SM 2375b — Le torbiere del Sebino — 2002

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Presentazione a: Istituto G. Antonietti di Iseo (BS), “Le Torbiere Sebine”, Iseo, Quaderni dell’’Antonietti’, n. 2, Maggio 2005, p. 5-9

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Si è portati a credere che la differenza fondamentale fra i cicli biologici e quelli “economici” stia nel fatto che i primi sono cicli “chiusi”, mentre i secondi sono cicli “aperti”. I cicli economici prelevano dall’ambiente risorse naturali — aria, acqua, minerali, combustibili fossili, pietre, prodotti vegetali e animali — e le trasformano, con le macchine, con l’innovazione, con il lavoro, in beni materiali utili, vendibili. L’aria fornisce l’ossigeno grazie al quale i combustibili “bruciano” e liberano calore e energia; i vegetali alimentano l’industria di trasformazione che fa arrivare gli alimenti sulla nostra tavola, eccetera. Coloro che acquistano beni materiali non sono “consumatori”, nonostante vengano chiamati comunemente così. Ciascuno di noi non consuma niente, ma non fa altro che trasformare i “beni” tratti dalla natura in altre “cose”, gas che finiscono nell’atmosfera, scorie che finiscono nei fiumi, residui solidi che diventano rifiuti. Insomma i cicli economici sono “aperti” in quanto si lasciano alle spalle una natura “più povera” e alla fine lasciano dei residui che rendono i beni della natura non meno utilizzabili o non più utilizzabili ai fini della vita. 

Il carattere “chiuso” dei cicli naturali sta bel fatto che la vita vegetale o animale si svolge anch’essa prelevando beni dalla natura — ossigeno e anidride carbonica dall’aria, acqua dall’atmosfera e dal suolo, sali minerali dal suolo — beni che si trasformano in molecole vegetali e animali e che, alla fine della vita delle piante e degli animali, ritornano nel suolo o nell’aria in forma utilizzabile per la continuazione della vita. 

La fotosintesi clorofilliana, utilizzando l’energia solare e facendo combinare l’anidride carbonica dell’atmosfera e l’acqua dell’atmosfera e del suolo, porta alla formazione delle molecole dei vegetali (che non a caso gli ecologi del secolo scorso hanno chiamato organismi “produttori”, prendendo a prestito un termine dall’economia delle fabbriche). Durante la produzione della biomassa i vegetali eliminano come scoria l’ossigeno che finisce nell’aria. L’ossigeno dell’aria viene utilizzato, nel livello nutritivo successivo, dagli animali per “bruciare” le molecole degli alimenti (non a caso gli ecologi hanno chiamato gli animali organismi “consumatori”, prendendo anche in questo caso a prestito un nome dall’economia), con formazione di vapore d’acqua e di anidride carbonica che “servono” per far crescere altri vegetali, e così via. Gli escrementi della vita animale e le spoglie della vita vegetale e animale vengono trasformati dagli organismi decompositori in gas e sostanze che “servono” anch’esse per far continuare la vita. 

Organismi vegetali “produttori”, organismi animali “consumatori” e organismi decompositori sono i protagonisti del grande bellissimo drammatico spettacolo che si svolge sul palcoscenico della natura. Un dramma in cui non esiste la morte, perché alla fine della vita gli atomi di ogni organismo diventano elementi vitali per altri, in cui non esistono rifiuti, perché le molecole che si formano nel ciclo della vita diventano ben presto elementi vitali anch’essi per la continuazione della vita in  altri esseri. 

Ma, a ben guardare, la descrizione dei cicli naturali che ho dato poco fa è vera fino ad un certo punto. Una parte delle spoglie della vita vegetale e animale non rientra in ciclo e va temporaneamente “perduta”; nel corso dei millenni grandi foreste sono state sepolte dai movimenti della superficie della terra sotto ammassi di rocce e sedimenti e hanno incontrato microrganismi che ne hanno trasformato le molecole in altre sostanze, sepolte nel sottosuolo. Questa trasformazione ha continuato a svolgersi da 300 milioni di anni fa a questa parte e continua anzi sotto i nostri occhi. 

Gli antichi residui vegetali “fossilizzati”, che chiamiamo “carboni fossili”, si trovano in giacimenti nel sottosuolo, più o meno abbondanti, con caratteristiche diversissime a seconda dei vegetali da cui si sono formati, delle condizioni di umidità, pressione, temperatura e azione microbica in cui la cellulosa e la lignina originale sono state trasformate. I libri di scuola caratterizzano i diversi tipi di carbone, dai più “antichi” ai più recenti, con i nomi di antraciti, litantraci, ligniti. Il nome lignite, attribuito ai carboni fossili relativamente più recenti, richiama proprio l’idea che, nel processo di fossilizzazione delle materie organiche originali del legno, sono rimaste inalterati alcuni caratteri di tale “legno” originale. 

Del resto i residui di organismi animali che abitavano antichi mari e paludi, poi riempiti, circa 150 milioni di anni fa, di detriti rocciosi, sono stati anche loro trasformati per azione della pressione, del calore e dei microrganismi, in composti poveri di ossigeno, ricchi di carbonio e idrogeno, quegli idrocarburi che troviamo sotto forma gassosa nel gas naturale e, in forma liquida, nei petroli. Anche qui il plurale è d’obbligo perché in ciascun giacimento si trovano del petrolio di qualità particolare che dipende dalla materia organica animale decomposta, dalla condizioni di pressione e di temperatura che si sono avute nel processo di fossilizzazione. Del resto anche molte montagne calcaree si sono formate dal deposito dei gusci di animali marini. Le montagne di marmo e altre pietre sono le “discariche” dei rifiuti di viventi che hanno abitato antichi mari e oceani. 

