SM 2632 anniversario di Alamagordo

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 12 luglio 2005

 Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Chi usciva di casa presto, alle prime luci dell’alba di quel 16 luglio 1945, sessant’anni fa, ad Albuquerque, un paesino del New Mexico, negli Stati Uniti, vide una luce intensa in lontananza e sentì un rumore fortissimo, come di terremoto. Alla popolazione fu detto che c’era stata un’esplosione accidentale in un lontano deposito di munizioni, ma solo molto tempo dopo i solitari viandanti di quella cittadina del deserto hanno saputo di essere stati involontari testimoni di un evento che avrebbe cambiato la storia del mondo.

A un centinaio di chilometri di distanza, nel deserto, in una località chiamata Alamagordo, era stata fatta a esplodere la prima bomba atomica; l’esperimento coronava, se così si può dire, tre anni di lavoro segreto degli scienziati americani che avevano avuto il compito di verificare se la reazione di fissione nucleare, realizzata in laboratorio il 2 dicembre 1942, poteva essere applicata ad una superbomba, “atomica”, appunto. L’esplosione di Alamagordo aveva confermato che era possibile costruire una bomba terribile, che avrebbe potuto mettere fine alla lunga seconda guerra mondiale, cominciata nel 1939. La “fabbrica” della bomba atomica si trovava a Los Alamos, nel deserto del New Mexico, in cima ad una mesa, uno di quegli altopiani visti tante volte nei film western, un posto scelto, proprio per il suo isolamento, per insediarvi le apparecchiature, i materiali e i migliori scienziati capaci di dare agli Stati uniti una super-arma capace di assicurare la vittoria nella guerra in corso, iniziata nel dicembre 1941 con l’aggressione giapponese..

Si trattava di comprendere la fisica e la chimica di fenomeni fino allora sconosciuti, di estrarre, su scala industriale, l’uranio-235, quello fissile, dai minerali di uranio nei quali l’isotopo 235 è presente in ragione di solo lo 0,7 per cento, di preparare alcuni chili di plutonio in reattori assolutamente innovativi. Occorreva effettuare innumerevoli calcoli matematici e inventare nuovi macchinari, e tutto questo richiedeva il lavoro di centinaia di scienziati e tecnici, dai premi Nobel Fermi, Oppenheimer, Teller, Szilard, ai meccanici, ai chimici, tutti uniti, con le famiglie, in condizioni abitative di fortuna, in mezzo al deserto.

Los Alamos nacque con l’ossessione che niente filtrasse all’esterno, soprattutto ai russi, ai comunisti. L’Unione Sovietica era alleata nella guerra contro la Germania e l’Italia, ma i militari americani volevano avere il monopolio della nuova arma, se questa funzionava. E funzionò: l’esplosione, nel luglio del 1945, della prima delle bombe atomiche (ne furono allora costruite solo tre) nel deserto di Alamagordo, mostrò anzi che la nuova bomba aveva effetti distruttivi molto più grandi di quelli ottenuti con qualsiasi bombardamento con armi convenzionali.

Tutti coloro che parteciparono all’esplosione della prima bomba atomica hanno raccontato le loro reazioni di quella fatidica mattina. Oppenheimer recitò dei versi di una poesia indiana che parlava della morte. Fermi fece cadere dalla mano dei pezzetti di carta e, osservando come si spostavano sotto la spinta dell’ondata di aria provocata dall’esplosione, calcolò correttamente la potenza dell’esplosione, circa uguale a quella di quindicimila tonnellate di tritolo.

A questo punto si trattava di decidere che cosa fare della superarma; nel Pacifico le forze armate americane si stavano avvicinando al Giappone, ma la resistenza giapponese costava ogni giorno migliaia di morti. I generali insistevano, per motivi sia di strategia militare, sia di prestigio — erano stati investiti tanti soldi nella ”bomba” ! — perché le altre due bombe atomiche costruite fossero lanciate sul Giappone.

Alcuni scienziati, dopo aver visto, ad Alamagordo, gli effetti devastanti della bomba atomica, la contaminazione radioattiva di vastissime superfici, prepararono un appello a Truman (presidente degli Stati uniti dall’aprile 1945, dopo la morte di Roosevelt) perché la nuova arma non fosse usata su una città giapponese che sarebbe stata, come avvenne, spazzata via dall’esplosione. Il dramma morale di alcuni degli scienziati atomici è ben raccontato nel libro di Robert Jungk, “Apprendisti stregoni”, pubblicato da Einaudi, e nel libro di Richard Rhodes, “L’invenzione della bomba atomica” (Rizzoli). Ma i militari insistettero e, nell’agosto 1945, le bombe atomiche furono lanciate sul Giappone e distrussero Hiroshima e Nagasaki.

La polvere velenosa e radioattiva delle due esplosioni si era appena depositata che Los Alamos fu investita da un altro dramma umano: cominciò un clima di delazioni, di “caccia alle streghe”, a tutti coloro che erano sospettati di essere comunisti, o amici di comunisti, o anche solo pacifisti, e non ne fu risparmiato neppure il grande Oppenheimer che poté continuare a lavorare in America soltanto dopo aver denunciato i suoi amici “sospetti”.

Una brutta pagina aggiunta ad una storia di tanti morti e seguita da sessant’anni di corsa alla costruzione, nel mondo, di bombe sempre più potenti; ce ne sono, oggi, (se ne parlava qualche settimana fa) trentamila, con una potenza distruttiva tanto maggiore di quella delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. La sola fabbricazione e conservazione delle bombe nucleari esistenti nel mondo può compromettere la sopravvivenza degli umani e della stessa vita sul pianeta. E la corsa non si ferma. Ma è davvero questa la strada per la sicurezza internazionale ? Gli umani non imparano mai niente ?