SM 2454 — Da dove vengono e dove vanno le scorie nucleari — 2003

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La Gazzetta del Mezzogiorno, lunedì, 24 novembre 2003; Verde Ambiente19, (6), p. 12 (novembre-dicembre 2003)

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Che cosa sono e da dove vengono le “scorie nucleari” che, secondo un decreto (2003) del governo, dovrebbero trovare sepoltura perpetua a Scanzano, in Basilicata ? 

Il decreto si riferisce ai “rifiuti radioattivi” chiamati di “seconda categoria”, la cui radioattività diminuisce a livelli accettabili dopo un centinaio di secoli (avete letto bene, “di secoli”, cioè dopo 10 o 15 mila anni), e di “terza categoria” che devono essere tenuti lontani dalle acque e da ogni forma di vita per oltre mille secoli (da 100 a 200 mila anni). 

I rifiuti da isolare per tempi tanto lunghi derivano dalle attività dell’industria nucleare, come preparazione di cariche per centrali e reattori nucleari o trattamento del “combustibile” nucleare; tali rifiuti contengono uranio, plutonio, torio e altri nuclei radioattivi e tossici. I principali depositi di tali rifiuti si trovano a Trisaia in Basilicata (1.700 chilogrammi di uranio, torio e plutonio, oltre ai prodotti di fissione); a Saluggia in provincia di Vercelli (dove si trovano circa 80.000 kg di uranio e plutonio); nel centro nucleare della Casaccia, vicino Roma; nello stabilimento di Bosco Marengo (in provincia di Alessandria), nel centro di ricerche di Ispra, sul Lago Maggiore; nel reattore militare Cisam di Marina di Pisa. Inoltre l’Italia deve ritirare dal reattore francese Superphenix, chiuso dopo alcuni anni e alla cui costruzione abbiamo sfortunatamente partecipato, altre 62 tonnellate di uranio e plutonio.

Fra i rifiuti radioattivi da smaltire vi sono poi i materiali impiegati nei quattro reattori delle centrali elettronucleari costruite in Italia dal 1960 in avanti: Trino Vercellese, in provincia di Vercelli; Garigliano, in provincia di Caserta; Latina, nel Lazio e Caorso, in provincia di Piacenza. 

Durante il funzionamento di tali centrali, ormai ferme da anni, l’uranio che è stato caricato all’inizio si è trasformato in plutonio e sia l’uranio sia il plutonio hanno liberato energia con formazione di numerosi prodotti di fissione radioattivi. Si tratta di alcune migliaia di tonnellate che, per esempio a Caorso, sono state tenute a “raffreddare” in una piscina; altri rifiuti sono stati inviati in Inghilterra per separare uranio e prodotti di fissione che l’Italia dovrà ritirare e mettere in adatti depositi. Infine, a mano a mano che le centrali, i reattori e gli impianti di trattamento di sostanze radioattive saranno smantellati, si dovrà trovare una sistemazione per altre migliaia di metri cubi di materiali da costruzione divenuti anch’essi radioattivi per fenomeni di “attivazione”. 

La giovane lettrice e chiunque sia interessato a sapere che cosa dovrebbe aspettarsi la Basilicata, se il piano governativo andrà avanti, troverà informazioni nel sito Internet <www.e-gazette.it/approfondimenti> che contiene il testo di numerose relazioni tecniche e di atti parlamentari sui rifiuti nucleari. 

Le quantità esatte da sistemare sono indicate diversamente dalle varie fonti, talvolta come effettiva quantità di nuclei radioattivi, talvolta come volume delle scorie e dei loro contenitori. Nel complesso occorre trovare una sistemazione definitiva, isolata per millenni, per 75.000 metri cubi di rifiuti di seconda categoria e per circa 8.600 metri cubi di rifiuti di terza categoria, i più pericolosi, la cui radioattività è equivalente a quella di oltre 10.000 grammi di radio. 

In uno dei documenti (nel sito Internet http://www.saluggia.enea.it/seminari/Rapporti/) risulta che in Italia ci sono 200.000 chili di uranio arricchito e 1700 chili di plutonio. Si tratta di materiali miscelati con altri, di difficile separazione, ma che potrebbero rappresentare una tentazione per chi volesse realizzare armi di distruzione di massa, per atti terroristici, ricatti, eccetera. 

La Sardegna, la Valle d’Aosta, la Murgia, la costa ionica hanno detto “no” ai depositi non perché le popolazioni non vogliono i rifiuti nel proprio cortile, ma sono contentissimi se vanno in casa altrui; hanno detto no perché nessuno dei giacimenti indicati possedeva le condizioni di sicurezza richieste per le scorie radioattive. Del resto in ecologia non esiste una “casa mia” e una “casa altrui”; i grandi problemi ambientali, come, lo smaltimento delle scorie radioattive in depositi adatti e sicuri, possono essere risolti soltanto in spirito di collaborazione e solidarietà, non solo nazionale, ma internazionale. Mi ha perciò ferito e offeso leggere che i cittadini di Caorso (spero solo “alcuni” abitanti di Caorso) hanno lodato a gran voce il decreto governativo che “condanna” un paesino del Sud come Scanzano a ospitare il cimitero delle scorie della loro centrale. Quando abbiamo riconosciuto che la costruzione della centrale nucleare di Caorso era un errore — e tale si è dimostrato sul piano economico e ambientale — siamo stati uniti nella protesta, ed eravamo popolo dell’Emilia, della Lombardia e del Piemonte e popolo della Puglia e della Sicilia e della Basilicata, perché sapevamo che gli errori sono pagati dall’intera comunità nazionale, in termine di soldi, di sicurezza e di salute. 

Mi auguro che i concittdini emiliani e lombardi riconoscano che solo col contributo di tutti, italiani ed europei, si può alleggerire il peso che grava su Caorso, come quello che grava su Saluggia o Trisaia o Marina di Pisa o Ispra. Forse la vera soluzione sta nel ricupero dell’orgoglio, come comunità internazionale, di essere nazioni “unite” e in pace per affrontare ed evitare i pericoli di una eredità da lasciare a chi abiterà il nostro pianeta nei millenni futuri.