SM 2740 — Resurrezione dell’energia nucleare ? — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 20 giugno 2006; http://www.aadp.it/modules.php?name=News&file=article&sid=156

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

L’estrazione di energia dal nucleo atomico è stata uno dei temi ricorrenti da sessant’anni a questa parte. Considerata potente arma di guerra, poi diventata speranza di pace e di progresso economico, poi declinata sotto l’incubo di alcuni incidenti catastrofici, come quello di Chernobyl di venti anni fa, e sempre presente negli arsenali militari, l’energia nucleare è ora tornata all’attenzione dell’opinione pubblica sotto diversi aspetti. Da una parte esiste l’incubo che alcune potenze, che l’America e l’occidente considerano ostili, possano fabbricarsi una bomba atomica asiatica, nell’Iran islamico e nella Corea del Nord, ultima isola comunista nel mondo. 

Fino agli anni sessanta del secolo scorso era accettato che cinque “potenze” mondiali — Stati Uniti, URSS ora Russia, Inghilterra, Francia, Cina — potessero legittimamente possedere armi nucleari (con l’implicita silenziosa ammissione che anche Israele ha delle bombe atomiche). Poi India e Pakistan si sono inserite nel club esclusivo delle ”potenze” militari nucleari e nessuno ha battuto ciglio. Tutti gli altri paesi, se volevano, potevano costruire, acquistare e far funzionare centrali e reattori nucleari purché gli inevitabili sottoprodotti (uranio e plutonio) non venissero usati per fabbricare bombe atomiche. Questo impegno è fissato da un “Trattato di non proliferazione delle armi nucleari” e la agenzia internazionale IAEA, con sede a Vienna, ha il compito di verificare che nessuno violi tale trattato. L’articolo quattro del trattato stabilisce il diritto dei paesi a usare l’energia dell’atomo a fini commerciali (produzione di elettricità); a dire la verità esisterebbe anche un articolo sei che impegna tutti i paesi a eliminare tutte le armi nucleari esistenti, ma le grandi potenze fanno finta che questo non esista. 

Di ipocrisia in ipocrisia, l’Iraq è stato aggredito per il sospetto che volesse costruire una bomba atomica con l’uranio che non si sognava neanche di avere; l’Iran non deve arricchire l’uranio neanche nella forma adatta per far funzionare una centrale nucleare, per il sospetto che possa arricchirlo anche al livello adatto per una bomba atomica; lo stesso vale per la Corea del Nord. Insomma alcuni possono fare bombe e costruire centrali nucleari e altri non devono produrre bombe e neanche trattare l’uranio per costruire centrali. Il confine fra il possibile e il vietato non è basato su considerazioni etiche o ambientali ma solo sul maggiore o minore grado di fedeltà e affidabilità politica o religiosa o ideologica. 

Eppure il confine fra lecito o vietato dovrebbe essere tracciato su considerazioni etiche, su ciò che è ragionevolmente “bene” o “male” per i terrestri, per il prossimo della nostra generazione e per il prossimo del futuro. E’ male la produzione e la stessa sopravvivenza delle armi nucleari, ma il giudizio coinvolge anche le scelte economiche e tecniche relative all’uso ”commerciale” dell’energia nucleare. Dopo anni di apparente “sonno”, nei quali il basso prezzo del petrolio e l’alto costo dell’elettricità nucleare e una residua attenzione per i problemi ambientali e per i pericoli della radioattività ha rallentato la costruzione delle centrali nucleari, stiamo assistendo ad una viva resurrezione delle attività atomiche. I paesi che dispongono di bombe atomiche stanno perfezionando e aggiornando i propri arsenali; molti paesi, anche emergenti, sono stati convinti dai potenti interessi economici e finanziari che ruotano intorno al nucleare militare e commerciale, della convenienza della costruzione di nuove centrali. Una abile manipolazione dei costi fa credere che l’elettricità nucleare costi tanto meno di quella ottenuta dai combustibili fossili o dalle fonti rinnovabili (energia idrica, solare, vento). 

La manipolazione consiste nel non far figurare i costi monetari associati alle due più controverse, e costose, operazioni del ciclo dell’uranio. La prima riguarda lo smantellamento e la sepoltura, per secoli, delle centrali nucleari che, dopo trenta o quarant’anni, devono essere chiuse e che contengono enormi quantità di radioattività al proprio interno: ruderi inavvicinabili, pericolosi, che nessuno sa come sistemare. La seconda riguarda l’irrisolto e ancora più urgente problema della sistemazione dei residui radioattivi dell’intero ciclo del combustibile nucleare, non solo nel corso della costruzione delle bombe. Nel funzionamento delle centrali nucleari commerciali, a mano a mano che dalla fissione del nucleo si libera energia, si formano nuclei radioattivi che devono essere estratti continuamente e sostituiti con combustibile “fresco” (uranio arricchito al 3 % di uranio-235). Il “combustibile irraggiato”, estratto dai reattori, contiene uranio insieme a plutonio e ad altri elementi formati dall’uranio, e insieme agli “isotopi” radioattivi di molti altri elementi chimici che si sono formati dallo ”spaccamento” (fissione) dell’uranio, la reazione che genera calore da cui poi si ottiene elettricità. Di queste grandi quantità di “scorie” si è parlato un poco ai tempi della “battaglia di Scanzano” (il paesino della Basilicata che si è ribellato al progetto del governo passato di seppellirvi i materiali radioattivi esistenti in Italia), poi l’opinione pubblica se ne è dimenticata. Ma le scorie sono lì, in Italia come all’estero; un libro, appena uscito, del prof. Virginio Bettini, intitolato proprio: “Scorie. L’irrisolto nucleare” (Utet), spiega che la sistemazione delle scorie, da tenere per secoli lontane da ogni forma di vita, comporta un gigantesco impegno, nazionale e internazionale, con giganteschi costi monetari e con una crescente domanda di ingegneri, chimici, biologi, e di innovazioni, non per produrre altra elettricità nucleare, ma per smettere di produrne; ogni chilowattora nucleare prodotto, genera veleni mortali per la nostra e le future generazioni. Possiamo andare avanti così ?