SM 2442 — I bacini idrografici occasioni di solidarietà — 2003

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Conferenza al convegno su “La risorsa acqua e il federalismo fiscale”, Campobasso/Sepino, 10 ottobre 2003

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La centralità del bacino idrografico

L’analisi degli eventi che hanno interessato e interessano il territorio italiano mostra che molti fenomeni di deterioramento ambientale — inquinamento, erosione del suolo e delle spiagge, frane, alluvioni, eccetera — possono essere descritti sulla base del flusso di materia e di energia che attraversa una regione geografica ben definita. Ai fini di una politica del territorio l’unica dimensione geografica ed ecologica corretta e significativa è rappresentata dal “bacino idrografico”,

Il bacino idrografico è definito, addirittura “per legge”, nell’art 2 della Direttiva comunitaria n. 60 del 2000 (GU L327 del 22-12-2000; http://www.direttivaacque.minambiente.it/documenti/Direttiva_2000-60-CE.pdf)  come “il territorio nel quale scorrono tutte le acque superficiali attraverso una serie di torrenti, fiumi e eventualmente laghi per sfociare al mare in un’unica foce o estuario o delta”. Nel suo spazio avvengono tutti i fenomeni importanti dal punto di vista ecologico e pertanto anche economico.

Si può immaginare di descrivere un bacino idrografico come una  specie di grande “sacco”, chiuso da una porta stretta e quasi puntiforme, attraverso cui ha luogo un flusso continuo in uscita di materia e di energia. Nel “sacco” entrano, attraverso varie vie, l’acqua delle piogge e delle nevi e l’energia solare, ma entrano anche molti altri materiali. Le piogge disciolgono e trasportano verso il basso i prodotti dell’erosione del terreno. Questi in parte si depositano sul fondo del fiume, in parte vengono trascinati dall’acqua del fiume fuori dal bacino. Dal trasporto di materiali solidi sospesi dipende la struttura dell’alveo del fiume, ma anche la struttura delle coste e spiagge sia vicino alla foce del fiume — se questo si getta nel mare — sia a grande distanza.

Le pianure alluvionali, talvolta fertili, sono state create dal trasporto e dal deposito di sostanze solide lungo i bacini idrografici; le spiagge crescono o si ritirano a seconda della quantità di materiali solidi  trasportati  dai fiumi. L’estrazione di sabbia e ghiaia per edilizia — l’estrazione, cioè, di “merci ambientali” di valore economico — al di la’ di certi limiti riduce il trasporto di materiali solidi verso il mare e fa regredire le spiagge; il materiale portato via dall’erosione dovuta al moto del mare è, così, maggiore di quello reintegrato dal trasporto fluviale.

Nel bacino entrano le materie prime e le merci necessarie per i centri urbani e per le attività produttive — dall’agricoltura, alla zootecnica, alle fabbriche: i mangimi per gli animali, i concimi per l’agricoltura, i carburanti  per le città e le industrie, e le innumerevoli materie — alimenti, carta, cemento, eccetera — necessarie per la vita umana quotidiana. Dal bacino idrografico esce, attraverso la “porta” che immette in un altro bacino o nel mare, l’acqua del fiume che contiene la risultante delle moltissime trasformazioni dei materiali che sono finiti nel bacino in seguito ai cicli ecologici e alle attività economiche. Escono, inoltre, anche alcune “merci” economiche: i manufatti delle industrie, gli animali destinati alla macellazione, i prodotti agricoli venduti all’esterno del bacino. Ma una parte, probabilmente la maggior parte, del risultato di tutte le attività umane e naturali resta dentro il bacino idrografico  modificandone, più o meno rapidamente, i caratteri.

