SM 2744a — I tre mondi del XXI secolo — 2006

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il mondo è stato considerato diviso in tre grandi blocchi: quello dei paesi capitalisti, pudicamente chiamati a libero mercato, costituiti dagli Stati uniti e dai loro satelliti; quello dei paesi socialisti, o a economia pianificata, costituiti dall’Unione sovietica e dai suoi satelliti, con la turbolenta isola cinese che faceva una propria politica. Infine c’era il “terzo mondo”— secondo la definizione coniata dal geografo Sauvy nel 1951 — costituito da paesi poveri, sottosviluppati, talvolta gravitanti, per ragioni commerciali o di difesa, nell’orbita di uno dei due (o tre) principali imperi, talvolta “non allineati”, spesso ricchi o potenzialmente ricchi di materie prime e risorse naturali. 

Stati Uniti e Unione Sovietica esercitavano, sui paesi del terzo mondo, una politica imperialista consistente nell’acquistare materie prime strategiche – petrolio e carbone, cereali, minerali di ferro, cromo, tungsteno, rame, eccetera — fornendo in cambio assistenza militare per le lotte con i paesi vicini e con i movimenti di liberazione interni. I paesi satelliti – Europa, Giappone, eccetera – rappresentavano i grandi mercati di tecnologie e prodotti industriali e di consumo. 

A partire dagli anni sessanta del Novecento i paesi non allineati, a poco a poco sgravati dalla condizione coloniale, avevano organizzato, a livello delle Nazioni unite, dei gruppi di pressione per ottenere condizioni commerciali e prezzi più equi per le materie prime, in modo da trattenere una qualche quota di ricavi per il proprio ”sviluppo”: le conferenze su commercio e sviluppo, Unctad, hanno rappresentato un luogo di discussione che non ha inciso molto fino alla fine degli anni sessanta, quando la protesta internazionale contro l’aggressione americana in Vietnam, gli interventi nei paesi africani, la ribellione del governo socialista cileno di Allende contro le multinazionali americane del rame, e la formazione di repubbliche “socialiste” in paesi petroliferi come Libia e Iran, hanno indicato la necessità di una svolta. Non a caso la terza conferenza su commercio e sviluppo, Unctad III, si era tenuto nel 1972 a Santiago del Cile, e poche settimane prima della Conferenza di Stoccolma “sull’ambiente umano”. 

L’assassinio di Allende e il ritorno di un governo fascista aperto di nuovo alle multinazionali americane e le ingerenze straniere nei paesi petroliferi hanno sollevato un’ondata di ribellione che si è tradotta nell’aumento del prezzo del petrolio e delle materie prime e hanno gettato il capitalismo occidentale nella grande crisi. E’ così apparso che le merci e le materie prime rappresentavano la nuova arma del potere: “Commodity power”, come titolò in quelle settimane l’Economist. Dalle materie prime dipendeva non solo la ricchezza, ma la stessa sopravvivenza del capitalismo, e quelle erano in gran parte nelle mani dei paesi del “terzo mondo”. 

Era cambiata la geopolitica mondiale, tanto che nel 1974 — subito dopo la prima crisi petrolifera — una economista inglese, Barbara Ward, suggerì una diversa suddivisione del mondo, sulla  base della possibilità di accesso alle materie prime e alla tecnologia. Il primo mondo sarebbe allora stato quello dei paesi praticamente industrializzati autonomi quanto a disponibilità di materie prime o addirittura esportatori  di  materie prime: Stati Uniti, Unione Sovietica e anche Canada  e Australia. Il secondo mondo era quello dei paesi industriali tecnologicamente avanzati, ma poveri di materie prime, come l’Europa   occidentale e quella orientale, accomunate nella dipendenza dalle potenze imperiali del primo mondo. 

Il  terzo mondo era quello dei paesi poveri e sottosviluppati che possedevano soltanto alcune materie e risorse essenziali — petrolio, o minerali strategici, o abbondanti raccolti agricoli, o legname, o mano d’opera a basso prezzo — da poter vendere ai paesi del secondo mondo e, col ricavato, poter avviare un qualche processo di sviluppo sociale e industriale, pur in mezzo a contraddizioni e ingiustizie interne. 

