SM 2712 — Wassily Leontief (1906-1999) — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 14 marzo 2006 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Zero percento, uno e mezzo percento: chi sa se quelli che sfornano i dati sull’aumento del magico PIL (il Prodotto Interno Lordo) del nostro o di qualsiasi altro paese si ricordano che le radici di questo modo di valutare l’economia affondano nei primi anni della rivoluzione bolscevica nell’Unione Sovietica. Il grande paese ereditato da Lenin nel 1917 dopo la sconfitta della Russia da parte della Germania e dopo la caduta degli zar era poverissimo, dilaniato da conflitti interni, con l’agricoltura e l’industria paralizzati su un territorio che si stendeva in Europa e Asia per migliaia di chilometri. Come sarebbe stato possibile fabbricare l’acciaio per i trattori, i concimi per i campi, il carbone e l’elettricità per i trasporti e le città ? Lenin capì che la sopravvivenza dipendeva dalla conoscenza delle risorse e dei beni disponibili e dalla loro distribuzione fra i vari settori. Occorrevano delle buone statistiche e degli strumenti di pianificazione degli usi delle risorse materiali disponibili. Nell’Urss esisteva ancora un servizio statistico efficiente e motivato che rispose alla domanda del paese elaborando nuovi strumenti, per inciso ispirati agli economisti francesi del Settecento e alla elaborazione che Marx, nell’Ottocento, aveva fatto della “circolazione” delle merci e del denaro. 

Si trattava di vedere quanto carbone estratto dalle miniere sarebbe stato necessario per produrre acciaio o elettricità, e quanto acciaio sarebbe stato necessario per produrre treni e trattori, e quanti trattori sarebbero stati necessari per produrre le patate e il grano e quanto grano sarebbe stato necessario per sfamare i lavoratori delle miniere, delle fabbriche di acciaio e dei campi, e quanti lavoratori sarebbero stati necessari per produrre l’acciaio, i trattori, eccetera. Gli statistici sovietici elaborarono questa circolazione di materie, merci, denaro, lavoro, in una tavola “intersettoriale” tale che, se si misurava quanto denaro passava da un settore all’altro e poi si faceva la somma, con certi artifizi, si otteneva la “ricchezza” del paese in un certo anno, una grandezza che sarebbe poi stata chiamata ”prodotto interno”; “prodotto” perché nelle primissime elaborazioni la tavola intersettoriale dell’economia sovietica era “scritta” in unità fisiche, tanti chili, tanti trattori, eccetera. Poiché peraltro è difficile sommare trattori e patate, le tavole dell’economia furono scritte in unità monetarie, proprio come avviene ancora oggi. In questa prima fase dell’economia sovietica si distinse un giovanotto diciannovenne, Wassily Leontief di cui ricorrono in questo 2006 cento anni dalla nascita. 

Leontief si trasferì poi negli Stati Uniti negli anni trenta; il presidente Roosevelt, per far uscire l’America dalla grande crisi, organizzò un ufficio di ricerche economiche, simile a quello sovietico, dove Leontief poté “scrivere” una tavola intersettoriale per gli Stati Uniti, disponendo di buoni dati statistici e di potenti calcolatori. Per queste ricerche, che furono poi applicate in tutti i paesi ed ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo delle scienze economiche e statistiche dal 1945 in avanti, Leontief ebbe il premio Nobel per l’economia nel 1973. Quei numeri che vengono indicati come PIL (in Italia circa 1400 miliardi di euro nel 2005) derivano sostanzialmente dalle tavole intersettoriali. 

Ho ricordato Leontief  perché a lui si deve la prima integrazione delle tavole intersettoriali in unità monetarie con informazioni di carattere ambientale. Ogni scambio di materia, di merci, di servizi e di denaro in una economia è accompagnato dalla formazione di residui o scorie o rifiuti gassosi (che finiscono nell’atmosfera), o liquidi, che finiscono nei fiumi, nei laghi, nel mare o nel sottosuolo, o solidi che finiscono nelle discariche o negli inceneritori o che alimentano le operazioni di riciclo.

Nello studio pubblicato da Leontief nel 1970 (fu tradotto subito anche in Italia da Gianni Cannata, uno dei primi studiosi italiani di economia dell’ambiente) ad ogni riga delle attività economiche sono affiancate delle caselle che indicano quanti chili di rifiuti sono associate agli scambi monetari. Così, per esempio, se l’industria siderurgica, in un anno, vende acciaio, per un “valore” di tanti euro, alle industrie delle automobili, delle costruzioni, delle conserve di pomodoro, immette anche tanti chili di polveri e di gas nell’aria e genera tanti chili di scorie solide che finiscono nel terreno. 

In possesso di questi dati un governo, a cui stesse a cuore l’ambiente, potrebbe indicare all’industria siderurgica quello che deve fare per diminuire le sue emissioni e, volendo, potrebbe anche finanziare delle corrispondenti innovazioni che gioverebbero alla collettività e farebbero diminuire i costi dei ricoveri in ospedale di chi vive vicino ad una acciaieria. 

Il prof. Stahmer, dell’ufficio statistico tedesco, ha elaborato addirittura varie tavole intersettoriali in cui sono riportati i flussi, da un settore all’altro, non solo dei soldi, ma anche dei veri e propri chili di materia estratta dalle miniere e venduta alle industrie, ottenuta dai campi e trasformata in prodotti alimentari e venduta alle famiglie (che a loro volta “vendono” lavoro alle attività economiche), eccetera; per ciascuno scambio è indicato quanti chili di ossigeno vengono tratti dall’aria, quanti chili di acqua vengono tratti dai fiumi, quanti chili di anidride carbonica vengono prodotti e finiscono nell’atmosfera, contribuendo ai mutamenti climatici. In possesso di questi dati (per l’Italia una simile tavola per il 2000 è stata elaborata nell’Università di Bari), un governo potrebbe indicare quali materie, o processi, o combustibili sono preferibili per avere, per esempio, l’aria un po’ più pulita e l’acqua più trasparente.