SM 2547a — Recensione di A.Beltrame, “Noi e l’acqua” — 2004

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Antonio Beltrame, “Noi e l’acqua una convivenza da rifondare”, Papergraf, 2004 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La proposta del libro “Noi e l’acqua”, l’invito ad una “convivenza da rifondare”, affronta uno dei temi più importanti della società moderna: la centralità del fiume, anzi del bacino idrografico. 

Uno dei primi atti della Rivoluzione francese del 1789 — figlia di un vasto movimento di intellettuali, filosofi, ma anche, e spesso insieme, scienziati e naturalisti ben attenti alla natura e ai suoi fenomeni — è stato quello di suddividere il territorio della Francia in nuovi “dipartimenti” che prendevano il nome di un fiume: una decisione che riconosceva nel fiume e nelle acque che attraversano un territorio, il centro di tutti i fenomeni: la disponibilità di acqua per l’irrigazione e per azionare (allora) i mulini e quindi come fonte di energia, la possibilità di assicurare acqua alle città e di smaltire i rifiuti. 

La stessa decisione fu trasferita nei territori italiani dell’Impero francese e del Regno Italico dal 1799 al 1815: furono così creati i Dipartimenti dell’Olona con capitale Milano, dell’Adige con capitale Verona, del Reno, in Emilia, con capitale Bologna, e così via. 

A rigore ai fini del governo del territorio non è tanto importante “il fiume”, quanto il bacino idrografico, geograficamente ben delimitato dallo spartiacque che divide ciascun bacino da quelli adiacenti, che comprende un fiume principale, i suoi affluenti, le relative valli, e finisce nella foce, il punto in cui il fiume principale “scambia” le acque, e le materie in esse contenute, con il mare.

 I fiumi e le loro rive e valli sono gli elementi essenziali per la vita, umana e non umana. I fiumi forniscono acqua agli esseri umani per bere, per i campi e per le fabbriche; i fiumi raccolgono le scorie delle abitazioni, dell’agricoltura, delle industrie, nonché i prodotti dell’erosione del suolo che si verifica nelle valli circostanti. Tutto quello che succede in un bacino idrografico finisce nelle acque del fiume principale e poi nel mare; vi finiscono i prodotti solidi che le piogge asportano dalle valli e trascinano a fondo valle, vi finiscono i rifiuti delle presenze umane dentro il bacino idrografico, vi ricadono anche i fumi e le polveri immessi nell’aria. 

Ogni evento o intervento umano — uno sbarramento, lo scarico di rifiuti inquinanti, il prelevamento di acqua, eccetera — in un punto di un bacino idrografico fa sentire i suoi effetti su tutto il bacino. Un inquinamento della Dora Baltea in Val d’Aosta o della Bormida in Liguria, fa sentire i suoi effetti sulle acque del Po a Piacenza in Emilia, a Ostiglia in Lombardia, a Porto Tolle nel Veneto. Un inquinamento dell’Ofanto a Lioni in Campania o a Melfi in Basilicata, compromette la fertilità dei campi e la salute degli abitanti a Barletta in Puglia. 

A dire la verità i confini dei dipartimenti francesi ed italiani non coincidevano con quelli dei bacini idrografici, che sono ben delimitati dagli squartiacque dei monti circostanti, ma si trattava di un primo passo importante dal punto di vista politico e, diremmo oggi, ecologico. Comunque la restaurazione del 1815 spazzò via la breve ondata di innovazioni culturali apportate dalla rivoluzione francese e divise di nuovo i territori europei in piccoli e grandi stati, gelosi fra loro, e finì così che i fiumi, anziché essere momenti di unificazione del territorio, tornarono ad essere o diventarono confini politici e militari. Il fiume, infatti, è la barriera più facilmente difendibile da un vicino ostile, una barriera per le migrazioni e per controllare il contrabbando e riscuotere le imposte. 