L’acqua dei fiumi e delle falde sotterranee alimenta tutte le attività umane: urbane, agricole e industriali. In Italia dei 150.000 milioni di metri cubi di acqua trasportati, ogni anno, attraverso i bacini idrografici verso il mare, circa 40.000 milioni di metri cubi sono impiegati dall’agricoltura, circa 10.000 sono impiegati dall’industria e circa 10.000 sono utilizzati dalle città. Dentro il bacino idrografico finiscono tutti i rifiuti delle attività umane. Le materie presenti nei rifiuti solidi e liquidi immessi nel suolo, nelle falde sotterranee o nel fiume stesso finiscono, più o meno presto e più o meno modificate, nell’acqua del fiume che scende verso la foce. Nel suolo e nell’acqua del fiume hanno luogo complesse reazioni di trasformazione chimica e fisica. Le materie organiche dei rifiuti urbani e zootecnici e di molti processi industriali vengono in parte ossidate e mineralizzate e fuoriescono dal bacino idrografico con caratteristiche chimiche mutate. Le sostanze inorganiche e minerali in parte vengono trasformate chimicamente e in parte si depositano sul fondo dei fiumi. Con abbastanza buona approssimazione si può dire che anche gran parte delle sostanze immesse nell’aria ricadono all’interno del bacino. Lo spartiacque funziona in parte anche da barriera per i moti dell’aria.

Un bacino idrografico è interessato anche a flussi di energia, oltre a quello dell’energia solare in  entrata e dell’energia re-irraggiata per via naturale. Il calore di rifiuto delle attività umane  “riscalda” le acque e l’atmosfera. Il moto delle acque verso il basso ha inoltre un suo contenuto di energia potenziale che può assumere valori elevati: un flusso di acqua di un metro cubo al secondo che supera un dislivello di un metro ha, “dentro di sé”, disponibili ogni anno, circa 90.000 kilowattore di energia. Il flusso di tutti i fiumi italiani ha un “contenuto energetico” potenziale, espresso come potenziale lordo di superficie, di quasi 340 miliardi di kilowattore all’anno, un contenuto di “energia potenziale lorda d’asta” di circa 220 miliardi di chilowattore all’anno; di questi solo circa 50 miliardi di kilowattore sono recuperati ogni anno come energia idroelettrica.

Il punto in cui l’acqua del fiume di un bacino idrografico si immette in un altro fiume o nel mare — la “porta” di quel “sacco” immaginario di cui si parlava  prima — funziona in maniera analoga alla “dogana” dei confini politici. Si può perciò parlare di “esportazione” di merci ambientali — acqua, sabbia, sostanze disciolte e in sospensione — da un bacino ad un altro bacino o al mare.

Nel caso dei fiumi internazionali — Danubio, Reno, ma anche i nostri Ticino e Isonzo — si ha una vera e propria importazione ed esportazione di acqua e di rifiuti da un paese all’altro, tanto che è stato necessario sviluppare una teoria economica e giuridica dell’inquinamento trans-frontiera.

Speranze e delusioni della “centottantatre”

 La soluzione di molti problemi ambientali — fra cui quelli dello scambio di acqua fra regioni vicine, oggetto di questo incontro — deve essere quindi cercata nell’amministrazione di un territorio sulla base di quanto avviene in ciascun bacino idrografico. Sfortunatamente i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli politici e amministrativi: lo riconosceva già la “Carta europea dell’acqua” di Strasburgo del 1968 che affermava: “La gestione delle risorse idriche deve essere inquadrata nel bacino naturale piuttosto che entro le frontiere amministrative e politiche”. Il divario fra confini “naturali” e confini “politici” è dovuto al fatto che il fiume è sempre stato, fin dai tempi più antichi, la più comoda e difendibile barriera militare e gli stati, grandi e piccoli, hanno stabilito i confini principalmente lungo i fiumi più ancora che lungo le creste delle montagne.

Forse la rivoluzione francese è stata la prima a riconoscere la centralità dei fiumi nel governo del territorio e a dividere il territorio francese in dipartimenti chiamati col nome del fiume principale (anche se i rispettivi confini in genere non coincidevano con quelli dei bacini idrografici). Napoleone, quando ha trasferito in Italia il modello dei dipartimenti fluviali francesi, ha dato ai dipartimenti italiani i nomi dei fiumi, anche se ha in genere lasciato intatti i confini degli stati precedenti.

