SM 2708 — seimilacinquecento milioni — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 7 marzo 2006

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

E’ passata quasi inosservata la notizia che la popolazione mondiale è diventata, in questo inizio del 2006, di 6500 milioni di persone. Gli abitanti della Terra erano 2500 milioni nel 1950, 4000 milioni nel 1975, 5000 milioni nel 1988, 6000 milioni nel 1999. Questi numeri così grandi dicono poco; noi capiamo meglio quando ci dicono che la popolazione italiana è di 58 milioni di persone, quasi stazionaria tanto che vengono proposti azioni e incentivi per far aumentare la natalità, capiamo qualcosa quando osserviamo la popolazione europea, anche questa in lento aumento. Poi c’è il resto del mondo; la popolazione della Cina, che è già di 1300 milioni, aumenta di “solo” 12 milioni all’anno in seguito a politiche di limitazione delle nascite; la popolazione dell’India, che è di circa 1100 milioni, continua ad aumentare di 58 milioni all’anno (è come se in India in un anno venisse aggiunta una popolazione uguale a quella italiana attuale). 

Dal punto di vista dell’ambiente i precedenti numeri suggeriscono alcune considerazioni. I 6500 milioni di terrestri hanno bisogno di beni fisici, materiali: alimenti, cereali, carne, proteine, acqua per le città, per l’igiene personale, per l’irrigazione dei campi, concimi e poi metalli, ferro, rame e alluminio, cemento per le case e asfalto per le strade e elettricità e benzina e materie plastiche ricavate dal petrolio, e poi tessuti, carta, cuoio, zucchero e tutte le altre infinite merci che entrano nella nostra vita quotidiana. E la loro vita e i loro consumi assorbono, ogni anno, circa 50 miliardi di tonnellate di materia tratta dai campi, dalle cave, dai pozzi petroliferi, e generano circa 80 miliardi di tonnellate ogni anno di agenti chimici immessi nelle acque e scaricati nel suolo, di gas formati portando via ossigeno dall’aria, e immessi nell’atmosfera. 

Ma consumi e rifiuti sono distribuiti molto diversamente nei vari paesi e dipendono dal reddito e dall’età. Le statistiche della Nazioni unite indicano in 1200 milioni di persone la popolazione dei paesi industrializzati, del Nord del mondo, rispetto a 5300 milioni di abitanti dei paesi meno sviluppati del Sud del mondo. Quanto all’età, nel 1950 le persone con età superiore a 60 anni erano, nel mondo, 200 milioni; oggi sono circa 650 milioni. Le frazioni giovani, adulte e anziane di ogni popolazione hanno esigenze di beni e servizi molto diverse fra loro; con l’invecchiamento della popolazione cambia anche il tipo di merci e di servizi richiesti nei decenni precedenti. I progressi della medicina consentono di vivere più a lungo, rispetto a mezzo secolo fa, ma gli anziani hanno bisogno di assistenza che non è più fornita dalla tradizionale unità familiare; non a caso aumenta la richiesta di collaboratrici e collaboratori per persone anziane, spesso sole, mansioni a cui si dedicano spesso immigrate e immigrati. Questo in Italia, ma quali sono i problemi delle centinaia di milioni di anziani in Africa, Cina, America Latina, di cui non sappiamo niente ? 

Un peso molto grande sull’ambiente planetario è rappresentato dall’aumento della popolazione urbana; quel fenomeno che, nei paesi industriali — in Italia negli anni cinquanta del Novecento — aveva portato ad una migrazione dalle campagne e dalle attività agricole alle città e alle attività delle industrie e dei servizi, si sta ora verificando in tutto il mondo. Nei paesi industrializzati la popolazione urbana è passata, dal 1950 al 2005, da 450 a 900 milioni di persone; nei paesi in via di sviluppo e arretrati è passata, nello stesso intervallo di tempo, da 300 a 2300 milioni di persone. 

Aumento della popolazione urbana significa da una parte il graduale abbandono delle zone interne di ciascun paese, con diminuzione della produzione agricola e della “cura” del suolo, con conseguenti frane e alluvioni; dall’altra parte significa la crescita di megalopoli, cioè di alte concentrazioni di popolazione in spazi ristretti, con elevata concentrazione di rifiuti, con congestione del traffico, con inquinamenti dell’aria, difficilmente governabili. 

E poi c’è il problema della produzione di alimenti e della disponibilità di acqua; la produzione agricola fornisce calorie alimentari e proteine in quantità che potrebbe anche soddisfare il fabbisogno individuale della popolazione mondiale di oggi. Ma in realtà i paesi industrializzati consumano alimenti in grande quantità, con irrazionalità e sprechi, mentre vasti strati della popolazione mondiale non hanno calorie e proteine e vitamine sufficienti. Spesso ciò avviene perché mancano tecniche di conservazione dei raccolti alimentari locali, perché molte popolazioni sono costrette, dalle regole del mercato globale, a coltivare prodotti richiesti dal Nord del mondo (arachidi, soia, legname) nei terreni in cui in passato erano coltivati le piante alimentari locali. 

Per fabbricare case, alimenti, per muoversi, per sollevare acqua, occorre energia, il cui mercato è dominato da poche grandi imprese multinazionali che non esitano a vendere carbone e idrocarburi inquinanti e non hanno nessun interesse a incoraggiare l’uso di fonti energetiche pur presenti nei paesi oggi arretrati. Un impegno tecnico-scientifico per soddisfare le necessità vitali di coloro che oggi non hanno niente, rappresenterebbe, fra l’altro, una assicurazione contro i rischi di futuri conflitti che possono nascere dalla ribellione contro la povertà di così tanti nostri coinquilini del pianeta Terra.