SM 2515 — Innovare per produrre che cosa ? — 2004

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La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 1 giugno 2004

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Nel suo discorso di insediamento il nuovo presidente della Confindustria — l’associazione degli industriali italiani — fra le varie cose ha insistitito sulla innovazione: non è possibile uscire dalla crisi che sta avvolgendo i paesi di antica industrializzazione, come l’Europa, anche davanti alla concorrenza dei grandi paesi asiatici come la Cina, se non si innova e cambia nella maniera di produrre le merci. L’industria genera ricchezza e lavoro, infatti, producendo oggetti materiali e servizi, che pure richiedono oggetti materiali. Può trattarsi di automobili o di divani, di computer o di bottiglie di plastica, di scatole di conserve o di benzina — ma sempre di merci si tratta.

L’invito, rivolto agli industriali, ad innovare presuppone peraltro, a mio modesto parere, la risposta alla domanda: innovare per produrre che cosa ? Le merci, gli oggetti, non sono neutrali: un oggetto, un prodotto, può assicurare profitti e lavoro per qualche tempo, ma può tradursi in un disastro se non se ne sono valutate le conseguenze a lungo termine. Lo si è visto con tanti prodotti: dai clorofluorocarburi che, pur così utili, hanno dovuto essere vietati perché danneggiano lo strato dell’ozono stratosferico, ai pesticidi, pur così efficaci nella difesa delle coltivazioni, il cui uso ha dovuto essere limitato per i danni che i loro residui arrecano alla salute umana, alla stessa energia nucleare che prometteva elettricità illimitata a basso prezzo fino a quando non si è visto che la liberazione di materiali radioattivi artificiali poteva compromettere la vita attuale e futura sul pianeta.

La storia è piena di innovazioni che non hanno mantenuto le loro promesse di grandi affari e di occupazione e, dopo poco tempo, sono state soppiantate da altre o abbandonate con disastri per gli imprenditori e per i lavoratori, proprio perché l’innovazione non è stata preceduta da un accurato scrutinio tecnologico e merceologico. Dal momento che gli errori nell’innovazione si traducono anche in costi sociali e collettivi, ci si potrebbe aspettare che lo stato stesso possa farsi guida e analizzatore delle innovazioni; negli Stati Uniti, nel 1972, proprio all’alba dell’attenzione per l’ambiente, il Parlamento creò una propria struttura autonoma, l’Office of Technology Assessment, col compito di sottoporre a scrutinio — assessment, appunto — le innovazioni tecnologioche e di informare i legislatori americani sugli effetti che una innovazioni avrebbe potuto avere sulla salute, sull’ambiente, sulla produzione agricola e industriale, sugli anziani, sulla struttura urbana.

Col successivo avvento dell’epoca liberista tale ufficio deve essere sembrato qualcosa di bolscevico perché fu abolito nel 1995. Eppure l’OTA ha prodotto, in oltre 20 anni, un eccezionale patrimonio di conoscenze raccolte in centinaia di volumi che venivano messi a disposizione non solo dei parlamentari, a cui erano destinati, ma anche dei cittadini che potevano acquistarli per pochi dollari nelle librerie. Scrutinio tecnologico delle innovazioni significa non solo cercare di prevederne gli effetti, ma cercare di capire se i soldi investiti oggi possono essere ricuperati vendendo merci e servizi in un numero ragionevoli di anni; solo per restare ai problemi ambientali pensiamo alla rapida espansione e al declino di innovazioni come la plastica biodegradabile, gli addittivi per benzina a base di piombo tetraetile o di MTBE, i clorofluorocarburi già ricordati, eccetera. L’intera serie delle pubblicazioni dell’Office of Technology Assessment si trova nel sito http://www.princeton.edu/~ota/ns20/pubs_f.html.

Nello stesso tempo proprio il miglioramento dell’ambiente richiede innovazioni che possono tradursi in imprese produttive, in profitto, in occupazione e anche in occasioni per esportare le nuove tecnologie. Si pensi soltanto ai problemi dei rifiuti; la Cina fa incetta in tutto il mondo di rifiuti di plastica che vengono trasformati in nuovi manufatti di plastica che vengono poi esportati in Europa. Il successo delle operazioni di riciclo dipende non soltanto dal minore costo della mano d’opera, ma da innovazioni nell’analisi dei materiali da riciclare e nei relativi processi. Il successo nello smaltimento dei rifiuti — 100 milioni di tonnellate all’anno solo in Italia — dipende da innovazioni nella progettazione di merci e macchinari in modo che, una volta usati, siano facilmente riutilizzabili e riciclabili.

Occorrono innovazioni nell’uso delle fonti energetiche rinnovabili e nella “chimica verde” per trarre, da materie di origine biologica, plastiche, carburanti, medicinali, cosmetici. E non va dimenticato che nel mondo esistono almeno mille milioni di famiglie che sono prive di abitazioni appena decenti, di elettricità e di acqua, di gabinetti e fognature, mancando i quali è altisssima la mortalità infantile e la voglia di ribellione. Mi rendo conto che molti imprenditori ritengono profittevoli e vendibili le innovazioni più nelle vasche da bagno teletroniche che nei gabinetti di villaggio; eppure penso che verrà un giorno in cui i paesi industrialio si renderanno conto che il terrorismo e l’instabilità internazionale si contrastano meglio investendo soldi nella diffusione dei gabinetti piuttosto che nella costruzione di potenti carri armati; in quel momento bisognerà disporre di innovazioni per vendere con successo, a un miliardo di clienti nel mondo, pannelli solari, gabinetti e acquedotti, da progettare con criteri più sofisticati di quelli a cui siamo abituati.

Se “innovazione” sarà davvero la parola d’ordine degli industriali italiani ci saranno maggiori profitti per le imprese, ci sarà bisogno di più chimici, ingegneri, biologi — e avremo anche un ambiente e un mondo migliore.