Poiché i confini delle regioni odierne coincidono spesso con quelli degli antichi stati in guerra, chi vuole ragionare in termini di bacini idrografici si trova di fronte a molti delicati problemi istituzionali e amministrativi. Neanche le delimitazioni di altre unità amministrative, come le Province, i Comuni, le Comunità mon tane, i consorzi di bonifica, gli enti irrigazione o i più recenti ambiti territoriali ottimali per la gestione degli acquedotti coincidono con i confini delle uniche unità che contano, appunto i bacini idrografici.

Grandi speranze ha sollevato l’approvazione, nel 1989, della legge sulla difesa del suolo, “la 183″, che, come è ben noto, stabilisce alcuni principi fondamentali, di rilievo costituzionale, dice il primo articolo. Il primo è che la pianificazione (usa proprio questo termine) territoriale, della difesa del suolo e della gestione delle acque, deve avvenire sulla base di unità territoriali geograficamente definite e ecologicamente sensate: appunto i bacini idrografici. Il secondo è che, quando i confini dei bacini idrografici non coincidono con quelli amministrativi — nella maggior parte dei casi — le autorità  amministrative (regioni e province) competenti per i territori dei vari bacini idrografici devono (dovrebbero), per ciascun bacino idrografico, prendere decisioni  comuni, attraverso le “autorità di bacino” per i bacini di rilievo nazionale,  attraverso “comitati di bacino” per i bacini interregionali, o altre strutture di coordinamento per i bacini o gruppi di bacini regionali.

La legge prescrive che le decisioni relative alla pianificazione territoriale devono essere basate su una preliminare indagine conoscitiva della situazione di ciascun bacino idrografico, redatta in conformità a quanto dettagliatamente prescritto da un decreto del gennaio 1992. Raccolta questa documentazione ciascuna autorità o ciascun comitato di bacino deve (dovrebbe) predisporre un “piano di bacino” contenente i programmi delle azioni da intraprendere per il rispetto delle finalità di “pianificazione, programma e attuazione”, ben specificate dall’art. 3 della stessa legge 183: difesa del suolo e delle coste contro l’erosione, uso razionale e solidale delle acque, limitazione degli inquinamenti, eccetera.

Sulla base del piano di bacino devono essere indicati i finanziamenti necessari e le priorità degli interventi secondo gli schemi previsionali e programmatici. I legislatori, nel lungo lavoro svolto negli anni 1987-89, soprattutto nella Commissione ambiente del Senato, avevano ben presenti i pericoli che gli enti locali potessero contrastare le finalità della legge per difendere il “possesso” del proprio pezzo di territorio e, soprattutto, la gestione dei fondi per le opere da fare nel pezzo di bacino idrografico che “appartiene” a ciascun ente locale. Proprio il contrario di quanto stabilisce la legge, ispirata invece proprio al principio della solidarietà nell’ambito di ciascun bacino e fra bacini idrografici vicini, uniti da considerazioni fisiche, geografiche e ecologiche, principio di solidarietà spezzato dall’arbitraria divisione dell’Italia in regioni i cui confini, come si è detto, sono ancora quelli dei principati dell’Italia pre-unitaria. La situazione è così arbitraria, dal punto di vista geografico ed ecologico, che alcuni hanno suggerito di ridisegnare i confini delle attuali regioni facendoli coincidere con quelli dei bacini idrografici dei fiumi in ciascuna contenuti.

Si tratta, insomma, di superare l’errato senso di “appartenenza” ad una regione o provincia amministrativa per creare un nuovo senso di “appartenenza” al fiume e al bacino idrografico. Occorre sviluppare nel “popolo” di ciascun bacino idrografico un senso di consapevolezza della proprietà collettiva del relativo territorio e delle relative acque per ciascuna unità che va dalle sorgenti del fiume e di ciascun affluente fino alla foce, che comprende le valli e le coste più vicine; ciascun cittadino di tale “popolo” ha interessi ed è legato da solidarietà comuni, indipendentemente dal fatto che sia amministrativamente “sotto” una regione o l’altra, una provincia o l’altra.

