SM 2683 — Che cosa farei — 2005

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l’ernesto, 13, (6), 7-10 (novembre-dicembre 2005); Natura e Società, n. 1, marzo 2006, p. 1-4

Giorgio Nebbia <nebbia@quipo.it>

Oltre a molti altri problemi, ce ne sono due che animano i dibattiti in Italia in questa fine del 2005: la costruzione delle gallerie per la linea ad alta velocità transalpina TAV Torino-Lione e la costruzione del Ponte di Messina.

Le due opere richiedono investimenti in parte pubblici, in parte nominalmente privati, non ben definiti ma dell’ordine di grandezza, per tutte e due, di 20 miliardi di euro, presumibilmente distribuiti in una diecina di anni, in ragione di circa 2 miliardi di euro all’anno, in parte sotto forma di salari, con vantaggio per l’occupazione. Il valore dell’investimento complessivo va confrontato con quello del prodotto interno lordo italiano del 2005, di circa 1400 miliardi di euro (non comprende gran parte della “economia non osservata” associata a evasioni fiscali, redditi da attività criminali, da corruzione, eccetera).

Gli investimenti per le due opere stradali sono giustificati da tre ordini di considerazioni. La prima, molto importante, è che questi soldi tornano, in parte, nell’economia nazionale sotto forma di salari per i lavoratori; la seconda che migliori collegamenti, rispettivamente, fra Italia e Francia e fra Sicilia e Italia continentale, avrebbero ricadute economiche importanti (le merci nazionali o importate nei porti italiani raggiungerebbero velocemente l’Europa centrale e quindi porterebbero ricchezza all’agricoltura e alle attività portuali italiane); la terza che il passaggio di veicoli e merci su queste due grandi vie di comunicazione comporterebbe dei guadagni, diretti e indiretti, per lo stato e la comunità italiana, sotto forma di tariffe.

Immaginiamo che il rendimento, sotto forma di tariffe e di altri benefici monetari, possa essere di un miliardo all’anno nel corso di 20 anni, dopo i quali le tariffe vengono (verrebbero) a rappresentare un utile netto per gli investitori.

Alle due opere vengono rivolte varie obbiezioni di carattere sociale, ambientale, tecnico, eccetera. La galleria lunga nella val di Susa potrebbe incontrare difficoltà tecniche, arrecherebbe alterazioni ambientali nella valle, eccetera: il ponte sullo Stretto di Messina potrebbe essere difficile da realizzare, passerebbe in territori esposti a sismicità, richiederebbe vie di accesso dalla parte calabrese e siciliana con profonde alterazioni del territorio.

Infine ci sono obiezioni sulla attendibilità dei reali costi e benefici monetari: si sa che le previsioni sono difficili e nella recente storia industriale italiana abbiamo visto troppi conti sbagliati, troppe previsioni avventate. Il dibattito investe e lacera i partiti, anche nella sinistra, mette ancora una volta in conflitto i diritti e le speranze delle popolazioni locali e i diritti e le speranze dei lavoratori. Tralascio tutto il dibattito sotterraneo fra imprese, fra scienziati e consulenti tecnici, e poi le speranze dei paesi europei che ci mettono una parte dei soldi e che si aspettano una frazione dei profitti, le speranze delle organizzazioni criminali di nuovi profitti.

Vorrei qui limitarmi a considerare se esistono opere pubbliche alternative che, con investimenti dell’ordine di 20 miliardi di euro, possono assicurare un ritorno di un miliardo di euro all’anno per alcuni decenni.

La presente tesi suggerisce che l’investimento di 20 miliardi di euro in dieci anni in opere pubbliche di difesa del suolo, di sistemazione del corso dei fiumi, di rimboschimento, eccetera permetterebbe allo stato di evitare costi superiori alle entrate che gli verrebbero dall’investimento richiesto per la ferrovia Torino-Lione e per il ponte sullo stretto di Messina.

In altre parole, se si avviasse un programma decennale di spese di 2 miliardi di euro all’anno per difesa del suolo, arginatura dei fiumi, rifacimento dei sistemi fognari, sistemazione delle strade esposte ad erosione, ricostruzione del manto vegetale, eccetera, dopo 10-15 anni si ridurrebbe a zero (o diminuirebbe grandemente)  il costo, che stiamo pagando ogni anno, da decenni, del risarcimento dei danni provocati dalla mancanza di difesa del suolo.

