SM 2511 — Il costo in acqua delle merci — 2004

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 18 maggio 2004

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it 

Le alterazioni dell’ambiente, che si manifestano sotto forma di mutamenti climatici, inquinamenti, erosione del suolo e alluvioni, hanno la comune origine nell’aumento dei consumi di beni fisici e nell’errata progettazione e scelta di tali beni materiali, delle merci. Qualsiasi merce, dagli alimenti, ai metalli, alle macchine, ai tessuti, eccetera, arriva nei negozi e nelle nostre case dopo un lungo cammino che comincia dalla natura, il grande serbatoio di prodotti agricoli e forestali, minerali, idrocarburi, acqua, passa attraverso dei processi di trasformazione e alla fine fornisce quello che noi acquistiamo: frigoriferi e scarpe, scatolette di carne e acqua in bottiglia e infinite altre cose. Nel corso dei processi di produzione e di uso delle merci una parte delle materie entrate in ciclo ritorna nei corpi riceventi naturali — acqua, suolo, aria — sotto forma di scorie e rifiuti. 

In questa grande circolazione “natura—merci—natura”  le riserve di risorse naturali, dai minerali al petrolio, alle falde idriche, risultano impoverite e la qualità delle acque e dell’aria e del suolo “peggiora” in seguito alla contaminazione con i rifiuti. Esposta in questi termini la situazione potrebbe sembrare disperata e potrebbe indurre a raccomandare una fermata dei consumi di beni materiali; se una revisione dei consumi è pure necessaria, una via di salvezza va cercata anche in una revisione della “qualità” delle merci, in nuovi metodi di progettazione dei processi e degli oggetti. 

Un messaggio di speranza viene dal recente volume “State of the World 2004. Consumi”, pubblicato dalle Edizioni Ambiente di Milano. Si tratta del trentesimo volume sullo “stato del pianeta”, curato dal Worldwatch Institute, l’istituto di Washington che tiene sotto osservazione l’ambiente mondiale e ne riferisce annualmente le condizioni e i mutamenti. Da molti anni questi volumi sono tradotti anche in italiano e rappresentano dei documenti di grande utilità. 

In particolare quest’anno l’analisi del “che ambiente fa” è dedicata alle azioni che permettono di ottenere le merci che soddisfano i bisogni umani, con processi e di qualità che limitano i danni ambientali, merci nate per sollecitazione dei movimenti di difesa dell’ambiente e dei consumatori, ma che hanno trovato la loro realizzazione nelle imprese. 

Per motivi economici, oltre che ecologici, un numero crescente di imprese ha deciso di progettare oggetti con più bassi consumi di energia per unità di peso o per unità di servizio. Autoveicoli di nuova concezione permettono ad una persona di percorrere un chilometro consumando la metà dell’energia rispetto al 1990; è possibile fare il bucato con meno energia e acqua rispetto a dieci anni fa, lavando altrettanto bene. Adatte scelte delle materie prime e innovazioni tecnico-scientifiche consentono di ridurre il peso di agenti inquinanti immessi nelle acque o nell’aria e quindi di ridurre i costi di produzione. Per guidare tali innovazioni occorrono nuovi indicatori del valore; al di là del valore monetario, è ora necessario identificare per ciascun prodotto o processo un “valore” in unità fisiche, espresso, per esempiio, sulla base della quantità di energia o acqua o minerali necessaria per ottenere una unità di peso di un oggetto o una unità di servizio. 

Che ci sia un crescente interesse per questi problemi è dimostrato da un recente seminario che si è tenuto all’Università di Roma con il titolo: “Il valore dell’acqua”; alcuni studiosi hanno esaminato quanto si sa sul “consumo” di acqua per ottenere una tonnellata di patate o di carne o di acciaio o per lavare cinque chili di bucato. Il consumo di energia per unità di merce prodotta è un tema a cui molti studiosi di merceologia, anche nell’Università di Bari, si sono a lungo dedicati. 

Progettare le merci diversamente e in modo ecologicamente corretto è il primo passo; occorre poi spiegare agli acquirenti perché è virtuoso acquistare i prodotti a basso impatto ambientale. A questo proposito un ruolo essenziale possono avere le istituzioni; in Italia la legge sui rifiuti prescrive che gli uffici della pubblica amministrazione debbano acquistare, per esempio, carta riciclata, ma troppi ostacoli ancora impediscono il pieno rispetto di questa norma, tanto che degli undici milioni di tonnellate di carta e cartoni usati in Italia nel 2003 appena cinque sono recuperati per essere riciclati e sei milioni di tonnellate finiscono nelle discariche e negli inceneritori. 

Un altro ruolo essenziale avrebbe l’informazioni nelle scuole; eppure le recenti riforme hanno espulso le materie che si occupavano di questi temi: la Merceologia, e adesso anche l’”Educazione tecnica” che era obbligatoria nelle scuole medie inferiori, come si chiamavano una volta. Mi auguro che la lettura del libro “State of the World 2004: Consumi” stimoli produttori, distributori e consumatori — e educatori — a riconoscere e spiegare che è possibile avere beni essenziali e sviluppo economico con minore violenza verso la natura.