La legge 183 avrebbe potuto offrire la più grande occasione di una genuina riforma istituzionale basata sull’unica cosa che conta, la salvaguardia del territorio, la difesa della salute, l’approvvigionamento idrico, la lotta all’inquinamento, la lotta alle frane e alle alluvioni. Condizioni tutte che sono l’unica vera premessa ad un reale sviluppo economico e all’aumento dell’occupazione. La legge 183 non è una guida all’egoismo o all’esclusività dell’uso delle acque, ma anzi offre genuine occasioni di solidarietà. E’ perfettamente legittimo, anzi auspicabile, che, in spirito di solidarietà e di piano, un bacino idrografico “esporti” acqua in un altro  bacino idrografico. Sempre, però, sulla  base di decisioni concordate  fra le autorità dei singoli bacini e  sulla base di accurate informazioni e di precisi piani.

I nemici della legge 183

La legge 183 e i provvedimenti collegati sono rimasti, a quattordici anni di distanza, praticamente inattuati. Sono state costituite autorità di bacino, sono stati previsti investimenti e spesi soldi; ma le autorità e i comitati non hanno fatto né le indagini conoscitive, né dei veri piani di bacino. Del fallimento dell’applicazione della legge sulla difesa del suolo fanno fede le continue devastanti frane e alluvioni, gli insediamenti autorizzati o tollerati in zone idrogeologicamente fragili e pericolose, il perdurare di disastrosi inquinamenti delle acque interne e del mare, l’avanzata dell’erosione delle spiagge. Non c’è bisogno di dire che la gestione e la pianificazione delle acque sono la premessa essenziale per una corretta politica della difesa del suolo contro le frane e le alluvioni che non sia limitata, come piace a tanti, al puro e semplice innalzamento degli argini, alla cementificazione del corso dei torrenti e dei fiumi: una politica che governi e impedisca l’assalto speculativo alle rive e alle golene dei fiumi, il prelevamento selvaggio delle sabbie e ghiaie.

L’opposizione e l’inerzia dei tanti nemici della legge 183 va cercata, a mio parere, nel fatto che  l’obbligo, previsto dalla legge, di pianificare per bacini idrografici, impone alle autorità locali di rinunciare ad una parte dei propri  poteri e di decidere, insieme ad altri, ciò che può essere fatto o che non deve essere fatto in un bacino idrografico comune. Sono così solerti i nemici della 183, che, con la scusa di far fronte ai danni provocati dalle continue frane e alluvioni, gli enti locali sono riusciti ad ottenere dal governo l’autorizzazione a procedere a piani “stralcio” per interventi e spese su piccoli pezzi dei vari bacini idrografici, spezzando l’unità dell’amministrazione secondo i principi originali della stessa legge.

Non solo: le regioni e la potente corporazione delle aziende acquedottistiche, sono riusciti a fare approvare una legge (n. 36 del 1994), che autorizza i prelievi delle acque secondo criteri aziendalistici ed “economici” che con i bacini idrografici niente hanno a che fare. La legge 36 comincia con una nobile dichiarazione di principio di alto valore etico e politico: “Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà“. Dopo altri due o tre articoli di valore generale, si passa subito al concreto, cioè alla spartizione delle acque fra alcuni soggetti denominati “servizi idrici”, ma che ben presto si intuisce essere costituiti da aziende che accorpano gli innumerevoli acquedotti preesistenti.

La prima contraddizione con i principi della legge 183 si ha nell’articolo 8 che al primo comma dice: “I servizi idrici sono riorganizzati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati secondo i criteri seguenti”, poi elencati. Tutto il discorso successivo riguarda la suddivisione del territorio, da parte delle Regioni, in funzione delle necessità delle aziende acquedottistiche esistenti o future. L’esistenza dei bacini idrografici, delle relative autorità e dei relativi piani non può, ovviamente, essere ignorata, ma passa in secondo piano rispetto alle necessità delle aziende acquedottistiche.

Si sono così viste suddivisioni dei vari bacini idrografici in “ambiti territoriali ottimali” ai fini della gestione acquedottistica, al di sopra e in genere in assenza dei piani di bacino. E non fa meraviglia perché la suddivisione in ambiti ottimali è importante ai fini delle aziende e della loro privatizzazione, mentre nessuno ha interesse ad accettare e imporre i vincoli che un piano di bacino richiederebbe.