La stima di un costo per la collettività italiana di un miliardo di euro all’anno nell’ultimo mezzo secolo, dovuto alla mancata difesa del suolo e al mancato riassetto del territorio, è stata fatta attraverso una indagine relativa a tutte le frane e alluvioni che si sono verificate, calcolando in ciascun caso quanto lo stato ha dovuto spendere per risarcimento dei danni che andavano dalla distruzione di edifici pubblici e privati, di strade e ponti, alla perdita del valore di raccolti agricoli, alla perdita di lavoro e produzione per i danni alle fabbriche e alle attività economiche, eccetera; a questi costi pubblici vanno aggiunti costi privati per ritardi negli spostamenti, per il tempo perduto, eccetera. Il dolore e i morti non hanno posto o non figurano come costi nelle contabilità monetarie.

Per il calcolo dei costi pubblici relativi al risarcimento dei danni per frane e alluvioni, opportunamente corretti per l’inflazione, come anno zero può essere preso il 1951, l’anno della grande alluvione del Polesine provocata dal dissesto idrogeologico del lungo periodo fascista e di guerra durante il quale si è aggravato il taglio dei boschi ed è venuta meno la manutenzione dei fiumi.

In quell’anno del grande dolore nazionale, ci si rese conto che la ricostruzione dell’Italia avrebbe dovuto dare priorità alle opere di difesa del suolo; molte indagini e inchieste misero in evidenza la fragilità di molti corsi d’acqua, oltre al Po, in cui i detriti dell’erosione si erano depositati nell’alveo e avevano fatto diminuire la capacità ricettiva dei corpi idrici. Inoltre era già stata avviata una graduale occupazione e privatizzazione delle fertili zone golenali, originariamente appartenenti al demanio fluviale proprio perché ne fosse conservata, libera da ostacoli di edifici e strade, la fondamentale proprietà di accoglimento delle acque fluviali in espansione nei periodi di intense piogge.

Il “miracolo economico” degli anni cinquanta e sessanta del Novecento è stato reso possibile dalla moltiplicazione di quartieri di abitazione, di fabbriche e di attività di agricoltura intensiva che richiedevano una crescente occupazione del territorio, nelle pianure e nelle valli. Nello stesso tempo la intensa migrazione interna dalle zone più povere e dissestate del Mezzogiorno verso un Nord che prometteva lavoro in fabbrica e paesi e città più vivibili e con migliori servizi, ha lasciato vaste zone del Mezzogiorno e delle isole e delle montagne e colline esposte all’abbandono umano e esposte ad un crescente degrado del territorio e a una serie crescente di frane e alluvioni.

Per una nuova politica del territorio, per avviare serie iniziative di difesa del suolo non servì la frana di un pezzo del monte Toc nel bacino del Vajont, e i relativi duemila morti del 1963. E neanche la grande alluvione di Firenze e Venezia del 1966, un altro momento del grande dolore nazionale; anche allora fu riconosciuta, nel dissesto territoriale la causa prima della tragedia; fu istituita la Commissione De Marchi che riferì al Parlamento che occorrevano investimenti di diecimila miliardi di lire di allora in dieci anni per opere di difesa del suolo. Opere che non sono state fatte.

Nei decenni successivi la costruzione di edifici e strade ha continuato ad alterare, anzi in maniera accelerata, profondamente la superficie del suolo creando ostacoli al flusso delle acque; si è innescata una reazione a catena che ha fatto aumentare l’erosione del suolo, i detriti dell’erosione hanno invaso gli alvei dei fiumi e torrenti e, di conseguenza, è diminuita la capacità dei fiumi e torrenti e fossi di ricevere l’acqua, soprattutto a seguito di piogge più intense.

Nello stesso tempo si sta assistendo a modificazioni climatiche planetarie che alterano i cicli delle stagioni e delle piogge. Di conseguenza sempre più spesso, il territorio e la collettività italiani sono (e saranno) esposti a frane e alluvioni che distruggono edifici, strade, raccolti; sempre più spesso le comunità danneggiate richiedono la dichiarazione di stato di calamità, che significa che lo stato deve provvedere a risarcire i danni provocati da “calamità” considerate “naturali” ma che tali non sono: sono calamità dovute ad errori e imprevidenza umani: per evitarli la politica della “protezione civile” dovrebbe essere sostituita con una cultura della “prevenzione”.

