SM 2508 — Polveri e salute — 2004

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 16 maggio 2004 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Siamo abituati a prestare attenzione ai possibili effetti negativi sulla salute di certe sostanze che consideriamo “cattive” scorie dei processi tecnologici. Pensiamo al traffico urbano: ci preoccupiamo se respiriamo i gas tossici che fuoriescono dai tubi di scappamento, ma solo da una ventina d’anni a questa parte l’attenzione è stata rivolta anche alle polveri che si formano durante la combustione della benzina e del gasolio, le cosiddette PM 10 cioè le polveri con diametro inferiore a dieci millesimi di millimetro, perché ci si è accorti che esse portano su di se sostanze nocive alla salute e che le polveri stesse, se respirate, si fissano nei polmoni e provocano asma e anche tumori. Ci si preoccupa giustamente delle polveri che escono dai camini industriali: dai cementifici, dalle acciaierie, dalle centrali termoelettriche, eccetera. 

Ma da qualche tempo a questa parte ci si sta accorgendo che anche alcune cose “buone” intorno a noi possono arrecare danno alla salute. Per limitarsi alle polveri è facile constatare che un gran numero di prodotti commerciali sono sotto forma di polveri che vengono respirate e che possono arrecare danno, pur non essendo di per se tossiche. Una delle più antiche immagini delle attività di utilizzazione dei prodotti agricoli alimentari è rappresentata dal mortaio, lo strumento con cui anche le più antiche società macinavano i cereali in forma di polveri, di farina, adatte per la produzione del pane. I primissimi mortai erano di pietra dura e i cereali venivano “pestati” con bastoni di legno o di pietra a mano; ancora oggi nelle società primitive si assiste alla macinazione dei cereali a mano. Successivamente ci si è resi conto che la produzione di pane e pasta richiedeva farine più fini e la macinazione è stata praticata con macchine sempre più raffinate e potenti. Quanto maggiore è il grado di finezza delle farine, tanto maggiore è la quantità di polveri che restano sospese nell’aria e che devono essere aspirate da potenti ventilatori per evitare che vengano respirate dagli operai, proprio perché anche polveri inerti dal punto di vista chimico possono arrecare danni alla salute. 

Ma ci sono moltissimi altri prodotti che possono svolgere la loro funzione “buona”, utile, soltanto se sono in forma di finissime polveri, come i pigmenti presenti nelle vernici, i coloranti delle unghie e dei rossetti per labbra. E ancora: il cemento svolge la sua utile funzione di combinarsi con acqua e di interagire con sabbia, ghiaia e acciaio, per fornire le strutture stabili di qualsiasi edifici, soltanto se si viene impiegato in forma di polvere finissima. Il cemento si fabbrica miscelando argilla, sabbia e calcare, scaldando la miscela lentamente a circa 1200 gradi centigradi e in questo modo gli ingredienti reagiscono fra loro dando dei sali complessi di alluminio, ferro, silicio e calcio sotto forma di granuli chiamati clinker. Per poter essere trasformato in cemento il clinker deve essere macinato in forma di polvere finissima e anzi il cemento si commercia, fra l’altro, sulla base del suo grado di finezza. E’ sotto forma di fine polvere che il cemento “lega” la sabbia e la ghiaia in un impasto che diventa duro e resistente, tanto da creare strutture ed edifici alti decine e centinaia di metri. Anche in questo caso le persone che “maneggiano” il cemento — si pensi che di questa finissima polvere si producono e usano ogni anno in Italia circa 35 miliardi di chilogrammi — devono avere cura per evirare di respirarlo. 

Non so se avete assistito alla pulizia dei muri prima dell’applicazione di un nuovo intonaco o di una verniciatura: i muratori sono costretti a respirare la polvere di calcina e cemento; dovrebbero portare una mascherina protettivo della bocca e del naso, ma spesso trascurano questa elementare precauzione e proprio per colpa delle polveri gli addetti all’edilizia pagano un altissimo prezzo di salute e di vita. 

Di sostanze chimicamente non nocive, ma dannose proprio perché si trovano sotto forma di fini polveri respirabili, ce ne sono molte altre. Moltissime operazioni meccaniche comportano l’asportazione di una parte dei metalli sotto forma di polveri; esiste anzi tutta una tecnologia basata sull’uso di abrasivi, materiali sempre più duri in grado di asportare parti di metalli anche durissimi che, pur non essendo velenosi, si disperdono nell’aria sotto forma di polveri dannose nel momento in cui vengono respirate e si depositano nei polmoni. Del resto molti oggetti metallici possono essere utilizzati soltanto se adeguatamente lucidati e privi di asperità anche minime: in ciascuna di questa operazioni si formano grandi quantità di polveri residue che apparentemente non nocive, di per sé, ma che diventano nocive non solo per gli addetti, ma anche per l’ambiente. Se gettate o depositate nell’ambiente possono essere asportate dal vento e disperse nell’aria, o trascinate dalle piogge nei fiumi o nel mare. Proprio di recente si sono constatati gli effetti dannosi delle polveri di alluminio sollevate dal vento da una discarica in cui erano state poste senza precauzione o protezioni. 

Il problema è importante perché un vasto settore della tecnologia riguarda proprio la metallurgia delle polveri: da molto tempo, ma con crescente frequenza, vengono preparati dei pezzi metallici creando delle “leghe”, combinazioni intime di più metalli, senza ricorrere alla loro fusione ma per semplice compressione della loro miscela allo stato di polveri finissime. Ci sono decine di riviste scientifiche dedicate alle polveri e alla metallurgia delle polveri e al loro uso “buono” in molti settori industriali; ci sono cattedre universitarie in cui viene insegnato e studiato il comportamento delle polveri fini che, in certe condizioni, presentano caratteristiche simili a quelle dei liquidi. 

E stiamo andando verso innovazioni tecniche che generano crescenti quantità di polveri sempre più fini; una settore delle “nanotecnologie” è basato proprio sulla formazione di pezzi meccanici, di materiali per l’elettronica, con il ricorso a polveri sempre molto fini; è come se molti materiali in tale stato venissero ad assumere particolari proprietà “utili”. 

Ovviamente non si può rinunciare alle molte virtù di molti materiali in forma di polveri, ma è probabilmente importante prestare attenzione anche a questo volto della tecnologia e delle innovazioni merceologiche.