SM 2609 — Globalizziamoci con cautela — 2005

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La Gazzetta del Mezzogiorno, domenica 24 aprile 2005

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ogni società crede di essere la prima ad affrontare i problemi del suo tempo e, per poca fantasia storica, dimentica che spesso oggi si incontrano situazioni che innumerevoli generazioni prima di noi hanno dovuto superare: un esempio è offerto dalla “globalizzazione”, la nuova parole magica che si riferisce alla possibilità di acquistare merci e servizi da paesi lontani, sparsi in tutto il globo, e di vendere merci e servizi non più nello stretto ambito di uno stato o di una comunità di stati, ma sull’intero globo terracqueo. 

Così economisti e sociologi e uomini politici si interrogano sulle conseguenze della globalizzazione; sentiamo alti lamenti perché la Cina produce le stesse merci che si producono in Europa, ma le vende a prezzi così bassi da mettere in crisi le manifatture europee di tessuti, calze e mobili; perché le aziende private e pubbliche fanno elaborare i loro dati da ingegneri informatici indiani che fanno concorrenza alle imprese italiane. 

Sembra che ci si dimentichi che il fine dell’economia è produrre merci e servizi da vendere con adeguati guadagni a chiunque sia disposto ad acquistarli, in qualsiasi parte della Terra secondo criteri di (talvolta spietata) concorrenza per cui chi vende a basso prezzo spiazza gli altri fornitori. Ci siamo dimenticati che quattromila anni fa, come ha scritto in un bel libro Bibby, gli scandinavi esportavano ambra nel Mediterraneo e la Sicilia esportava ossidiana (la dura roccia vulcanica adatta per le punte delle frecce), nel continente europeo, che tremila anni fa la faraona egiziana Hatshepsu importava spezie dallo Yemen e duemila anni fa i cinesi esportavano ferro e seta in Africa e nel Mediterraneo, per non parlare della globalizzazione conseguente la conquista dell’America. 

Ogni successo commerciale era accompagnato da due fenomeni: il primo era che le merci importate soffocavano la produzione e il commercio delle stesse o di simili merci nei paesi importatori; il secondo era che l’avidità di denaro induceva i venditori, del Nord o del Sud, dell’Est o dell’Ovest, a produrre merci falsificate e sofisticate per guadagnare di più. 

In un certo senso è stata proprio la lotta alle frodi che ha fatto crescere le conoscenze dei prodotti e dei materiali e la scienza dell’analisi chimica e fisica; mille anni fa nelle grandi città dell’Islam i governanti organizzavano dei servizi pubblici di repressione delle frodi, anche perché le frodi commerciali erano considerate “un peccato” sul piano religioso. Talvolta il frodatore era severamente frustato. 

Anche l’odierna globalizzazione ha le sue frodi e falsificazioni per la cui repressione occorrono strumenti, non solo analitici scientifici, ma giuridici ed economici: il problema è molto importante anche per l’Italia odierna perché dai paesi emergenti arrivano in Italia prodotti “falsi” che mettono in crisi le imprese italiane che producono i prodotti “veri”. 

L’interessante problema è trattato in una recente libro di Nicla Picchi, “Paesi emergenti e concorrenza sleale” (Grafo Edizioni, Brescia), importante perché ricostruisce le lunghe vicende degli accordi internazionali per la difesa della corretta concorrenza nel commercio contro le frodi che hanno luogo non solo sulle merci fisiche — scarpe, indumenti, tessuti, eccetera — ma anche sui “beni” dell’ingegno, come diritti di autore e diritti, sempre più importanti, di “proprietà” di prodotti e programmi informatici, o sui marchi di qualità. 

Una delle difese potrebbe essere rappresentata dall’applicazione, sulle merci, di un marchio di origine, ma — rileva l’autrice — negli ultimi anni la pratica dell’apposizione di marchi “Made in Italy”, su prodotti realizzati in paesi extraeuropei è aumentata a livelli mai raggiunti prima; gli imprenditori hanno quindi sollecitato un intervento legislativo che è arrivato solo nel 2003 con una legge che dovrebbe assicurare l’applicazione di indicazioni di origine a tutela delle merci integralmente prodotte nel territorio italiano. E qui la legge si scontra con gli interessi di altri imprenditori italiani che hanno uno stabilimento in Cina nel quale vengono prodotti articoli disegnati e progettati in Italia e che quindi, secondo tale normativa, non potrebbero essere indicati come “made in Italy”. 

Altre controversie, che finiscono davanti alla Corte di Giustizia europea, riguardano difesa, contro la concorrenza sleale, dei prodotti caratterizzati da una “denominazione di origine”, definita come quella che designa un prodotto che è originario di un particolare paese o di una particolare regione e di cui le qualità o i caratteri sono dovuti, esclusivamente o essenzialmente all’ambiente geografico comprendente i fattori naturali e i fattori umani. Un aspetto molto importante per l’Italia che si affanna a difendere l’economia con numerosi prodotti tipici con denominazione di origine protetta. 

Vi sono poi aspetti etici e sociali che possono contribuire alla distorsione dei commerci internazionali e a veri e propri comportamenti di concorrenza sleale. Ad esempio, le imprese, che “grazie” (si fa per dire) alla mancanza di controlli o di specifiche leggi nei rispettivi paesi, producono merci sfruttando la mano d’opera dei ragazzi, o senza norme di sicurezza dei lavoratori o di difesa ambientale, che possono scaricare i propri rifiuti nell’ambiente senza alcun trattamento e quindi senza alcuna spesa, riescono a produrre a bassi costi e quindi a vendere a un prezzo basso le merci che costano molto di più quando sono fabbricate nei paesi europei, nei quali sono imposte norme più rigorose. Una operazione che viene definita “dumping”  (appunto vendita a basso prezzo) sociale ed ecologico e che i paesi industriali cercano di limitare non solo (o non certo) per motivi etici, ma solo perché sono danneggiati gli affari delle loro imprese. 

In genere non si pensa che dietro ogni acquisto esistano dei rapporti giuridici che coinvolgono le organizzazioni internazionali, dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) alle Corti europee, che mettono a confronto e in conflitto gli stati fra loro, gli stati e le singole imprese e che possono far crescere o gettare sul lastrico le economie e l’occupazione di intere regioni. Ne sappiamo qualcosa in Puglia e nel Mezzogiorno dove si trovano molte imprese esposte alla concorrenza proprio dei paesi emergenti e che hanno bisogno di conoscere quali strumenti sono disponibili per difendersi dalla concorrenza sleale. A tali imprese gioveranno le informazioni rese disponibili dal libro della professoressa Picchi.