E purtroppo anche dopo l’unificazione d’Italia del 1860 i confini fra le regioni del regno d’Italia rimasero quelli dei vechi stati in guerra e la stessa divisione è stata adottata dalla Costituzione della Repubblica italiana. Alcuni fiumi sono divisi fra più regioni e ciascuna regione ha finito per considerarsi “padrona” di una delle due rive di un fiume, delle acque del pezzo di un fiume che cadeva nel suo territorio. 

A questa distorsione geografica vanno fatti risalire gran parte dei guasti territoriali dell’ultimo secolo, i cui effetti drammatici si sono visti ancora nelle scorse settimane. Una regione costruisce dighe per assicurare acqua ai “suoi” agricoltori, lasciando a secco le fabbriche o le centrali a valle; gli inquinamenti di una città o di una fabbrica contaminano le acque del fiume a valle vanificando o aggravando i costi della depurazione; la situazione è complicata dalla creazione, all’interno di ciascuna regione, di consorzi di bonifica, di enti irrigazione, di comunità montane, di aziende acquedottistiche, ciascuna delle quali fa una “sua” politica sul “suo” pezzo di bacino idrografico. 

Eppure nel 1989 il Parlamento ha votato una delle sue leggi “ecologiche” più importanti (ripresa dalla direttiva “sessanta” del 2000 dell’Unione europea), che riconosce che il bacino idrografico è l’unica vera unità per la localizzazione degli insediamenti umani e produttivi, per la difesa del suolo contro l’erosione, per l’approvvigionamento dell’acqua nelle città, nei campi, nelle fabbriche, per la lotta all’inquinamento. Quando dei pezzi di un bacino idrografico si trovano nel territorio di differenti regioni, queste — dice la legge — devono operare insieme in solidarietà, attraverso una “autorità di bacino” che non è una nuova fonte di poltrone e clientele, ma un grande momento di politica ambientale, la sede in cui è possibile frenare l’erosione del suolo e assicurare acqua ai territori compresi in ciascun bacino e alle regioni vicine. Ciascuna autorità di bacino avrebbe dovuto condurre una indagine sulle condizioni del bacino idrografico (quante case, quante fabbriche, quante mucche, quanti campi, eccetera) e predisporre un piano delle acque e della difesa del suolo. 

Il coordinamento previsto dalla legge italiana comporta difficoltà pratiche — i vari enti amministrativi “sotto” cui si estende un bacino idrografico possono avere diverse politiche di gestione — e per superare tali difficoltà, per assicurare acqua alla presente e alle future generazioni, occorre far crescere una “cultura del bacino idrografico”. 

A cominciare dalla scuola: i ragazzi sono posti di fronte ad un’Italia divisa in regioni  amministrative: occorre adesso procedere lentamente alla diffusione di una geografia dell’Italia  che aiuti gli studenti — ma anche i cittadini in genere — a riconoscere, oltre ai confini  amministrativi, anche quelli fisici e geografici dei vari bacini idrografici. 

Il  valore educativo di questa iniziativa è molto grande: la soluzione del “problema dell’acqua” in Italia dipende dalla possibilità che i cittadini di ciascun  bacino idrografico — si  badi  bene, dell’intero bacino idrografico, non del solo fiume principale — sviluppino un senso di “appartenenza”, di “solidarietà“, con gli altri abitanti dello stesso bacino idrografico. 

Così, per fare un esempio, gli abitanti delle regioni Toscana, Umbria, Lazio debbono sì considerarsi toscani, o laziali, o umbri, ma è importante anche che si riconoscano appartenenti al “popolo del Tevere”, sapendo che quanto viene fatto in un punto del bacino influenza la vita e anche l’economia di tutti gli altri abitanti dello stesso bacino, poco conta se “appartengono” amministrativamente ad un’altra regione. Lo stesso per tutti gli altri bacini divisi fra regioni diverse: quello del Po, il più “interregionale” di tutti, come quello del Magra-Vara, quello del Volturno, che si stende fra Molise e Campania, quello dell’Ofanto, che si stende fra Campania, Basilicata e Puglia, eccetera. Lo stesso vale per il “popolo del Piave”, del Tagliamento, del Brenta, divisi e vicini e uniti in uno dei più straordinari sistemi di monti, colline, pianure. 

