SM 2715 — Erosione delle spiagge — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 23 marzo 2006

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il mare, nel suo incessante moto, si sta mangiando lentamente e inesorabilmente una gran parte delle coste italiane; l’arretramento delle spiagge del Salento sta mobilitando amministratori e scienziati alla ricerca di sistemi per rallentare o fermare l’erosione. Le proposte sono  numerose e sono state sperimentate in varie altri parti d’Italia: alcuni propongono di immettere nel mare delle scogliere perpendicolari alla costa, in modo da fermare la sabbia che il mare trascina con se; altri propongono di creare delle scogliere parallele alla costa, in modo che la forza del moto ondoso si ”scarichi” contro la barriera e la sabbia in sospensione nel mare possa scavalcarla e depositarsi verso la spiaggia; altri ancora propongono di stendere nel mare delle barriere, un poco più basse del livello del mare, sommerse, insomma, costituite da sacchi di plastica pieni di sabbia o ghiaia contro cui urta la forza delle onde; altri ancora propongono di asportare la sabbia dalle coste in cui è cui  è ancora abbondante e di immetterla davanti alle spiagge in via di ritiro, di erosione.

 

Non esiste nessuna ricetta sicura; alcune hanno dato buoni risultati in qualche zona o sono fallite in altre; il deposito di nuova sabbia sulla spiaggia esposta ad erosione talvolta viene vanificato perché il moto del mare la sposta di nuovo; talvolta una barriera o un intervento sposta l’erosione da un luogo all’altro anche ad alcuni chilometri di distanza.

Il successo dipende da tante considerazioni, ma soprattutto dipende dalla conoscenza di che cosa sono e di come ”funzionano” e si comportano, le coste sabbiose. La perdita, per erosione, delle spiagge comporta un danno economico, una perdita di ricchezza, di occasioni di turismo, e poi costi per riparare i danni delle frane delle strade costiere. In Italia le coste si stendono lungo ottomila chilometri, per circa la metà si tratta di coste sabbiose; le coste sono lunghe oltre settecento chilometri solo in Puglia. Davanti a questi numeri ci sarebbe da aspettarsi che ci fossero diecine di università e di centri di ricerca e documentazione sull’erosione costiera ma non è così, purtroppo. Eppure la dinamica delle spiagge sabbiose sarebbe un argomento di ricerca e di esplorazione di enorme interesse

La costa, l’interfaccia fra mare e terra, è uno dei più straordinari ecosistemi: punto di incontro fra le acque dolci dei fiumi e del sottosuolo e l’acqua salina del mare, possiede, nelle sue rocce e spiagge e dune, una ricca, spesso quasi invisibile, vita di vegetali e animali, un patrimonio di biodiversità ben illustrato nel volume “Le coste italiane”, curato da Gianni Palumbo e Danilo Selvaggi e pubblicato a Roma dalla LIPU nel 2003. 

Le spiagge, in particolare, sono “esseri” in continuo movimento; la sabbia è portata dai fiumi, ma spesso le opere di escavazione per trarne inerti per le costruzioni, fanno diminuire l’apporto fino al mare delle materie solide che assicurano l’equilibrio costiero. Le coste sono battute dalle onde marine provocate dal vento, che spostano continuamente la sabbia e la ghiaia e, nello stesso tempo, sono lambite da continue correnti di acqua di mare, in genere parallele alla costa, le quali spostano anch’esse la sabbia. A guardare il mare anche quando è calmo, non si immagina da quali forze sia continuamente mosso anche in profondità. 

Se lungo le coste sono costruiti porti o insediamenti turistici, la sabbia incontra ostacoli nel suo moto verso la terraferma e alcune spiagge si allungano e altre arretrano in maniera preoccupante. Fenomeni di erosione costiera si verificano quasi dovunque: dalla Toscana, alle  coste laziali e campane. Un arretramento delle coste si ha in Basilicata alle foci del Bradano e del Basento, e poi in Puglia dalla foce dell’Ofanto alle spiagge del Salento, e, più a nord, lungo la ricca riviera, affollata di  turismo che va da Pesaro a Venezia. E’ stato calcolato che la perdita per erosione di un metro quadrato di spiaggia comporta un “costo” di mille euro, per guadagni perduti e per i tentativi di protezione e intervento.  

Purtroppo, in un paese con alta densità di popolazione e poco spazio disponibile come l’Italia, sulle coste aumenta continuamente la pressione umana; le spiagge sono assaltate da attività turistiche che badano sempre meno alla bellezza e al carattere “naturale” e chiedono alberghi, locali notturni, stabilimenti balneari, porti turistici, addirittura piscine in riva al mare. Da secoli, e fino a pochi anni fa, le coste “appartenevano” allo stato che ne consentiva, nel bene e nel male, l’uso da parte dei privati, con vincoli e cautele. Col trasferimento del demanio marittimo dagli organi centrali dello stato alle regioni e ai comuni, la domanda di “concessioni” si è fatta sempre più pressante e arrogante. La ancora più recente politica di privatizzazione dei beni dello stato, pur di ricavare un po’ di soldi, indebolisce ulteriormente qualsiasi controllo pubblico su un bene, la spiaggia e la costa, che è (dovrebbe essere), per eccellenza, bene comune. 

E’ giusto che le coste offrano occasioni di riposo e di svago e di lavoro per tanti italiani, ma troppo spesso gli interventi sulle coste, specialmente su quelle sabbiose, provocano la distruzione delle dune e della loro preziosa vegetazione e vita, che sono invece le vere difese predisposte dalla natura contro l’erosione. 

Per una più rispettosa utilizzazione delle coste forse occorre una maggiore conoscenza della loro importanza, ecologica e umana: penso ad un libretto di informazione popolare proprio sull’”interfaccia” fra mare e terra per aiutare soprattutto i ragazzi a riconoscere la bellezza, spesso silenziosa e poco vistosa, delle coste e per far capire che è possibile trarne benefici economici senza distruggerne il valore di beni naturali collettivi.