Una sola cosa è, a mio parere, certa: che un governo democratico delle acque e del territorio  (compresa difesa del suolo, lotta all’inquinamento, eccetera) è possibile soltanto se le Regioni e tutti gli altri organi dello stato, compresi quelli dei ministeri centrali, cominciano a rispettare quanto disposto dalla legge 183. Non basta la fictio iuris di creare delle autorità di bacino che tali sono solo di nome; non basta incollare vecchi piani di opere pubbliche, fatti con ben altre finalità, e far passare questo collage come piano di bacino. La redazione di indagini sullo stato del bacino e la redazione dei piani di bacino sarebbe una grande occasione per una mobilitazione democratica e intellettuale delle forze dell’Università e della cultura, al di fuori dei comitati di affari e delle imprese che finora, grazie alla distrazione e alle compiacenze dei pubblici amministratori, hanno fatto la politica del territorio e delle acque in tante regioni.

L’acqua come merce

L’istituzione e il funzionamento di strutture politico-amministrative che, nell’ambito di ciascun bacino idrografico, accentrino, come prescrive la legge 183, tutte le attività decisionali relative all’approvvigionamento delle acque per fini potabili, industriali e irrigui, è essenziale anche per superare gli equivoci grazie ai quali alcuni acquedotti hanno fornito e forniscono acqua, oltre che alle città, anche alle industrie e all’irrigazione, con una grande confusione di gestione e di tariffe, per meglio coordinare le attività relative alla gestione delle acque usate, in vista anche del loro parziale ricupero, oltre che della depurazione delle acque immesse nell’ambiente.

Il coordinamento fra i diversi usi dell’acqua dovrebbe anche superare gli inammissibili squilibri per cui certi usi irrigui dell’acqua sono a costo praticamente zero, grazie a un iniquo sistema di “concessioni” a prezzi irrisori a consorzi di bonifica, e per cui una risorsa, un bene civile e una merce essenziale come l’acqua viene pagata a prezzi così diversi nelle varie parti d’Italia.

Questa situazione iniqua viene confermata dall’art.13 della legge 36/1994 il quale prevede che le tariffe dell’acqua debbano essere stabilite sulla base della copertura dei costi di gestione. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove l’acqua è disponibile in minore quantità, i costi di approvvigionamento idrico sono inevitabilmente superiori per le aziende acquedottistiche; per quanto possano essere introdotti meccanismi compensativi per attenuare le differenze tariffarie, i cittadini, gli imprenditori e gli agricoltori delle regioni meridionali e delle Isole continueranno a pagare l’acqua di più di quanto viene pagata in altre zone d’Italia, un pesante freno per il turismo, per nuovi insediamenti industriali, per l’agricoltura in quel Mezzogiorno che, a parole, tutti dicono di voler aiutare.

Per ristabilire una situazione di giustizia sarebbe necessario che le aziende acquedottistiche rendessero espliciti i propri conti in modo da permettere il controllo pubblico dei reali costi di approvvigionamento e di gestione, superando la pratica che le grandi opere sono pagate dallo stato e le tariffe coprono soltanto i costi di personale e gestione ordinaria; si vedrà, così, qual’è effettivamente il “costo” aziendale dell’acqua e sarà possibile correggere le discriminazioni nei  prezzi di questa merce essenziale.

Bisogno di conoscenze e di cultura

Il successo dell’applicazione dello spirito genuino delle legge sulla gestione del territorio secondo i bacini idrografici trova un ulteriore ostacolo nell’ignoranza. Se un amministratore preveggente si proponesse di prendere iniziative contro l’inquinamento e contro le alluvioni, per la difesa delle spiagge contro l’erosione, per la difesa del suolo e il rimboschimento, eccetera, tenendo conto di quanto avviene nei bacini idrografici del suo territorio e di quelli vicini, si accorgerebbe ben presto di quanto sono scarse le informazioni sugli scambi e sui flussi di materia e di energia entro ciascun bacino idrografico; quanto sia carente, cioè l’informazione sulla “contabilità” economico-ecologica a livello di bacino. Basta guardare le lacune e i silenzi delle “statistiche ambientali” dell’Istat, i volumi sullo “stato dell’ambiente”.