A mio modesto parere, infatti, molti dei danni potrebbero essere evitati spendendo soldi pubblici, mediante, cioè investimenti che generano ricchezza pubblica sotto forma di soldi non spesi per il risarcimento del valore monetario dei danni evitati. Non a caso il presidente degli Stati uniti Roosevelt, nel 1933, fece uscire l’America dalla crisi con investimenti per la sistemazione delle valli e del corso dei fiumi, creando occupazione e tornando a rendere fertili terre erose e assetate proprio per l’eccessivo sfruttamento del suolo.

Un programma di opere pubbliche per evitare costi futuri, quindi per far aumentare la ricchezza futura, dovrebbe comprendere molte azioni, tutte in genere difficili e sgradevoli.

La prima dovrebbe consistere in una indagine dello stato del territorio, oggi facilmente eseguibile con mezzi tecnico-scientifici come rilevamenti satellitari e aerei. Tanto per cominciare gran parte di questo lavoro è disponibile, sparso per diversi ministeri e agenzie: in parte è stato fatto (avrebbe dovuto essere fatto) nell’ambito delle autorità di bacino idrografico secondo quanto richiesto dalla legge 183 per la difesa del suolo del 1989; in parte fu (avrebbe dovuto essere) predisposto dal decreto del 1999 dopo l’alluvione di Sarno. Tale indagine dovrebbe rilevare le vie di scorrimento delle acque dalle valli verso il mare e gli ostacoli attualmente esistenti a tale flusso, rivo per rivo, fosso per fosso, torrente per torrente, fiume per fiume.

Come secondo passo, l’indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove non devono essere fatte nuove opere come costruzioni di edifici e strade e dove sarebbe opportuno localizzare futuri edifici e strade in moda da assicurare il deflusso senza ostacoli delle acque. Le decisioni conseguenti la pianificazione dell’uso del territorio — l’indicazione di dove si può e di dove non si deve intervenire con opere nel territorio — comporta due sgradevolissime conseguenze: la modificazione del valore di molte proprietà private e la necessità di una moralizzazione della pubblica amministrazione alla quale dovrebbe essere iniettato il coraggio di “dire no” alle pressioni di molti proprietari di suoli.

Come terzo passo l’indagine sullo stato del territorio indica (indicherebbe) dove esistono ostacoli al flusso delle acque; tali ostacoli sono costituiti da edifici o opere costruiti, abusivamente o anche “legalmente”, al fianco dei torrenti e fossi, talvolta nelle golene e negli alvei; dalle arginature fatte per aumentare lo spazio occupabile a fini economici e che fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque, dai ponti e dalle strade e dalle opere che ostacolano il deflusso delle acque o che si trovano in zone esposte ad erosione, alluvioni e frane.

In parte tali ostacoli devono essere rimossi; sarà una scelta politica trovare delle forme di indennizzo per i costi di spostamento e di demolizione di proprietà private o di opere pubbliche; in qualche caso basta eliminare la cementificazione dei fianchi di colline; in altri si tratta di recuperare e riattivare antiche note pratiche di drenaggio delle acque, abbandonate in seguito allo spopolamento delle colline e montagne; in altri casi si tratta di praticare una pura e semplice “pulizia” di canali e torrenti. Opere di “manutenzione idraulica” esattamente equivalenti alla manutenzione che viene praticata sulle strade, negli edifici, ai macchinari, ma mirate allo scorrimento delle acque.

Come quarto passo una accurata indagine territoriale è in grado di indicare come è variata, nei decenni, la capacità ricettiva dei torrenti e fiumi; tale variazione è dovuta sia al deposito di prodotti dell’erosione nell’alveo dei fiumi e torrenti, sia all’escavazione di sabbie e ghiaie; nel primo caso le acque piovane tendono ad uscire dagli argini e ad allagare le zone circostanti, e non servono le opere di innalzamento o cementificazione degli argini, ché anzi aggravano la situazione, trasferendo a valle materiali che ostacolano altrove il deflusso delle acque: nel secondo caso i vuoti lasciati dall’escavazione fanno aumentare la velocità e la forza erosiva delle acque in movimento.

Va anche tenuto presente che quanto avviene nel corso di fiumi e torrenti influenza i profili delle coste provocando avanzata o erosione delle spiagge, con conseguente, rispettivamente, interramento dei porti o perdita di zone di valore economico turistico — e quindi ancora una volta costi per la collettività e anche per privati.

