri romanzi). 

Le avventure e le fatiche e le sofferenze di Benedetto Goes avevano permesso di confermare che la Cina di Matteo Ricci era davvero il Catai di Marco Polo: dal Portogallo alla Cina, l’Europa e l’Asia erano e sono un solo grande continente, pur nelle diversità di lingue, religioni, confini politici, governi; se si è mossi da voglia di conoscere e di avvicinarsi agli altri è facile vedere come “le persone” — latini o slavi, iraniani o indiani, afgani o pakistani, mongoli o cinesi — abbiano tutte bisogni e speranze comuni, al di là delle bombe atomiche e dei conflitti commerciali, appartengano tutti, in definitiva, ad una multinazionale del (cercare di) vivere in pace.