SM 2381 — Alluvione a Termoli e Manfredonia — 2003

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La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 gennaio 2003

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

 Siamo appena usciti da lunghi mesi di siccità ed ecco che, quando la pioggia arriva, campi e fabbriche e abitazioni e strade sono invasi dalle acque. Non sto parlando delle fragili valli della Valtellina o di Sarno, ma della zona che va da Termoli a Manfredonia, terre in riva al mare. Una zona attraversata da una rete di bacini idrografici: venendo da nord, quello del Biferno, del Fortore, del Carapelle, dell’Ofanto. 

Dopo la Liberazione alcuni uomini politici meridionali avevano pensato di “governarne” il flusso, irregolare nei vari mesi dell’anno, di tali torrenti con la costruzione di laghi artificiali, di condotte di irrigazione, in modo da assicurare acqua ai campi nei periodi di magra, da contenerne le piene, con interventi di difesa del suolo contro l’erosione provocata dalle piogge. La Puglia, la Basilicata, la terra che sarebbe diventata il Molise, sembravano ideali, con i loro capricciosi torrenti, per tale “nuovo corso” italiano. Ricordo i progetti e le opere della riforma fondiaria, dell’ente irrigazione, le speranze, mezzo secolo fa, che potessero essere rese di nuovo fertili le terre erose e assetate. Molte dighe sono state fatte ma sono mancate le azioni per la difesa del suolo, non è stata fatta manutenzione dei laghi artificiali che si sono trasformati in depositi dei fanghi provenienti dall’erosione delle valli; sono rimasti incompleti i canali di trasporto dell’acqua; le valli e lo stesso corso dei torrenti sono stati invasi e tagliati da strade ed edifici e fabbriche, senza tenere conto che, prima di tutto, doveva essere assicurato il deflusso delle acque in caso di piene improvvise. 

E’ quanto è avvenuto in questi giorni; le acque di piogge più abbondanti del solito, ma non eccezionali, sono state frenate nel loro moto verso il mare e hanno allagato campi, fabbriche, abitazioni, hanno interrotto strade; una nuova ondata di dolore, di costi privati e anche di costi pubblici per risarcire i danneggiati da questa nuova calamità tutt’altro che “naturale” e certamente prevedibile. 

Sono passati quattordici anni da quando il Parlamento ha approvato una legge che impone  la “pianificazione” (dice proprio così) delle opere per la difesa del suolo e delle acque e riconosce che il bacino idrografico — l’insieme di valli, affluenti e fiume che portano le acque piovane nel mare — è la vera unità amministrativa con cui va governato il territorio. La “centottantatre” impone che in ciascun bacino idrografico siano istituite delle “autorità” che, tenendo conto delle “necessità” del moto delle acque, stabiliscano quali opere devono essere fatte per la difesa del suolo contro l’erosione e quali interventi territoriali “non devono” essere fatti, quando intralciano il deflusso delle acque verso il mare. Dov’erano le autorità di bacino dei fiumi del Molise e della Puglia, quando si trattava di rispettare la legge, quando gli interessi economici hanno costruito dove e come non si doveva costruire ? Dov’erano le Università con i loro corsi di scienze ambientali, di economia dell’ambiente ? 

Davanti a questi nuovi dolori, dovuti a cattiva e miope amministrazione del territorio, cioè del bene collettivo nazionale più prezioso, avrei due modesti suggerimenti. Mi piacerebbe che ai ragazzi di ogni scuola venisse distribuita una cartina del “bacino idrografico” in cui si trova il loro paese: una cartina senza strade e confini amministrativi, che mostri come i torrenti e i fiumi si stendono sul territorio nel loro cammino verso il mare. Mi piacerebbe che i bambini del Molise si sentissero non figli delle province di Isernia o Campobasso, ma “figli del Biferno”, il fiume da conoscere e osservare e di cui avere cura, quando saranno grandi. Solo se si formerà un senso di “appartenenza” al territorio del bacino di un fiume — del Biferno, del Fortore, del Carapelle, dell’Ofanto, e così via in tutta Italia — si potrà riconoscere che le acque sono amiche, ma possono diventare nemiche e ostili se non gli si lascia spazio per muoversi dalle valli al mare.

Agli amministratori locali e a quelli nazionali — e ai presidenti e funzionari delle autorità dei vari bacini idrografici — vorrei raccomandare, quando autorizzano la costruzioni di edifici o strade o ponti, di avere il coraggio di dire “no” quando vedono chiaramente, guardando una carta topografica, che tali opere intralceranno il moto delle acque che scenderanno verso il mare fra un anno o dieci anni; vorrei chiedere di avviare, subito, le opere di difesa del suolo, di rimboschimento, di pulizia del corso dei torrenti e del fondo dei laghi artificiali. Cioè di fare quello che stabilisce la legge. I relativi costi sono il più grande efficace investimento per evitare costi e dolori futuri, per avere occupazione subito, oggi e duratura.