La quinta azione — ma dovrebbe andare al primo posto come efficacia — per rallentare e fermare i costi per frane e alluvioni, consiste nell’aumento della copertura vegetale del suolo. La presenza di alberi e vegetazione fa sì che la pioggia cada sulle foglie, anziché direttamente sul terreno; le foglie e i rami sono elastici e attenuano la forza di caduta e quindi la forza erosiva delle acque. Inoltre la loro presenza e la presenza di sottobosco rallenta la discesa delle acque e quindi la loro forza erosiva.

Normalmente si ragiona in termini di rimboschimento delle terre esposte ad erosione; il rimboschimento tradizionale richiede pazienza, cultura e conoscenza delle caratteristiche del suolo, oltre che delle specie vegetali, e tempo e manutenzione perché il trasferimento delle piante dai vivai al terreno è opera lunga e delicata; ma l’attenuazione del moto delle acque è svolto anche dalla vegetazione “minore”, dalla macchia e dalla vegetazione spontanea. Purtroppo esiste una anticultura che suggerisce o impone la “pulizia”, che vuol dire distruzione, del verde, dalle campagne alle valli, ai giardini privati e pubblici urbani.

La macchia è spesso estirpata per lasciare spazio per strade o parcheggi o edifici: non ci si rende conto che ogni foglia, anche la più piccola e insignificante, anche quella che cresce negli interstizi delle strade, ha un ruolo positivo non solo come “strumento” per sequestrare dall’atmosfera un  po’ dell’anidride carbonica responsabile dell’effetto serra e dei mutamenti climatici, ma anche per contribuire allo scambio di acqua fra il suolo e l’atmosfera — essendo, ancora una volta, l’acqua la fonte vera della vita anche economica.

Alla distruzione del poco verde contribuisce la gestione del territorio agroforestale, l’abbandono dell’agricoltura di collina e montagna, la diffusione di seconde case e attrezzature sportive proprio nelle valli, una parte molto desiderabile del territorio, la mancanza di “amore” per la vegetazione che è la forma prima di “vita”, dalla quale dipendono tutte le altre forme di vita umana ed economica.

La poca cura e protezione del verde spontaneo è la fonte degli incendi (alcuni, molti sono provocati proprio per sgombrare il terreno dal verde che ostacola costruzioni e speculazioni); gli incendi, a loro volta lasciano il terreno esposto a crescente erosione.

C’è una sesta azione di sostegno alle cinque precedenti che avrebbe anche il vantaggio di non costare niente; un’opera di informazione e di “pedagogia” delle acque, di narrazione di come le acque si muovono nelle valli e nelle città, delle interazioni fra il moto delle acque e il suolo e la vegetazione e le opere umane; al di là dell’utilità pratica, appunto per diminuire i costi annui dovuti al risarcimento delle perdite economiche provocate da frane e alluvioni, la “cultura delle acque” avrebbe un valore politico e civile, mostrando come la popolazione di ciascuna valle è unita, nel bene e nel male, dalle acque che scorrono nella valle stessa, mostrando le forme di violenza che opere sconsiderate a monte esercitano sugli abitanti a valle.

Ma al di là di motivazioni etiche o culturali, la comprensione del moto delle acque e la consapevolezza che il suolo va difeso da frane e alluvioni, aiuta a “far soldi”, “a fare cassa”, come si suol dire, a evitare, ripeto, costi che cresceranno continuamente, se non si cambia politica, e che saranno pagati anche da coloro che credono di trarre profitto individuale da tale violenza.

Si tranquillizzi il lettore che nessun governo sensato — secondo le regole della società dei consumi e del libero mercato — farà mai niente di quello che ho sopra esposto come auspicabile alternativa alle opere pubbliche ufficiali. Nessuno gli chiederà di togliere l’asfalto del suo parcheggio o giardino per sostituirlo con un po’ di prato. Tanto meno nessun governo gli negherà di costruire in zone dove il buon senso indica che dovrebbero passare le acque, o gli impedirà, nel nome dell’interesse delle acque, cioè della collettività, di  costruire sul suo terreno privato. Quello che io farei non si farà perché supporrebbe una svolta verso un modo di amministrare la cosa pubblica — le acque, i fiumi, il suolo — nell’interesse collettivo, e questa è un modo di fare comunista, da evitare con ogni forza: meglio TAV e Ponte.