SM 2465 — La vendetta della carta — 2004

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 gennaio 2004

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

All’alba della diffusione dell’informatica si è diffusa l’idea che un giorno si sarebbero potuti finalmente svuotare gli ingombranti archivi e biblioteche cartacee e tutto sarebbe stato reso disponibile su un dischetto di pochi grammi “per tutta l’eternità“. E molti ci hanno creduto e grandi sforzi sono stati fatti per informatizzare non solo archivi e biblioteche e per affidare a supporti informatici — dischi e dischetti vari e all’inafferrabile vagare nelle reti tipo Internet — i propri libri e scritti. L’informatizzazione è stata ed è di grandissima importanza. Non c’è dubbio, e se ne è parlato anche in queste pagine, che il possesso di un computer e di un collegamento con Internet permette a qualsiasi persona, dovunque si trovi, e in qualsiasi ora del giorno e della notte, di accedere ad una massa incredibile di informazioni.

E la conoscenza è certo liberatoria e anzi rivoluzionaria; Carlo Marx ha potuto scrivere i suoi libri miranti a denunciare le perfidie del capitalismo passando le giornate nel più raffinato strumento della società capitalistica inglese, la biblioteca del British Museum di Londra; il proletariato ha potuto ampliare le proprie conoscenze e riconoscere i propri diritti quando è arrivata nelle case e nei circoli operai la luce elettrica, altro raffinato strumento del capitalismo; oggi la contestazione antiglobalizzazione e pacifista si diffonde a macchia d’olio utilizzando il più recente raffinato strumento del capitalismo, Internet. Io stesso posso annoiare i cortesi lettori di questo giornale affidando quello che scrivo ad un disco di computer.

Comincia però a circolare qualche preoccupazione sulla “durata” delle informazioni e conoscenze affidate alle misteriose ultramicroscopiche sequenze di segnali magnetici depositati su un supporto di pochi grammi di plastica e ferro.

Chi ha usato da una ventina di anni a questa parte i computer ricorderà che i primi computer domestici affidavano le notizie a dischetti flessibili di cartone da “cinque pollici e un quarto”; i messaggi “depositati” su tali dischetti battendo su tasti che traducevano le lettere e i segni in segnali magnetici mediante “programmi” che avevano nomi vari, Wang, WordStar e poi varie versioni di Windows. I progressi dell’elettronica hanno permesso di “compattare” le informazioni su dischetti più piccoli, da “tre pollici e mezzo” che contenevano molte più informazioni ma potevano essere scritti mettendoli dentro una “porta” del computer che era diversa da quella dei dischi precedenti, Un computer doveva essere perciò dotato di due porte e a poco a poco ci si è accorti che quello che era scritto su un dischetto da cinque pollici con linguaggio WordStar, si fa per dire, era illeggibile su un dischetto di un computer dotato di linguaggio Windows.

Oggi i segnali vengono depositati su dischi compatti che possono ospitare molte più informazioni; i computer più recenti non hanno più neanche una “porta” in cui leggere i vecchi dischetti da tre pollici il cui contenuto spesso si può considerare “perduto” se non è stato trasferito su un supporto più moderno.

E tutto questo in venti anni, durante i quali ogni studioso, famiglia, studente, ufficio, ha visto rapidamente invecchiare anche i “perfetti” ma delicati computer; quando un computer cominciava a fare le bizze (io ne ho cambiati cinque in quindici anni) bisognava cambiarlo e il nuovo non era capace di “leggere” quello che era stato scritto su un disco con il computer precedente.

Bisognava ricorrere a dei professionisti capaci di estrarre dai vecchi dischi magnetici le informazioni scritte con programmi ormai in disuso. Questi recuperatori di testi nascosti mi sono sempre sembrati simili ai monaci che copiavano a mano su carta i testi greci e latini scritti su pergamena, sparsi nelle biblioteche medievali.

Va aggiunto che anche i “dischi” si deteriorano, sono soggetti ad attacchi di parassiti; nei climi caldi sono letteralmente mangiati da funghi; in alcuni casi lo strato magnetico è alterato dall’inquinamento.

Solo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg e la diffusione della carta hanno permesso di riprodurre testi duraturi; esistiamo e comunichiamo grazie a queste due invenzioni che ci permettono di trovare e leggere, come se fossero scritti ieri, libri e giornali e immagini vecchi anche di centinaia di anni. Fino a quando, e come saranno leggibili fra trent’anni i testi scritti con i computer o “scaricati” da Internet oggi ?

La fragilità di altre importanti e favolose invenzioni si sta manifestando ogni giorno. Ne parla l’attento giornalista Paolo Attivissimo nel notiziario dell’ 11 dicembre 2003 della rivista telematca “apogeonline” (distribuita gratuitamente in Internet da <www.apogeonline.com>). Sono a rischio molti giochi informatici, molte fotografie e film su compact-disk, molto meno durevoli di quelli su pellicola fotografica o cinematografica, pur esse comunque soggette a deterioramento ma in decenni anziché in pochi anni come i supporti magnetici.

Sono a rischio molte registrazioni sonore su supporti di cui esistono soltanto pochi residui strumenti di ascolto. Abbastanza curiosamente volevamo liberarci dalla schiavitù della carta stampata e delle fotografie su carta e la carta si sta vendicando; o fermiamo, “stampiamo” su carta quello che avevamo depositato sui supporti magnetici informatici o saremo costretti a creare musei di computer di infiniti tipi, capaci di leggere parole e immagini registrate con innumerevoli sistemi operativi dimenticati, e saremo costretti a tenerli in continua efficienza — è quanto sta facendo il Museo della Tecnica della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia (www.fondazionemicheletti.it>. Altrimenti fra pochi decenni i nostri figli e nipoti resteranno ciechi e sordi davanti a quello che noi oggi avevamo scritto e detto e raccolto per loro.