SM 2754 — I tre mondi del XXI secolo — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 22 agosto 2006 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il possesso delle risorse naturali è sempre stato il motore dei rapporti economici e politici fra i paesi della Terra; anche dopo la fine della serie delle “grandi guerre” dell’Ottocento e del Novecento, le grandi e le piccole potenze della Terra si sono confrontate sul terreno della conquista di minerali, fonti di energia, prodotti agricoli e forestali, spesso nelle mani dei paesi arretrati. 

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, dal 1945 in avanti, il mondo è stato considerato diviso in tre grandi blocchi: quello dei paesi capitalisti, a libero mercato, costituiti dagli Stati Uniti e dai loro alleati; quello dei paesi socialisti, a economia pianificata, costituiti dall’Unione Sovietica e dai suoi alleati. Infine c’era il “terzo mondo”— secondo la definizione coniata nel 1951 dal geografo Alfred Sauvy (1898-1990) — costituito da paesi poveri, sottosviluppati, talvolta gravitanti, per ragioni commerciali o di difesa, nell’orbita di uno dei due principali gruppi, talvolta “non allineati”, spesso ricchi o potenzialmente ricchi di materie prime e risorse naturali. 

Stati Uniti e Unione Sovietica acquistavano, dai paesi del terzo mondo, materie prime strategiche — petrolio e carbone, cereali, legname, minerali di ferro, cromo, tungsteno, rame, e del sempre più ambito uranio, eccetera — fornendo in cambio assistenza militare per le lotte con i paesi vicini e con i movimenti di liberazione interni. A partire dagli anni sessanta del Novecento i paesi non allineati, a poco a poco sgravati dalla condizione coloniale, avevano organizzato, a livello delle Nazioni Unite, dei gruppi di pressione per ottenere condizioni commerciali e prezzi più equi per le materie prime, in modo da trattenere una qualche quota di ricavi per il proprio ”sviluppo”. L’enciclica di Paolo VI “Sullo sviluppo dei popoli” (1967) aveva indicato nuove strade per rapporti economici internazionali più giusti e solidali proprio nel periodo delle ingerenze del primo e del secondo mondo nel Vietnam, in America Latina, in Africa, nel Medio Oriente. Non a caso la terza conferenza su commercio e sviluppo, Unctad III, si era tenuto nel 1972 a Santiago del Cile, nella breve stagione del governo socialista di Allende, poche settimane prima della Conferenza di Stoccolma “sull’ambiente umano”; sviluppo e giustizia si saldavano con i problemi allora emergenti dell’ecologia, della crescita demografica e dell’ambiente. 

Come reazione, le ingerenze straniere nelle zone minerarie cilene e africane e nei paesi petroliferi sono continuate provocando un’ondata di ribellione che si è tradotta nell’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime e che ha gettato il capitalismo occidentale nella grande crisi del 1973. E’ così apparso che le merci e le materie prime rappresentavano la nuova arma del potere e che esse erano in gran parte nelle mani dei paesi del “terzo mondo”. 

Era cambiata la geopolitica mondiale, tanto che nel 1974 una economista inglese, Barbara Ward (1914-1981), suggerì una diversa suddivisione del mondo, sulla  base della possibilità di accesso alle materie prime e alla tecnologia. Il primo mondo sarebbe allora stato quello dei paesi industrializzati, praticamente autonomi quanto a disponibilità di materie prime o addirittura esportatori di materie prime: Stati Uniti, Unione Sovietica e anche Canada e Australia. Il secondo mondo era quello dei paesi industriali tecnologicamente avanzati, ma poveri di materie prime, come l’Europa occidentale e quella orientale, accomunate nella dipendenza dalle potenze del primo mondo. 

Il terzo mondo era quello dei paesi sottosviluppati che possedevano alcune materie e risorse essenziali — petrolio, o minerali strategici, o abbondanti raccolti agricoli, o legname, o mano d’opera a basso prezzo — da poter vendere ai paesi del secondo mondo e, col ricavato, poter avviare un qualche processo di sviluppo sociale e industriale, pur in mezzo a contraddizioni e ingiustizie interne. 

I paesi del quarto mondo erano quelli privi di risorse naturali vendibili, i poveri-poveri, praticamente senza speranza di sviluppo o di liberazione, in Africa, Asia, America Latina, con rapidi tassi di crescita della popolazione, destinati a premere per avere un posto alla mensa dei paesi ricchi e destinati ad essere respinti senza pietà. Ne è seguita una lunga crisi economica mondiale, la scomparsa del socialismo e una serie di dolorosi conflitti locali. Alla fine, negli anni ottanta, il mondo si poteva considerare diviso in due grandi blocchi: un Nord del mondo, che vede uniti i paesi industrializzati e la cui crescita dipende dallo sfruttamento delle risorse naturali materiali degli altri paesi, quelli del Sud del mondo. 

Nel frattempo nel Sud del mondo sono emersi alcuni paesi in via di rapida industrializzazione che vendono materie prime e merci e lavoro a basso prezzo, mentre gli altri poveri e poverissimi dipendono da tutti. Di nuovo tre mondi, quindi, quello dei paesi industrializzati (mille milioni di abitanti), quello dei paesi emergenti come India e Cina (2500 milioni di abitanti) e quelli poveri e poverissimi (altri 3000 milioni di persone nel Sud America, Asia, Africa), serbatoi di materie prime e di lavoro miserabile e discariche di rifiuti e scorie industriali di tutti. 

In questi complicati rapporti non esiste più alcuna ideologia, né nessun progetto, né nessuna speranza o solidarietà, al di fuori dalla omogeneizzazione, globalizzazione, delle aspirazioni di possesso del denaro e delle merci che vedono uniti oppressori e oppressi. Quanto potrà andare avanti questa situazione ?