Occorre pertanto con urgenza sviluppare e rendere pubbliche adeguate conoscenze sulla contabilità degli scambi di beni economici (materie prime, merci e manufatti) e di beni ecologici  (flussi di energia e di materiali) a livello dei vari bacini idrografici. Si tratta di mettere a punto metodi e tecniche e modelli, di raccogliere dati ecologicamente significativi — ecologici, geologici, sui cicli produttivi, sull’economia, eccetera — in modo da identificare quanto avviene in ciascun bacino idrografico e di prevederne le conseguenze.

Occorre, per esempio, misurare, nel corso di un anno, il volume di acqua trasportato da ciascun affluente e dal fiume principale, la quantità di sostanze sospese e disciolte in ciascuna “porta” o dogana, in cui un fiume si immette in un altro fiume e poi nel mare, occorre calcolare la perdita di terreno in seguito all’erosione, la massa di sabbia e ghiaia prelevata dal greto di ciascun fiume, e poi occorre  tenere conto degli abitanti umani e animali, dei loro escrementi e rifiuti, delle fabbriche, per ciascuna delle quali occorre conoscere le materie prime e i cicli produttivi e i rifiuti e come questi rifiuti solidi e liquidi e gassosi si distribuiscono nelle varie parti di ciascun bacino e sottobacino. Bisogna tenere presente che molti di questi flussi variano nel corso dell’anno. Finora sono state fatte numerose indagini su alcuni bacini idrografici, e anche alcuni studi di modellistica, ma nessuno di  questi ha finora affrontato la redazione di una vera “contabilità” economico-ecologica, come è invece necessario fare.

Occorre poi aprire un dibattito su come è possibile condurre la difesa ambientale — dalla lotta all’inquinamento alla difesa del suolo — nei bacini idrografici interregionali. E’ certo che non si possono trattare le licenze edilizie, la viabilità, la caccia, l’uso dell’acqua, le escavazioni nei greti dei fiumi, la normativa sulle aree protette, con due diversi metri di valutazione, al di qua e al di la’ di una linea di confine regionale tracciata su una carta geografica, ma ecologicamente priva di senso, a meno di condannare all’insuccesso l’intera operazione. Qualsiasi ostacolo o rifiuto, da parte degli enti locali, ad una gestione unitaria dei bacini idrografici che si estendono nei rispettivi territori può tradursi soltanto in un disastro — in costi monetari e in danni e dolori a livello territoriale — per grandi pezzi del nostro paese.

Il Molise come laboratorio sperimentale ecologico-istituzionale

Alla luce dei problemi sopra esposti il Molise si presenta come interessante laboratorio sperimentale di politica territoriale. Il Molise è, più della Mesopotamia, “terra fra i fiumi”: cinque principali bacini idrografici, quattro verso l’Adriatico — Trigno, Biferno, Saccione, Fortore — e parzialmente un quinto, quello del Volturno, verso il Tirreno. Ci sono poi due bacini minori quelli del Tecchio e del Sinarca. Il Molise spartisce le sue acque con altre tre Regioni: Abruzzo, Campania, Puglia. Le due figure, molto schematiche, riportano, per alcuni dei punti critici dei bacini principali, i flussi di acqua, in milioni di metri cubi all’anno e di energia, in milioni di chilowattore all’anno. I quattro bacini che sfociano nell’Adriatico, alla foce “portano” circa 1.700 milioni di metri cubi di acqua all’anno; la parte molisana del Volturno esporta nella Campania altri circa 500 milioni di metri cubi all’anno.

