SM 2614 — Love Canal e le discariche — 2005

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 10 maggio 2005 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Sono stati fortunati i ragazzi che hanno scampato il pericolo di andare a studiare in una scuola costruita su una discarica di rifiuti inquinanti, nel Gargano. Devono essere grati ai Carabinieri del Comando Provinciale di Foggia che hanno sequestrato i terreni contaminati sui quali era prevista la costruzione di una scuola, appunto, e di un parco. 

Meno fortunati sono stati i ragazzi che frequentavano una scuola, alla periferia di Niagara Falls, negli Stati Uniti, che era stata costruita davvero su una discarica di rifiuti tossici realizzata dentro un canale abbandonato. Lo aveva scavato, intorno al 1890, un certo William Love per rifornire di acqua ed energia una città industriale modello che aveva progettato di costruire sulla riva settentrionale del fiume Niagara, a poca distanza dalle celebri cascate. 

La città non fu mai costruita, il canale non fu mai completato e la parte abbandonata fu usata, per dieci anni, a partire dal 1942, dalla società chimica Hooker come discarica di circa 20.000 tonnellate di rifiuti tossici. La discarica fu chiusa nel 1953 e il terreno fu venduto dalla Hooker al distretto scolastico della città di Niagara Falls che vi costruì una scuola elementare, proprio di fronte alla discarica coperta. La parte rimanente fu venduta ad alcuni privati che livellarono il terreno, e così qualsiasi traccia della vecchia discarica scomparve, e vi costruirono dal 1966 al 1972 un intero quartiere residenziale popolare. 

Dall’autunno del 1975 alla primavera del 1976 si ebbero piogge intense che impregnarono il terreno, il quale si abbassò in vari punti. Si formarono così delle pozze di acqua molto puzzolente che si infiltrava nelle case e nei pozzi; nella fognatura furono trovate elevate concentrazioni di bifenili policlorurati, cancerogeni, e di altre sostanze tossiche; i ragazzi e gli abitanti si ammalarono e lo stesso presidente degli Stati uniti, Carter, fu costretto, nel 1978, a intervenire ordinando il trasferimento degli abitanti del quartiere. La scuola e le case furono distrutte, l’accesso alla zona fu vietato a tutti, proprio come era avvenuto a Seveso l’anno prima, nel luglio 1977, quando un incidente alla fabbrica chimica Icmesa aveva diffuso nell’aria e fatto ricadere nel terreno vari chili della velenosissima diossina. 

Le analisi cliniche sugli ex-abitanti della zona contaminata di Love Canal mostrarono che essi presentavano un eccesso, rispetto alla media, di anomalie e danni cromosomici. Lo stato di New York indennizzò gli sfollati in modo che potessero acquistare un’altra casa altrove e affrontò la bonifica della discarica spendendo 50 milioni di dollari, quasi cento miliardi di vecchie lire. 

Nel 1979 il governo americano fece causa alla società Hooker per i danni causati all’ambiente e alla salute delle persone e il processo si protrasse a lungo, con i soliti consulenti “scientifici” della società che cercavano di minimizzare le responsabilità dell’inquinatore. L’inchiesta e il processo sollevarono un’ondata di indignazione popolare perché molti si rendevano conto che poteva non trattarsi di un caso isolato e volevano vedere chiaro in quali altri luoghi la salute avrebbe potuto essere compromessa da depositi sconosciuti o dimenticati di rifiuti, vere “bombe a orologeria”. Il caso di Love Canal ebbe, sull’opinione pubblica americana un enorme effetto e fece emergere l’irresponsabilità delle industrie che trattano sostanze tossiche e avvelenano vaste zone di ciascun paese. La scoperta di Love Canal mise in moto la ricerca di altre discariche e ne furono scoperte, negli Stati uniti, centinaia, al punto da indurre il governo a finanziamenti straordinari (con la legge cosiddetta Superfund) per la bonifica delle zone contaminate. Per i venticinque anni passati i rifiuti tossici sono stati, per l’opinione pubblica e il governo americani, “un problema”, che ha mobilitato ricerche, indagini territoriali e che, bene o male, ha spinto ad avviare bonifiche e nuovi controlli su larga scala. 

Anche le leggi europee e nazionali prevedono speciali discariche per i rifiuti tossici e pericolosi e stanziano fondi per la “bonifica” delle decine di zone in cui è stata riconosciuta la presenza, in Italia, di discariche industriali del passato. Vari decreti elencano le zone da bonificare, da Casale Monferrato e Ciriè in Piemonte, a Brescia in Lombardia, a Porto Marghera nel Veneto, eccetera, fino alle zone più vicine a noi, dove esistono discariche di rifiuti nocivi: a Manfredonia, nella stessa Bari, al vecchio Gasometro e alla Fibronit, a Brindisi, e così via. 

C’è tutta una geografia delle zone contaminate per le cui bonifiche occorre conoscere quali materie hanno usato e lasciato dietro di se le industrie inquinanti, un compito che potrebbe dare lavoro a centinaia di geologi e chimici. Solo così si può sapere che cosa occorre rimuovere, quanto può costare l’operazione, solo così gli amministratori possono decidere come riutilizzare le zone contaminate, ricordando che non basta coprire di cemento le discariche perché le sostanze velenose del sottosuolo “camminano” nelle falde sotterranee e possono inquinare pozzi e terreni anche lontani. Fortunatamente sta aumentando la vigilanza delle pubbliche autorità e viene così alla luce l’esistenza di molte altre discariche, che, come nel caso del Gargano citato all’inizio, sono sconosciute, o clandestine, spesso dovute ad attività criminali, e che mettono a repentaglio la vita e la salute di chi si insedierà sul terreno sovrastante.