Solidarietà che non esclude la possibilità di interscambio di acqua fra bacini più ricchi e bacini più poveri di acqua — le acque del Sele e della Basilicata che dissetano la Puglia, le acque del Biferno che aiutano gli abitanti della Campania a superare le carenze idriche, eccetera — nel quadro di un programma complessivo che coinvolga anche un controllo sugli usi e la limitazione degli sprechi. 

Alla crescita del senso di “appartenenza” e di “solidarietà” di bacino idrografico, già nei  ragazzi, potrebbero contribuire dei volumetti che proponessero una visione unitaria di ciascun bacino idrografico. Cominciando con delle cartine che mostrino come i confini amministrativi siano diversi da quelli, gli unici che contano perché “disegnati” dalla natura, dei bacini idrografici. 

Il  libretto potrebbe essere scritto come un racconto di viaggio lungo il bacino idrografico, dalle sorgenti del fiume e dei suoi affluenti, accompagnando il lettore attraverso le valli, le coltivazioni, spiegando le portate dei fiumi e dei torrenti, mostrando come si muovono le acque, come sono stati modificati i corsi dei fiumi col lavoro umano, come sono stati commessi errori da evitare in futuro, spiegando l’effetto delle acque nel loro moto erosivo del suolo, fino alla costa. E poi come i profili delle spiagge dipendono dal moto delle sabbie e ghiaie nelle valli e lungo la costa stessa. Tutto questo al fine di mettere in evidenza il senso, ripeto, di unità territoriale di ciascun bacino idrografico. 

La “lettura” di ciascun bacino idrografico ne mette bene in evidenza la storia naturale e la storia delle popolazioni che l’hanno occupato: come gli abitanti delle valli sono fuggiti dalle alluvioni e dalle pianure malariche rifugiandosi sulle creste delle colline, come e e dove e perché si sono localizzate le città, perché molte fabbriche si sono insediate in una valle alla ricerca dell’energia idroelettrica, o delle materie prime che un bacino idrografico ha al suo interno. 

Si capisce quanto fossero geograficamente e ecologicamente — e umanamente — insensati i confini politici che per tanto tempo hanno separato popoli con le stesse tradizioni, lingue, aspirazioni; quel confine sull’Adda che Renzo deve attraversare per scappare dai soprusi degli spagnoli che occupavano il Milanese e raggiungere la più liberale repubblica di Venezia; quel confine sul Ticino che divideva il Piemonte dall’Austria, sulle cui rive i patrioti, “Soffermati sull’arida sponda/volti i guardi al varcato Ticino/han giurato: non fia che quest’onda/scorra più fra due rive straniere“. E neanche che “l’onda” del Ticino divida gli abitanti della riva piemontese del Ticino che pescano nelle stesse acque come gli abitanti della riva lombarda. 

La storia aiuta anche a riconoscere il bacino idrografico come fonte, oltre che di acqua, di energia (i mulini ad acqua, e più tardi le centrali idroelettriche), come fonte di alimenti sotto forma di pesci, come via di comunicazione, come punto d’incontro: i nonni possono ben narrare quando facevano festa sul greto e il bagno nelle acque di un fiume o torrente adesso ridotto ad arida pietraia. Dove e perché è stata fatta violenza alla natura ? 

Dai bacini idrografici potrebbe partire un nuovo corso di politica economica e territoriale, come fece Roosevelt negli anni trenta, negli Stati uniti, quando fece uscire l’America dalla grande crisi proprio con opere di lotta all’erosione, di regolazione del corso dei fiumi, di utilizzazione del moto delle acque come fonte di energia.