I  paesi del quarto mondo erano quelli privi di risorse naturali vendibili, i poveri-poveri, praticamente senza speranza di sviluppo o di liberazione, uno o due miliardi di persone in Africa, Asia, America Latina, con rapidi tassi di crescita della popolazione, destinati a premere per avere un posto alla mensa dei paesi ricchi e destinati ad essere respinti senza pietà. 

I paesi imperiali reagirono spingendo a guerre interne i paesi ricchi di materie prime, armando i movimenti che assicuravano il ritorno del predominio delle multinazionali; nello stesso tempo una abile azione degli Stati uniti, ma anche dell’Europa, ha aiutato la lenta dissoluzione di quel che restava del socialismo, ben poco realizzato, nell’Unione Sovietica e nell’Europa orientale fino al fatidico “ottantanove” che di nuovo rivoluzionava la geopolitica mondiale. 

Con la scomparsa del socialismo e dell’economia pianificata si sono formati due grandi blocchi: un impero dei paesi industrializzati del Nord del mondo, che vede uniti i due imperi, americano e russo e i loro satelliti, più o meno riottosi, come l’Europa, nel processo di sfruttamento delle risorse naturali materiali degli altri paesi, quelli del Sud del mondo, un frastagliato aggregato di popoli. Il Nord del mondo ha l’unico fine di sfruttare, come ha sempre fatto, anche quando era diviso, i paesi poveri: il Sud del mondo cerca di raggiungere una condizione di benessere economico e merceologico simile a quello dei paesi del Nord del mondo. 

A loro volta i paesi del Sud del mondo si possono riconoscere suddivisi in paesi in via di industrializzazione che vendono materie prime e merci e lavoro a basso prezzo, e in paesi poveri e poverissimi che dipendono da tutti e che sono la grande riserva di mano d’opera miserabile, il futuro gigantesco mercato le merci e macchinari e la grande discarica di tutte le merci e i rifiuti inquinanti del Nord del mondo. 

In questi complicati rapporti non esiste più alcuna ideologia, né nessun progetto, né nessuna speranza o solidarietà, al di fuori dalla omogeneizzazione delle aspirazioni di possesso del denaro e delle merci. Il primato del mercato, la globalizzazione, l’aspirazione europea di creare una “unione” di mercanti e acquirenti di merci, contrapposta all’impero americano e russo, rientrano in questo grande progetto di imperialismo e di oppressione che, con un raffinato disegno, unisce oppressori e oppressi. 

L’unico inconveniente di questa situazione è che non può andare avanti, o, come si dice, è insostenibile. Essa potrebbe continuare soltanto “pesando” sempre di più sulle risorse naturali materiali della Terra che sono tutt’altro che infinite: petrolio, carbone, acqua dolce, prodotti agricoli e zootecnici, suoli agricoli, foreste, minerali, così come continuamente diminuisce la capacità dell’aria, delle acque e del mare di ricevere e assimilare scorie e rifiuti. Le materie offerte dalla Natura entrano nei grandi processi di trasformazione che garantiscono il flusso di alimenti, plastica, automobili, macchinari, carta, edifici, strade, continuamente rinnovati perché solo così si tiene in movimento sempre più rapido il denaro, la crescita. 

Senza rendersi conto che tale flusso di merci e di oggetti non si interrompe mai e la materia e l’energia si trasformano in scorie che modificano la temperatura del pianeta, la composizione dei suoli e delle acque, che diventano sempre meno utilizzabili a fini umani, che lasciano sempre meno risorse e opportunità materiali per le generazioni future. 

Il credo capitalistico del mercato giustifica questa tendenza, dalla cui continuazione — anzi aumento, “crescita” — dipende la sua sopravvivenza, con tre menzogne: la prima è che il produrre e consumare merci è virtuoso perché assicura occupazione; la seconda menzogna è che produrre merci è virtuoso perché si liberano i popoli poveri dall’indigenza; la terza è che non ci si deve preoccupare perché la società del futuro sarà sempre più immateriale, grazie ai successi dell’elettronica, delle telecomunicazioni e della globalizzazione. 

