SM 2771 — Quel poco che ricordo — 2006

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Bari, 20 ottobre 2006, Celebrazione del 120° anniversario della Facoltà di Economia. Economia e Commercio (Bari), [IV], 17, p. 7-12 (gennaio-dicembre 2007)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sono molto riconoscente alla Facoltà di Economia dell’Università di Bari che mi ha offerto l’occasione di ritornare, dopo oltre un decennio, nella Facoltà dove ho insegnato e che è stata la mia casa, per mezzo secolo.

Quando si è coinvolti nella lotta quotidiana dei compiti didattici e burocratici, in tempi tempestosi di cambiamenti di programmi, di strutture, di difficoltà finanziarie, di polemiche, di povertà di spazi, si fa fatica — ed è stato lo stesso per me per tanti anni — a pensare all’Università come fonte di vita, come casa e come fonte, così la ricordo, di felicità. Proprio per farvi partecipi, brevemente, del ricordo di tempeste e speranze del passato sono lieto di potervi parlare stamattina, nei giorni in cui la Facoltà economica di Bari ricorda centoventi anni dalla sua fondazione e inaugura una importante “figlia” a Taranto.

Non parlerò della storia della Facoltà perché chi vorrà conoscerla — e spero che molti fra gli studenti lo vorranno — ha almeno quattro testi fondamentali (1)(2)(3)(4), il più recente dei quali si deve al vostro professore di Storia economica, Antonio Di Vittorio, una storia che si intreccia con la storia di Bari e con la storia dell’evoluzione degli studi economici italiani, una storia anche di persone, alcune grandi e grandissime, alcune che ho conosciuto solo attraverso gli scritti e le opere, altre che ho conosciuto personalmente e di cui sono stato collega e spesso amico.

Una storia che comincia, a un quarto di secolo dall’unificazione d’Italia, nel 1886, quando alcuni imprenditori e uomini politici baresi vollero che la loro città fosse dotata di una scuola “superiore” capace di preparare altri imprenditori e professionisti in grado di affrontare i problemi, principalmente commerciali, della Puglia, una regione ricca, in quegli anni, di fermenti e di traffici, al centro di interessi multinazionali, dal momento che imprenditori stranieri venivano a trasformare i prodotti locali che venivano poi esportati nel mondo, una regione attraversata dalla “valigia delle Indie”, la grande via commerciale da Londra a Brindisi ai porti indiani.

La centralità dell’attenzione commerciale negli studi universitari avviati a Bari 120 anni fa è dimostrata dallo stesso nome dell’iniziativa: “Scuola Superiore di Commercio”, e dal fatto che la prima sede è stata proprio nell’ultimo piano della Camera di  Commercio di Corso Cavour.

Poi, a poco a poco, la originaria Scuola Superiore è diventata, nel 1913, Regia Scuola Superiore di Commercio, poi, nel 1920, Istituto Superiore di Scienze Economiche e commerciali, poi nel 1935 Facoltà di Economia e Commercio, e poi Facoltà di Economia, dal 1994. Nel 1936 la Facoltà si trasferì nella nuova bella sede del “Lungomare della Vittoria”, poi Largo Fraccacreta, da cui si è ancora trasferita nell’attuale sede nel 1990.

Nei suoi centoventi anni la Facoltà è passata attraverso due guerre; le guerre hanno curiosi effetti secondari sulla vita di una città e di una Università. Dopo la lunga parentesi fascista, Bari fu liberata nel settembre del 1943, fu occupata dalle forze armate inglesi — che si insediarono anche nel palazzo della facoltà sul Lungomare — e fu investita da una ondata di reduci dai teatri di guerra; molti erano studenti, molti erano professori a cui furono affidati dei corsi di insegnamento in sostituzione di altri docenti rimasti nel Nord. Alcuni di tali docenti “di passaggio” avevano nomi già illustri o che sarebbero diventati illustri nelle rispettive  discipline. Per rispondere alla domanda di molti studenti reduci o locali furono creati nuovi corsi di laurea come quelli in Scienze naturali; il corso di Chimica, nel quale mi sono laureato anch’io nel 1949, fu “figliato” dalla preesistente facoltà di Farmacia.

Parlando oggi dell’Università con insegnanti e studenti si sente spesso un’aria di disagio, di incertezza, di  brusche modificazioni nell’organizzazione dei corsi di laurea, nei mutamenti dei programmi; ogni nuovo governo e ogni nuovo ministro vuole lasciare il proprio nome associato ad un ordinamento o riforma degli studi universitari.