I precedenti dati sono tratti dal volume: “Indagine sulle risorse idroelettriche italiane”, Quaderno n. 7 dell’Istituto di Ricerca sulle Acqua del Consiglio Nazionale delle Ricerche, redatto nel 1973. Tali dati possono utilmente essere confrontati con quelli pubblicati nella “Relazione sullo stato dell’ambiente” della Provincia di Campobasso che sembra l’unica relazione disponibile in questo inizio del XXI secolo e che, per molte informazioni, copre l’intera regione. L’energia potenziale lorda di superficie delle acque del Molise (in parte energia in comune con le regioni vicine) è di circa 3.600 milioni di chilowattore all’anno, quella “potenziale lorda d’asta” di circa 2.800 milioni di chilowattore all’anno, mentre la produzione idroelettrica della Regione Molise ammonta a circa 140 milioni di chilowattore all’anno.

Dati attendibili ? Direi poco, anche perché le varie riforme amministrative hanno modificato le competenze dei vecchi uffici idrografici e gli attuali servizi tecnici nazionali e regionali forniscono statistiche storiche che lasciano desiderare. Così come sono carenti dati statistici sul prelievo di sabbie e ghiaie dal greto dei fiumi, prelievi da cui dipende il trasporto solido dei fiumi e torrenti verso la foce e quindi i profili delle aree costiere.La Regione Molise, come e forse più di altre, si trova di fronte a nuovi compiti di grande importanza, proprio come laboratorio in cui sperimentare azioni di solidarietà con le regioni vicine, assetate di acqua. La Regione Molise e le sue province hanno inoltre di fronte importanti problemi di erosione del suolo, di frane e alluvioni e di alterazioni del trasporto solido dei fiumi, con effetti sulla formazione e sull’erosione delle spiagge.

Senza contare che, prima o poi, diventerà legge nazionale la già citata direttiva europea n. 60 del 2000 la quale impone nuove politiche territoriali basate sui bacini idrografici e prevede l’aggregazione di più bacini sotto forma di “distretti”, con norme che in parte superano quelle della legge 183/1989 che, così, non ha fatto neanche in tempo ad essere attuata. La stessa direttiva impone inoltre nuove norme per la disciplina degli scarichi inquinanti, superando le nuove norme italiane, il decreto 152 del 1999, che hanno accantonato quelle della “legge Merli”. Questo ultimo decreto prescrive la raccolta di informazioni sullo stato e la qualità delle acque dei vari bacini idrografici e il riconoscimento di aree più o meno “sensibili”. C’è il dubbio che, con furbesche interpretazioni dei concetti di qualità dei corpi idrici e di sensibilità del territorio, alcune zone, specialmente del Mezzogiorno, possano finire per diventare pattumiere degli scarichi liquidi inaccettabili in molti corpi idrici del Nord. In questa grande confusione, che, probabilmente, durerà alcuni anni, le regioni, specialmente quelle del Mezzogiorno, non possono a mio parere stare ad aspettare.

A mio modesto parere la salvezza economica ed ambientale può venire soltanto da una coraggiosa politica che deve essere prima di tutto culturale ed educativa. I danni dell’erosione, della sete e delle alluvioni, dell’inquinamento delle acque e i ritardi nella depurazione possono essere sconfitti soltanto per due vie. La prima consiste in una vera indagine sullo stato dell’ambiente nei bacini idrografici della regione e di quelle vicine. Il contributo dato dalla Provincia di Campobasso è lodevole, ma già il fatto che sia stata l’iniziativa di una delle due province mostra che c’è ancora della strada da fare per conoscere e decidere insieme, anche in una “piccola” regione come il Molise.

La Relazione della Provincia di Campobasso è ricca di informazioni, soprattutto di carattere naturalistico, ma la natura è un aspetto del territorio e dell’ambiente. Il territorio può essere amministrato unitariamente con successo se in ciascun bacino idrografico si conoscono le localizzazioni delle presenze umane e produttive, l’entità delle scorie e dei rifiuti, e non solo di quelli domestici, la disponibilità di vegetazione, alberi, le presenze di animali da allevamento e i relativi cicli di trasformazione. Le conoscenze, insomma, che la vecchia legge 183 chiedeva fossero raccolte dalle autorità di bacino come basi per poter redigere i piani di bacino. I quali erano intesi, come ho già accennato, come strumenti per identificare dove possono essere costruite strade, porti, dove non si deve intervenire se si vuole davvero diminuire le frane ad ogni nuova pioggia, le alluvioni e l’erosione delle spiagge.

