SM 2452 — La parabola della mucca — 2003

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 18 novembre 2003

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Immaginate un pascolo, grande ma non illimitato, attraversato da un ruscello ricco di acqua fresca e pulita, uno di quei pascoli che possono essere utilizzati da tutti gli abitanti del villaggio vicino; in Inghilterra si chiamano beni collettivi, “commons”, in Italia sono beni soggetti a “usi civici”. Qualunque abitante del villaggio può pascolare i propri animali o raccogliere la legna. Una primavera un pastore, abitante nel villaggio, porta a pascolare nel prato le sue dieci mucche; le mucche passano l’estate al pascolo, trovano nel ruscello acqua buona e nel prato erba abbondante, si nutrono e producono latte; i loro escrementi cadono nel terreno e vengono assorbiti e anzi forniscono elementi nutritivi per la crescita dell’erba la primavera successiva. Alla fine dell’estate sono contenti tutti: il pastore che ha venduto il latte abbondante con un buon guadagno; le mucche che hanno vissuto bene; il pascolo che è pronto a fornire erba quando tornerà la primavera, il ruscello che ha le sue acque ancora incontaminate. Ma, si sa come sono gli uomini: durante l’inverno il pastore pensa che potrebbe guadagnare di più se portasse a pascolare, come del resto è suo diritto, in quanto membro del villaggio, cinquanta mucche invece di dieci. E così fa quando arriva la primavera: ma adesso le mucche sono “troppe”, rispetto alla dimensione del pascolo e alla portata del ruscello; il pascolo non fornisce erba sufficiente, anche perché gli zoccoli delle mucche pestano e schiacciano l’erba e fanno indurire il terreno; gli escrementi di così tante mucche non sono più assorbiti dal suolo e ristagnano nel terreno e scorrono verso il ruscello che viene così inquinato e non è più grado di fornire acqua da bere.

Alle fine dell’estate il pastore ha ottenuto un po’ più latte, ma non certo cinque volte di più dell’anno prima, ed è infelice perché sono sfumate le sue speranze di grandi guadagni; sono scontente le mucche che hanno trovato poca erba e poca acqua pulita; è scontentissimo il pascolo la cui fertilità è compromessa e il suolo indurito dagli zoccoli delle mucche ed è infelicissimo anche il ruscello la cui acqua è ora sporca. L’avidità del pastore ha fatto sì che la prossima primavera non ci sarà più erba né per cinquanta né per dieci mucche e neanche per le mucche degli altri abitanti del villaggio che, come il pastore, hanno diritto a pascolare nello stesso prato — di proprietà comune, come si è detto — e neanche per quelle degli abitanti futuri.

Si tratta di una parabola, proposta nel 1833 da un certo Lloyd, un quasi sconosciuto demografo inglese, e “ripescata” da Garrett Hardin (1915-2003), professore di ecologia umana nell’Università della California, in un celebre articolo apparso nel dicembre 1968 nella rivista “Science”.

Il pascolo corrisponde alla Terra, un pianeta grande, ricco di beni materiali e di acque, che fornisce tutte le risorse necessarie alla vita degli umani che hanno tutti uguale diritto, in quanto abitanti e “proprietari” del comune pianeta. Le risorse sono sufficienti e si rigenerano finché gli umani sono pochi e si accontentano di trarre dalla Terra quei beni che si rigenerano nei grandi cicli della natura. Ma quando il numero delle persone aumenta, quando aumenta la loro avidità di possesso e di vantaggio individuale, arriva un punto in cui le risorse diventano insufficienti per gli occupanti di oggi e per quelli che verranno e il loro possesso diventa motivo di competizione e di conflitti. In ecologia si dice che un territorio, che può anche essere l’intera Terra, grande ma non infinito, ha una capacità ricettiva o portante (una “carrying capacity”) limitata per gli esseri viventi, umani compresi, e per le loro attività “economiche”.

L’articolo di Hardin fu tradotto in tutte le lingue (anche in italiano, su “Sapere” nel marzo 1969) e fu ristampato decine di volte nelle antologie che circolavano, trent’anni fa, ai tempi della contestazione ecologica e fu oggetto di roventi dibattiti, ormai dimenticati come è stato dimenticato l’autore, come dimostra il silenzio che ha circondato la sua morte avvenuta nelle settimane scorse all’età di 88 anni. Hardin che era stato colpito da bambino dalla poliomielite, era da anni molto malato e ha deciso di suicidarsi insieme alla moglie, anch’essa gravemente malata. Su questo controverso ecologo e pensatore si veda utilmente il sito Internet: www.garretthardinsociety.org. C’è materiale per qualche bella tesi di laurea.

La “parabola delle mucche”, il regalo che Hardin ci ha lasciato, ripreso poi nei suoi numerosi scritti e libri, si presta a varie interpretazioni. La più banale è che la crisi ambientale, lo sfruttamento delle limitate risorse naturali, fino al loro impoverimento, dipendono dal numero “eccessivo” di esseri umani. Era la tesi di Malthus, fortemente contestata da parte cattolica, anche se l’invito ad una paternità responsabile si trova nelle encicliche Populorum progressio e Humanae vitae.

L’altra lettura della parabola riguarda la contestazione dell’”economia” la quale si basa sulla legge fondamentale dell’aumento della crescita della massa dei beni materiali usati, “consumati”, dagli individui e dalle comunità, espressa con quel curioso indicatore che è il “prodotto interno lordo”. La crescita economica in un pianeta di dimensione e risorse limitate comporta inevitabilmente l’impoverimento dei beni naturali disponibili ad altri componenti della stessa comunità umana (nella parabola l’avidità di un pastore toglie agli altri pastori la possibilità di usare lo stesso pascolo) presente e futura.

Una terza lettura riguarda come si può e chi deve regolare l’appropriazione individuale dei beni collettivi, considerando che, fino a quando tali beni sono di tutti, il più veloce, o il più “furbo”, o il più prepotente si appropria della maggior parte e lascia poveri gli altri; alcuni pensano che solo una autorità centrale, “uno stato”, possa e debba decidere quanto, dei beni comuni, ciascun soggetto economico può ottenere; altri pensano che il bene comune collettivo vada diviso fra vari privati, ciascuno dei quali si comporterà nei confronti degli altri usando il meccanismo dei prezzi e del mercato.

Per farla breve: col povero professor Hardin se la sono presa tutti: i cattolici per le prospettive di controllo della popolazione, i comunisti per le proposte di liberalizzazione dei beni collettivi a favore del mercato, i conservatori per il pericolo di tentazioni comunistiche. Il che non esclude che Hardin abbia con coraggio descritto ed indicato il problema centrale non solo dell’economia e della democrazia, ma del futuro dell’umanità in questo pianeta di dimensioni e risorse limitate e di crescente avidità dei suoi abitanti. Forse proprio nella gestione solidale e più giusta delle risorse della Terra, nostra unica casa comune nello spazio, sta la ricetta per sradicare la violenza del terrorismo e delle guerre e per aiutare l’umanità ad avviarsi verso un genuino sviluppo umano.