Da quel poco che ricordo, questo è spesso avvenuto anche negli anni passati. Dapprima c’è stata la impostazione “commerciale” degli studi — anche la nostra sorella “privata”, la Bocconi di Milano, era nata nel 1902 come “Università commerciale” — e al perfezionamento di professionisti nel settore del commercio, erano rivolti tanti insegnamenti: la mia Merceologia era triennale e poi biennale, nei primi decenni della Scuola Superiore, la Tecnica commerciale ebbe, nella Facoltà, illustri cultori, come il prof. Nicola Tridente, che ebbero ruoli importanti anche nella vita civile e politica della città; la Storia commerciale, oggi Storia economica, ha avuto qui a Bari studiosi e docenti di rilievo internazionale, come il prof. Gino Barbieri, e lo stesso è stato per gli insegnamenti geografici che anticipavano l’attenzione per l’analisi del territorio, che in tanti riscoprono adesso; gli studi giuridici avevano la denominazione e l’impostazione attenta agli aspetti commerciali della vita regionale, italiana e internazionale.

A poco a poco questa impostazione originale è stata abbandonata, quasi come se ci fosse da vergognarsi dell’attenzione per gli studi scientifici degli aspetti commerciali della società, e sembra quasi una vendetta del destino che i grandi conflitti internazionali avvengano oggi proprio di nuovo sul terreno commerciale, nelle sedi dell’organizzazione mondiale del commercio, il controverso WTO che tratta non solo di scambi di materie prime, metalli, prodotti agricoli, calze e scarpe, ma anche di problemi di acqua e di ambiente, essendo ben riconosciuto che fenomeni come inquinamento, erosione del suolo, scomparsa delle foreste derivano proprio da come sono organizzati, o disorganizzati, i commerci mondiali, soprattutto fra Nord e Sud del mondo.

Non è poi quindi tanto male occuparsi di commercio e penso che i padri fondatori della Facoltà abbiano avuto una visione culturale ben avanzata facendo in modo che la scuola di commercio fosse punto di incontro di studiosi sia di discipline umanistiche come la storia e la geografia e le discipline giuridiche, sia di discipline pratiche come la Merceologia e le varie tecniche dell’azienda e dei commerci. E gli interessi economici e commerciali sono centrali di nuovo proprio a Bari, in questa penisola lanciata come possibile ponte fra Nord e Sud del mondo, come dimostra la nuova Facoltà che inaugurerete domattina a Taranto.

Proprio in relazione a questa attenzione per i rapporti internazionali, quasi un’anticipazione dell’odierna globalizzazione, vorrei ricordare l’interessante stagione, dal 1946 al 1968, in cui la Facoltà aveva, al fianco dei corsi di laurea tradizionali di economia e commercio, e più tardi, di scienze statistiche, un corso di laurea in Lingue e letterature straniere nel quale sono passati docenti che avrebbero avuto un ruolo importante nella cultura umanistica. Il direttore del corso era il professore di geografia economica Luigi Ranieri, uno dei docenti era lo storico dell’economia Gino Barbieri, il corso di pedagogia era tenuto da Camillo Gamba, e fra i docenti molti letterati passati poi ad altre università. Figuratevi che in tale corso era stato istituito un insegnamento di “Storia del commercio con l’Oriente”, che fu poi abolito dopo alcuni anni, e ciò quarant’anni prima che l’Europa fosse costretta a riscoprire l’Oriente e la sua storia per i propri commerci del XXI secolo e la necessità di un incontro delle culture dell’est e dell’ovest, del Nord e del Sud del mondo.

La bella avventura finì — il corso di lingue diventò facoltà autonoma — negli anni sessanta del Novecento, con i turbolenti, ma stimolanti, anni della contestazione studentesca, la quale investì anche la nostra Facoltà, con fastidio di alcuni colleghi; di quel periodo ricordo con piacere la ventata di “nuovo” che molti studenti chiedevano, nei programmi, negli esami, nel modo di fare lezione, le “assemblee” che si protraevano a lungo nella notte.

Perché l’Università e la Facoltà possano svolgere, come chiede il testo unico dell’insegnamento universitario, la funzione “di promuovere il progresso della scienza e di fornire la cultura scientifica necessaria per l’esercizio degli uffici e delle professioni” occorrono soldi — che oggi si chiamano “risorse” — e anche qui mi sembra di percepire un altro disagio diffuso; da vecchio conservatore faccio fatica a considerare l’università una azienda che deve adattarsi a cercare quattrini da sponsor, come si chiamano, privati, e dall’andare a cercare studenti perché il loro numero dà diritto a una maggiore fetta dei pochi fondi a disposizione.