L’altro passo importante, sempre a mio parere, consiste nel trasferire le conoscenze territoriali, relative a ciascun bacino idrografico, nelle scuole e nelle organizzazioni sociali. L’Università ha un ruolo importante, e lo dimostra l’attiva partecipazione di studiosi dell’Università del Molise nella redazione di vari capitolo della relazione della Provincia di Campobasso, ma il vero successo nella guerra per la difesa del suolo e delle acque richiede la diffusione di una cultura, a cominciare dalla scuola, che abitui i cittadini a riconoscere i confini dei bacini idrografici prima di quelli amministrativi, che sviluppi il senso “di appartenenza” allo stesso fiume. Immagino un giorno in cui nelle scuole vengano distribuite delle cartine geografiche dell’Italia e delle singole regioni, in cui sono tracciati i confini dei vari bacini idrografici — per cui ciascun bambino, fin dalle scuole primarie, si senta “cittadino del Trigno”, piuttosto che dell’Abruzzo o del Molise, del Fortore, piuttosto che del Molise o della Puglia. Immagino un giorno in cui vengano distribuiti dei libretti in cui, per ciascun bacino idrografico, sia raccontata la storia del fiume e dei ponti e delle valli e delle coste e delle frane, piuttosto che la storia dei guerrieri.

 

Anche utilizzando — e l’esplorazione con Internet mostra quanta ricchezza culturale, in gran parte sommersa, esista anche nel Molise — i cultori locali, sconosciuti ai più, che sanno tutto sulla storia ecologica, geologica e ambientale della regione, sulla localizzazione degli antichi mulini ad acqua (e dove c’era un mulino c’è anche un potenziale energetico da utilizzare), sulle modificazioni storiche del corso di fiumi, torrenti, coste.

Migliori conoscenze delle valli e dei bacini idrografici possono far resuscitare dall’oblio antiche coltivazioni di piante “economiche” che potrebbero diventare occasioni di lavoro con l’impiego di tecniche chimiche e biochimiche; merci pregiate e di alto valore aggiunto e poco inquinanti potrebbero essere ottenute partendo da materie vegetali e animali e dall’acqua disponibile in abbondanza. Penso a produzioni, realizzabili con strutture relativamente poco costose, in zone che non richiedono la vicinanza dei “poli” industriali su cui tanto si è chiacchierato, e con così poco successo. Solo per fare un esempio penso alla trasformazione dei materiali lignocellulosici, la cui biomassa potrebbe aumentare grandemente con le opere di rimboschimento per la difesa contro l’erosione del suolo, in materie prima per carta, in prodotti chimici industriali, in prodotti dell’industria delle fermentazioni.

Finita, in tante zone del Mezzogiorno — penso anche alla mia Puglia — l’illusione dei grandi petrolchimici, e dell’automobile e dell’abbandono delle zone interne alla ricerca di lavoro e di occupazione, e talvolta di delusioni, lungo le coste, ormai congestionate, sono forse le regioni interne e collinari e montane che rappresentano la nuova frontiera, anche alla luce della nuova qualità del lavoro e delle prospettive offerte dalle tecniche telematiche. Quante volte vediamo il nome di imprese, anche redditizie, che operano in paesini anche piccoli, anche isolati, “vendendo” ricerche e servizi che possono essere fatti a Sepino con gli stessi strumenti e con la stessa efficienza che a Varese, che possono essere fatti a Pietrabbondante con gli stessi mezzi che altri usano a Torino.

Mi auguro che da questo nostro incontro nell’anno dell’acqua e sul tema del grande potere unificante e di solidarietà dell’acqua, possa partire un progetto di speranza, un “nuovo corso” come quello con cui Roosevelt, settant’anni fa, fece uscire l’America dalla crisi economica sconfiggendo l’erosione del suolo, regolando il corso dei fiumi. Un “New Deal” per il Molise.