SM 2502 — Lo studente di Pisticci — 2004

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 4 maggio 2004

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Le alterazioni dell’ambiente derivano da molte azioni umane e fra queste un ruolo rilevante ha il movimento delle persone, talvolta per necessità vere, talvolta perché non siamo stati lungimiranti nella localizzazione delle scuole, degli uffici, delle abitazioni, talvolta perché non siamo capaci di utilizzare bene strumenti e tecnologie che pure sono disponibili. In Italia il movimento delle persone è responsabile di un quarto del consumo di energia e di un quarto dell’inquinamento dell’aria. Uno di coloro che sono costretti a muoversi, a perdere ore di sonno, a sprecare benzina e ad inquinare, potendone fare a meno, è quello che chiamerò “lo studente di Pisticci”: un ipotetico studente di una ipotetica Facoltà di una ipotetica Università del Mezzogiorno; ma potrebbe anche essere lo studente di Tione nel Trentino o di Barga in Toscana, e così via. E’ uno studente che vive lontano dall’Università in cui è iscritto, in una cittadina abbastanza piccola, magari ha un lavoretto sul posto, non riesce a frequentare regolarmente lezioni e biblioteche. Questo studente ha un computer e ha accesso a Internet. 

Questo studente deve svolgere delle letture o ricerche al di fuori delle dispense; trova citato, oppure un suo professore gli dice di consultare, un certo libro o articolo, ma lui non riesce ad andare nella sua Università e non sa neanche in quale biblioteca si trova quello che deve cercare, o, anche se lo sa, quando arriva nella città universitaria la biblioteca ha orari scomodi. L’ideale sarebbe che potesse consultare un catalogo di biblioteca, o addirittura il testo cercato, da casa sua, magari la sera quando ha tempo libero. 

Come possiamo aiutarlo ? Come possiamo spiegargli che Internet gli consente di risolvere almeno una parte dei suoi problemi e di certo l’accesso ai cataloghi di molte biblioteche italiane e straniere — compresa quella del Congresso degli Stati Uniti e quella inglese del British Museum (quella in cui andava a studiare Marx) —  e che forse può trovare l’intero testo cercato se esplora con adeguata furbizia le risorse della rete ? 

Le organizzazioni studentesche o gli uffici dell’Università potrebbero, per esempio, distribuire uno snello manualetto intitolato: “Le risorse bibliografiche di Internet”, oppure potrebbero predisporre un “sito” telematico di domande e risposte a cui lo studente possa chiedere: “Dove posso trovare il testo della Vulgata del libro di Ezechiele ? o il testo inglese del Davide Copperfield ? o l’intero ‘Giornalino di Gian Burrasca’ ? o il testo integrale del lavoro sulla relatività di Einstein del 1905 ? eccetera”, sito da cui una persona, un tutor, un altro studente, gli risponda spiegando con quali artifizi e percorsi può trovare quello che cerca. 

La  proposta di aiutare “lo studente di Pisticci” a cercare una risposta alla domanda: “dove posso trovare ?”, ha vari fini. Il primo è spingere gli studenti (o qualsiasi persona) a leggere; nella società dell’immagine la capacità di trovare il gusto di mettersi davanti al testo scritto (al di là dei libri di moda) ha, a mio modesto parere, un forte valore. 

Il secondo è di far scoprire allo “studente di Pisticci” le infinite risorse di Internet. So bene che molte università italiane dispongono di sistemi con i quali, in rete, uno studente può collegarsi con le segreterie per iscrizioni, per conoscere orari e programmi di esami, ma vorrei che, con l’accesso a Internet, lo studente imparasse ad accedere a molto più vaste conoscenze. La cosa dovrebbe interessare anche le imprese di informatica, dai venditori di computer ai venditori di servizi di rete, provider, società telefoniche, eccetera, che potrebbero praticare tariffe agevolate per i collegamenti “culturali”. 

Il terzo punto è educare l’utente di Internet all’uso dello strumento “con furbizia”. Occorre fantasia, spirito di immaginazione, per strappare alla “rete” le infinite informazioni di cui dispone, per discriminare fra le infinite banalità e le “perle” culturali, altrettanto sterminate, a cui si può accedere. Questo impiego di furbizia deve essere fatto dalla persona interessata, non si può delegare, proprio come una persona deve esplorare da solo lo schedario di una biblioteca. D’altra parte la crescita di una “furbizia” informatica potrà giovare allo studente nella sua vita professionale. 

Un quarto punto è sollecitare la richiesta di migliori servizi in rete. Per restare ai cataloghi delle biblioteche pubbliche, c’è un grande ritardo, mancano spesso i collegamenti fra biblioteche, il “catalogo unico” a livello anche di una singola università è ancora molto lontano. D’altra parte esempi positivi di coordinamento, ricchezza di links, eccetera, si trovano anche in piccole università italiane e soprattutto straniere e uno studente che li scopre potrà portare questa domanda di servizi migliori anche nella sua vita professionale. 

Un quinto punto — più direttamente legato al risparmio di energia, ad un minore inquinamento e al miglioramento dell’ambiente — è la diffusione del decentramento. L’informazione e la conoscenza, e la cultura, possono arrivare, attraverso Internet, dovunque, anche nei luoghi apparentemente più isolati. Come dimostra la tendenza di insediamento di servizi e imprese informatici anche fuori dalle città, in luoghi meno congestionati e gradevoli, con  più facile disponibilità di abitazioni. Un contributo alla valorizzazione dell’Italia minore (ricca di cultura e di rapporti umani) e alla decongestione dei centri urbani.