Anche nella sua alba la Scuola Superiore era a corto di soldi; ci sono pervenute le lettere dei primi direttori, da Pantaleoni a Giustiniani a Toschi, che chiedevano soldi per completare la biblioteca, per acquistare gli armadi e i banchi, per attrezzare il laboratorio merceologico. E dopo che la Facoltà è stata inquadrata nell’università statale le cose non devono essere andate meglio; di certo nel periodo del mio insegnamento i soldi non c’erano mai; bisognava elemosinare al Consiglio Nazionale delle Ricerche qualche soldo per partecipare ad un congresso, per un esperimento o per completare la collezione di qualche rivista — e alla fine si riusciva nell’intento, magari adattandosi ad una certa dose di austerità nelle spese.

Oggi gli studenti della Facoltà (alcuni senza saperlo) hanno a disposizione una nelle più belle e ricche biblioteche nel campo economico dell’Italia meridionale, ma le sue collezioni sono state conquistate con fatica e pazienza, contendendo i soldi a quelli che ogni Istituto, come allora si chiamavano i dipartimenti, esigeva per se stesso. Ricordo con piacere il nostro bibliotecario di molti anni, il dott. Pietricola, a cui cavavamo il fiato perché acquistasse qualche libro o rivista in più.

Come sono cambiati i tempi in appena mezzo secolo, anzi in pochi decenni; oggi sono disponibili formidabili strumenti di lavoro e di informazione; ricordo la gelosia provata quando, nei locali dei colleghi di statistica, vedevo le prime macchine calcolatrici elettroniche e la felicità quando l’Istituto di Merceologia poté acquistare nel 1983, con soldi del Consiglio Nazionale delle Ricerche, per la cifra favolosa, mi pare, di sei milioni di lire di allora, il primo calcolatore da tavolo, il mitico HP 85 Capricorn, a 16 kappa, che i miei colleghi merceologi hanno gelosamente conservato nel museo che compie anch’esso, insieme alla Facoltà, centoventi anni di età e che contiene rare apparecchiature.

Oggi i soldi continuano ad essere pochi ma le possibilità tecniche di conoscenza si sono dilatate e sono certo che i più giovani studiosi provano, come si provava ai miei tempi, l’ansia dell’attesa per l’arrivo di una nuova apparecchiatura, la felicità di estrarla dalle casse di imballaggio.

I soldi sono importanti per lo spazio, che non è mai sufficiente, per i servizi agli studenti, ma, a mio modesto parere, non si può diventare schiavi della necessità di “avere di più” perché la funzione dell’università è pur sempre quella di “essere di più”, più stimolo, più cultura, più provocazione, più speranza.

Si sente, parlando di Università, un disagio diffuso per il reclutamento di nuovi studiosi, per l’organizzazione delle “carriere” e dei concorsi e per l’assegnazione e distribuzione degli insegnamenti, il che spesso porta ad incattivire la concorrenza e le legittime ambizioni degli studiosi giovani e bravi. Anche questo disagio, peraltro, non nuovo.

La Facoltà di Bari nacque con docenti locali, spesso provenienti dai licei e dagli Istituti tecnici pugliesi, ma ben presto furono chiamati ad insegnare a Bari docenti da altre Università; alcuni, dopo qualche anno, si sono trasferiti alle Università di provenienza o ad altre ancora. Non è generoso parlare di Bari come “università di transito” perché molti docenti non pugliesi o non baresi hanno lasciato una profonda e feconda eredità sotto forma di studiosi locali divenuti a loro volta docenti, o di docenti che di Bari hanno fatto la propria città, partecipando anche alla vita economica e politica della città e della Regione.

Alla fine della seconda guerra mondiale i professori di ruolo erano poche migliaia e la “carriera” cominciava con la nomina ad assistente — un istituto ormai dimenticato. Un assistente quando diventava di ruolo, con un concorso per la copertura di uno dei posti che si venivano a mano a mano liberando, aveva un contratto che gli garantiva la permanenza in servizio a condizione che ottenesse la libera docenza, un altro istituto scomparso, un titolo che si otteneva con un concorso sulla base delle pubblicazioni e di una pubblica lezione. Se dopo dieci anni un assistente di ruolo non otteneva la libera docenza aveva il diritto di passare ad insegnare in un liceo, aveva, insomma, un pane assicurato per tutta la vita. In quelle condizioni si poteva lavorare guardando con serenità al futuro e alcuni riuscivano ad “andare in cattedra”, come si diceva, anche molto giovani; altri passavano all’Università dopo un’esperienza di insegnamento nei licei.