La politica ”europea”, che tanti sacrifici chiede alle classi meno abbienti e ai ceti più deboli – ai Sud interni – dei paesi europei, non solo non crea occupazione e non risolve problemi umani né nei paesi europei, né tanto meno nel Sud del mondo, ma anzi aggrava le differenze preparando condizioni che un giorno possono tradursi in maggiore impoverimento dei poveri e in conflitti irrimediabili. 

Ma non è finita: proprio la globalizzazione, la diffusione delle informazioni e la crescente facilità di spostare merci e persone, ha fatto crescere nuovi giganti imperiali che vendono quelle tecnologie e merci che avevano fatto ricchi e potenti gli imperi del Nord del mondo: si tratta dell’impero di due miliardi e mezzo di persone, per lo più in Cina e India e nei loro satelliti asiatici, che, con un lavoro in condizioni spesso selvagge, rispetto ai valori occidentali, ma peraltro ben familiari alla rivoluzione industriale europea e americana dell’Ottocento, “fabbricano”, insieme alle merci anche capitali da investire nel Nord del mondo. 

E così siamo tornati a tre mondi: quello del “vecchio” Nord, sempre più vecchio demograficamente, sempre meno capace di innovare e di produrre e di “sperare” (diciamo 1500 milioni di persone), quello dei paesi di industrializzazione emergente con stile paleo-capitalistico (diciamo 2500 milioni di persone), e i soliti poveri e poverissimi (diciamo altri 2500 milioni di persone) che comprendono i paesi islamici, quelli latino-americani, parte degli asiatici, dilaniati da guerre interne, ben alimentate e incoraggiate dal “vecchio” Nord. 

In questo modo quei problemi che erano al centro dell’attenzione nella “primavera dell’ecologia”, negli anni dal 1968 al 1973, quei problemi di aumento demografico, di impoverimento delle riserve di terre agricole e di fonti energetiche, di inquinamento dell’aria e delle acque e poi di mutamenti climatici e di peggioramento della salute, sono riesplosi in forma ancora più grave proprio in seguito a questa nuova distribuzione della produzione industriale e agricola. 

Le leggi sociali faticosamente conquistate dai movimenti socialisti dell’Ottocento e Novecento in Europa e in America, le leggi faticosamente conquistate in Europa e in America  per ridurre i costi e i danni dell’inquinamento, per aumentare la sicurezza sul lavoro, sembrano volatilizzate, a livello “globale”, appunto, davanti alle devastazioni ambientali che la maniera capitalistica paleotecnica di produrre e consumare, rapidamente assimilata nel nuovo “secondo mondo”, compromettono rapidamente e irreversibilmente le condizioni di sopravvivenza degli stessi paesi emergenti e di tutto il pianeta. 

Il ritorno del nucleare commerciale come finto rimedio ai mutamenti climatici, la diffusione di armi sempre più devastanti, lo sfruttamento delle risorse naturali e gli inquinamenti stanno portando il pianeta a condizioni ben peggiori di quelle che si profilavano quando nacque la contestazione ecologica. 

E non può essere altrimenti perché la crescita economica planetaria secondo le regole del libero mercato inevitabilmente spinge alla catastrofe: più mercato, più crescita di merci e di servizi, aumento della popolazione mondiale, aumento della popolazione che vuole assidersi al “banchetto della natura” delle società opulenti, inevitabilmente portano a conflitti per la conquista di acqua, di spazi coltivabili, di energia, di cibo. 

Anche se esistessero —ed esistono — conoscenze tecniche per liberare i poveri dalla miseria con soluzioni diverse da quelle offerte dal capitalismo europeo e americano, anche se esistesse la possibilità di assicurare acqua e alimenti e salute e abitazioni decenti, per questa tecnica non c’è spazio se non assicura ricchezza finanziaria al capitale globale, inevitabile premio del diritto di proprietà. 

Come è possibile chiedere al padrone dei pozzi petroliferi di estrarre meno petrolio, per lasciarne un poco alle generazioni future, al padrone della fabbrica di depurare i suoi fumi ed effluenti, se questo fa diminuire i suoi profitti, come si può chiedere a regioni o stati confinanti di amministrare insieme, con rispetto reciproco, le acque dei fiumi comuni, come si può chiedere al padrone dei boschi di rinunciare alla costruzione di edifici o strade o impianti sportivi per non tagliare gli alberi, per evitare frane e alluvioni future ? 

