SM 2606 — Il Papa e l’ecologia — 2006

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 12 aprile 2005 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sul pontificato di Giovanni Paolo II è stato detto e scritto moltissimo e sono stati esplorati i suoi pensieri e scritti e contributi sui più vari temi; non mi pare peraltro che sia stata prestata abbastanza attenzione al suo pensiero sui problemi “ecologici”, ambientali, ai quali pure Giovanni Paolo II ha dedicato molti interventi. Anche i suoi predecessori erano stati giustamente attenti alla nuova ondata di interessi sorti nella metà degli anni sessanta del Novecento intorno alla diffusione dell’inquinamento, all’aumento della popolazione, al fatto che la violenza contro la natura e l’ambiente è anche fonte di conflitti e minaccia per la pace. 

Fin dal 1967 Paolo VI aveva creato una Commissione Pontificia per la giustizia e la pace chiedendo ai suoi membri di riconoscere e di far conoscere i segni dei tempi, e fra gli attentati alla giustizia e alla pace c’erano l’inquinamento dovuto alle esplosioni delle bombe atomiche e ai nuovi agenti tossici, la distruzione delle foreste, la congestione urbana, lo sfruttamento delle risorse naturali e del lavoro umano. Paolo VI aveva inviato un coraggioso appello alla Conferenza delle Nazioni unite sull’ambiente umano, del 1972, e negli anni successivi il tema era stato ripreso varie volte nei documenti della Santa Sede. 

Giovanni Paolo II si è occupato dei problemi ambientali e del pericolo di esaurimento delle risorse naturali ed energetiche non rinnovabili (usò proprio queste parole), nell’enciclica “Sollicitudo rei socialis” del 1987, ma volle dedicare a tali problemi tutto il discorso della “Giornata della pace” del 1990, con l’invito a far “pace con tutto il creato”. Si era in un periodo di grande importanza; l’occidente industriale usciva dal favoloso decennio degli anni ottanta, segnati da una crescita dei consumi e degli affari, da un rallentamento dei vincoli per la difesa dell’ambiente, il comunismo era da poco concluso; in quel gennaio 1990 era da poco finita la lunga sanguinosa guerra fra Iran e Iraq e stava per cominciare la prima guerra dell’Occidente contro l’Iraq, sempre per il dominio sulle risorse petrolifere. Giovanni Paolo II nel suo messaggio mise l’accento sui rapporti fra ecologia e pace, facendo eco alla conferenza dell’assemblea ecumenica europea che a Basilea, pochi mesi prima, si era solennemente pronunciata sul tema: “Pace, giustizia, salvaguardia del creato”. 

Il discorso di Giovanni Paolo II cominciava ricordando che “la pace mondiale è minacciata, oltre che dalla corsa agli armamenti, dai conflitti regionali e dalle ingiustizie tuttora esistenti fra i popoli, anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura, dal disordinato sfruttamento delle sue risorse e dal progressivo deterioramento della qualità della vita. Tale situazione genera un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo, di accaparramento e di prevaricazione”. 

Giovanni Paolo II, anticipando problemi che, a quindici anni di distanza, sono tutti intorno a noi, denunciava che “le ragioni della produzione prevalgono sulla dignità del lavoratore e gli interessi economici vengono prima del bene delle singole persone”. “L’incauto sfruttamento delle risorse, anche se compiuto nel nome del progresso e del benessere, non torna, in effetti, a vantaggio dell’umanità“. “Ogni intervento in un’area dell’ecosistema non può prescindere dal considerare le sue conseguenze in altre aree e, in generale, sul benessere delle future generazioni”. 

In un successivo paragrafo il Papa citava parole della “Gaudium et spes” (1965), uno dei documenti del Concilio Vaticano II, secondo cui “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli”, e continuava: “E’ ingiusto che pochi privilegiati continuino ad accumulare beni superflui dilapidando le risorse disponibili, quando moltitudini di persone vivono in condizioni di miseria al livello minimo di sopravvivenza”. 

Il messaggio del 1990 parlava poi dei rapporti diretti fra guerra e distruzione dell’ambiente, del carattere violento di molte città moderne, della necessità di una buona pianificazione urbana (diceva proprio così) e rilevava che “la società odierna non troverà soluzione al problema ecologico se non rivedrà seriamente il suo stile di vita. In molte parti del mondo essa è incline all’edonismo e al consumismo e resta indifferente ai danni che ne derivano”. “L’austerità deve informare la vita di ogni giorno affinché non si sia costretti da parte di tutti a subire le conseguenze negative della noncuranza di pochi”. E ricordava “l’assoluta necessità di una nuova solidarietà che la crisi ecologica richiede e che è essenziale per la pace”. 

E’ appena spento l’eco dei passi dei potenti della terra che hanno reso omaggio ad un pontefice che ha lasciato un segno nella storia umana parlando — come suggeriva il suo lontano predecessore, l’apostolo Paolo, all’amico Timoteo — in maniera opportuna e importuna, dicendo con coraggio anche cose sgradevoli. Fra queste l’invito al rispetto per la natura è certamente sgradevole al mondo degli affari perché comporta costi e limiti e vincoli. Chi sa se se ne ricorderanno i potenti, una volta tornati nei loro palazzi e grattacieli da cui parte continuamente l’invito a consumare e sprecare, opprimendo gli altri popoli, impoverendo e sporcando la natura, nel nome di un finto progresso e benessere ?