La situazione è certamente peggiorata con l’aumento del numero degli aspiranti, con l’invenzione dell’istituto delle borse di studio e dei ricercatori e poi dei dottorati, per cui anche nell’Università si verificano le condizioni di precariato che affliggono le giovani generazioni, e poi con continui mutamenti nelle regole dei concorsi universitari, e anche talvolta con l’invadenza degli aspetti più deteriori della politica. Invadenza, anche questa, non nuova; quando la Scuola Superiore di Bari nacque, fu chiamato a dirigerla un docente di ventinove anni, Maffeo Pantaleoni, già noto a livello internazionale, amico di Vilfredo Pareto. E proprio Pantaleoni fu licenziato dopo sei anni, nel 1892, per aver scritto su una rivista internazionale una critica alla politica fiscale del governo del tempo, e fu costretto a lavorare per qualche tempo come amministratore alla Cirio di Napoli (5) !

Eppure proprio una certa sicurezza del futuro consente di svolgere serenamente l’insegnamento e la ricerca universitaria; non ci si può lamentare se l’Italia è in ritardo nel mondo nel campo della ricerca e dell’innovazione se non si ha il coraggio di suscitare negli studenti e negli studiosi, e di assicurargli, la consapevolezza dell’importanza del proprio ruolo, non solo come fonte di guadagno, ma come mezzo per far sviluppare il nostro paese. Importanza particolarmente grande nel campo degli studi dei fenomeni economici.

Per far questo occorre anche ricordare e assicurare ai docenti i loro diritti, uno dei quali, fondamentale e troppo spesso dimenticato, è il diritto a svolgere insegnamento e ricerca nel nome della libertà, come esige la Costituzione. Qualcuno forse ricorda che fino al 1958 i professori universitari erano tenuti al giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica, previsto per tutti i dipendenti dello stato; lottammo — io ero allora un giovane assistente — per anni perché fosse approvata una legge che esentasse i professori universitari da tale giuramento; da allora, nel momento in cui sono nominati professori, essi di fatto prestano giuramento soltanto alla libertà della ricerca in nome della quale devono essere pronti, se è necessario per l’avanzamento delle conoscenze, anche a violare le leggi correnti che governano i vari campi del sapere.

Un professore è, in un certo senso, in bilico fra passato e futuro, fra il rispetto dei canoni vigenti e il dovere di critica. Proprio per questo mi sono permesso di tediarvi con una breve rievocazione del passato perché da esso si può trarre, a mio modesto parere, coraggio e anche l’orgoglio di far parte, studenti e docenti, di una istituzione, l’Università italiana e questa Facoltà.

Mi si perdoni se ho citato così pochi fra i tanti studiosi — giuristi, statistici, matematici, economisti, cultori di lingue straniere, geografi, aziendalisti, storici, eccetera, e merceologi, i miei colleghi che mi sono più cari di tutti — con molti dei quali sono state scambiate speranze e ansie, ma col passare del tempo sfuma il ricordo di tanti volti di colleghi e di studenti, ma non sfuma un affetto collettivo per tutti loro. Ogni tanto ancora oggi qualche persona mi avvicina ricordando di avere “fatto l’esame” con me e non posso nascondere l’emozione quando un volto dimenticato riemerge dalla folla di persone, ragazze e ragazzi, incontrate sui banchi o nelle aule di esame, talvolta sgridate, ma sempre con affetto.

Vi ringrazio ancora per avermi offerto l’occasione di rivivere, in queste aule, qualche momento dei tanti della mia lunga vita, nel complesso fortunata perché mi ha permesso di svolgere, e proprio qui, il mestiere più affascinante del mondo, quello di professore d’Università.

 

(1)  M. Pantaleoni, “Relazione sui servizi della R. Scuola superiore di Commercio di Bari”, presentata dal Direttore al Presidente del Consiglio Direttivo”, Bari, Pansini, 1888 (una specie di “manifesto” dell’insegnamento superiore in materia economico-tecnica).

(2)  S. Fiorese, ”Il R. Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali di Bari nei suoi cinquant’anni di vita”, Bari, Cressati, 1932

(3)  U. Toschi, “Il R. Istituto Superiore di Scienze economiche e commerciali di Bari, 1885-1935”, Bari, Tipografia Cressati, 1937

(4)  A. Di Vittorio, “Cultura e Mezzogiorno. La Facoltà di Economia e Commercio di Bari (1886-1986)”, Bari, Cacucci Editore, 1987; A. Di Vittorio (a cura di), “Cento anni di studi nella Facoltà di Economia e Commercio di Bari (1886-1986)”, Bari, Cacucci Editore, 1987

(5)  Per questo interessante e poco noto episodio si veda: V. Pareto, “Lettere a Maffeo Pantaleoni 1890-1923”, a cura di G. De Rosa, Roma, Banca Nazionale del Lavoro, 1960