L’analisi della crisi delle risorse naturali mostra bene che essa è dovuta allo scontro fra interessi privati e beni collettivi; allo sfruttamento privato di risorse, come l’aria o l’acqua o la fertilità del suolo, che a rigore non hanno un padrone. La crisi ecologica è sostanzialmente crisi del bene collettivo; alcuni traggono benefici senza alcun costo; tengono,  per esempio, pulita la propria casa, il  proprio oikos, scaricando i rifiuti all’esterno,  nell’ambiente, in una più vasta casa d’altri. 

La salvezza va allora cercata mettendo in discussione i principi stessi della proprietà privata, ricuperando il carattere pubblico dei beni come l’aria o il mare o le acque e introducendo il principio di delitto per chi tali beni viola o rapina o sporca. Gli obiettivi dell’economia  finanziaria e quelli dell’economia sociale non possono coincidere; la proprietà collettiva delle fonti di energia, dalle regioni montagnose dove i fiumi nascono, fino ai più remoti pozzi di petrolio, è la sola garanzia per un uso e una conservazione efficace. 

Soltanto una società pianificata e socialista potrebbe darsi delle nuove regole, compatibili con i problemi di scarsità e di distribuzione secondo giustizia. Già settanta anni fa il grande sociologo Lewis Mumford aveva parlato della necessità di liberarsi delle scorie della società paleotecnica edificando una società neotecnica basata sulla pianificazione dei bisogni fondamentali, sul potenziamento dei servizi e dei beni collettivi, basata su un “comunismo di base”, ben diverso dalla struttura burocratica e assolutista dei paesi del defunto socialismo così poco realizzato. 

Il comunismo di fondo avrebbe dovuto implicare l’obbligo di partecipare al lavoro della  comunità in modo da soddisfare i bisogni fondamentali con una pianificazione della produzione e del consumo, un sistema economico in cui il fine della produzione sia il raggiungimento del benessere sociale al posto del profitto privato, in cui il diritto di proprietà sia trasferito dai singoli individui alla comunità.  

Per Mumford il comunismo avrebbe dovuto significare che il governo doveva assicurare un reddito minimo garantito a ogni cittadino, come diritto dell’appartenere a una comunità, dopo di che i governi avrebbero dovuto rallentare la corsa alla produzione di merci e riorientare la società dalla sua febbrile preoccupazione per invenzioni, merci, profitti, vendite, per far soldi, all’intenzionale promozione di più umane funzioni vitali, tanto che Mumford pensava ad una  “repubblica verde”, più che “rossa”. 

La sola alternativa a questo comunismo è l’accettazione del caos: le periodiche chiusure degli  stabilimenti e le distruzioni, eufemisticamente denominate ‘valorizzazioni’, dei beni di alto valore, lo sforzo continuo per conseguire, attraverso l’imperialismo, la conquista dei mercati stranieri. Molte innovazioni tecniche vengono usate immediatamente dalla megamacchina contro gli esseri umani: si pensi all’uso che il potere politico ed economico fanno della televisione per livellare i gusti, per spingere ad una crescente dipendenza nei confronti del  consumo delle merci, per soffocare la stessa democrazia. 

Se vogliamo conservare i benefici della “macchina” non possiamo permetterci il lusso di continuare a rifiutare la sua conseguenza sociale, ossia l’inevitabilità di un comunismo di base. Questa prospettiva appare ingrata all’operatore economico di stampo classico, ma sul piano umano può solo rappresentare un enorme progresso e dovrebbe indurci, se lo volessimo, ad avviare un nuovo grande movimento di liberazione dalla povertà, tanto più necessario in questo momento in cui la società paleotecnica, in cui siamo immersi, mostra tutta la sua violenza e arroganza. 

Impossibile ? No. Per quanto la scienza e la  tecnica abbiano ampiamente dirottato dal loro più esatto itinerario, esse ci hanno insegnato almeno una lezione: niente è impossibile.