Si può quindi dire che anche i cicli della natura hanno prodotto, sia pure lentamente, dei rifiuti che si sono accumulati e trasformati nel sottosuolo, tanto che oggi noi possiamo alimentare la nostra società industriale con i rifiuti della vita di milioni di anni fa, una specie di cassaforte di materie prime utilizzabili, che abbiamo sfruttato per secoli (per quattro secoli nel caso del carbone, per un secolo e mezzo nel caso del petrolio e del gas naturale) e che si rivela una cassaforte con un fondo. E qui appare subito la conseguenza della diversa “velocità” con cui i vegetali e gli animali hanno svolto i propri cicli e depositato i propri rifiuti, e quella frenetica in cui l’economia degli umani “si mangia” le limitate scorie di rifiuti naturali. 

Ma torniamo ai carboni fossili: le ligniti non sono gli “ultimi” carboni, perché la natura, con la sua infinita pazienza, non ha deciso di generare prima le antraciti, e poi i litantraci e le ligniti e poi di fermarsi. I cicli della natura continuano imperterriti, indifferenti alla presenza di questi piccoli fastidiosi esseri umani che con la loro arroganza vogliono piegare montagne e carboni e vegetali alle loro necessità merceologiche, economiche. Come la paziente ginestra cantata da Leopardi, anche la natura guarda con sufficienza la frenesia umana e continua i suoi cicli di vita, essendo la vita il fine principale della natura, vita da cui si genera altra vita. E così la natura continua a lasciar cadere e putrefare altri vegetali per dare qualcosa da fare ai microrganismi decompositori i quali anche in tempi recenti, anche ai nostri giorni, continuano ad aggredire residui vegetali e a scomporli in altre molecole. C’è bisogno di acqua, di paludi, di cicli di temperature adatte e di vegetali, ed ecco che si formano gli “ultimi” carboni, quelli contemporanei, che chiamiamo torbe. 

Altro nome che dice poco perché le torbe che troviamo nel mondo sono anch’esse diversissime a seconda dei vegetali di partenza e della loro età: Sta di fatto che le torbiere, le zone in cui si svolgono questi straordinari processi di decomposizione dei rifiuti quasi sotto i nostri occhi, sono molto diffusi sulla faccia della Terra e rappresentano zone umide di grandissimo e, direi, di meraviglioso interesse.Le torbiere del Sebino sono, in Italia, fra le poche studiate e conservate ed è apprezzabile che un gruppo di studenti dell’Istituto d’istruzione superiore “Antonietti” di Iseo abbia dedicato una ricerca proprio a questo eccezionale biotopo. Eccezionale perché ne è stata possibile la protezione e la sopravvivenza alle pressioni antropiche circostanti, all’occupazione e allo sfruttamento. Dopo antraciti, litantraci, ligniti, le torbe sono infatti una “quarta classe” di carboni di qualche interesse economico. 

L’importanza di questa ricerca sta nel fatto che, mentre gli “altri” fossili hanno ricevuto grande attenzione, la torba è stata relativamente poco studiata nei suoi aspetti ecologici e storico-economici. Eppure nel mondo ci sono 400 milioni di ettari di torbiere, cento milioni in Europa. Le riserve mondiali di torba sono stimate di 2000 miliardi di tonnellate (si pensi che le riserve di petrolio e gas naturale non superano, insieme, i 250 miliardi di tonnellate). Nel mondo ogni anno vengono estratti 100 milioni di metri cubi, pari a circa 30 milioni di tonnellate di torba, usata per due terzi come combustibile e per un terzo in agricoltura. E i cicli biologici fanno affluire, ogni anno, nella grandi torbiere, più o meno la stessa massa di nuova torba. 

Esiste una International Peat Society (Vapandenkatu 12, FIN 40100 Jyvaskyla, Finlandia, <www.peatsociety.fi>) con diciotto comitati nazionali; non esiste un comitato nazionale italiano in tale associazione internazionale. Le torbiere esistenti nel mondo rappresentano importanti zone umide protette dalla Convenzione di Ramsar del 1971; nel dicembre 1984 la torbiera di Iseo, per 325 ettari, è stata inclusa fra i 1229 siti protetti da tale convenzione (si veda http://ramsar.org/sitelist.doc). 

La torba è un materiale chimicamente e fisicamente complesso, di formazione recente (in genere formato negli ultimi 10 mila anni) e si presenta in strati superficiali, generalmente di limitato spessore, sovente sovrapposti e intercalati con strati di sabbia o di argilla, come mostra bene il disegno a pagina 26. Le torbe appena estratte hanno un elevato contenuto di acqua, dal 50 al 90 %; la densità apparente della torba appena scavata si aggira intorno a 1000 kg per metro cubo.Dopo essiccazione per compressione o al sole o con adatti essiccatoi, la torba essiccata presenta una densità apparente di circa 300 kg per metro cubo. 

La composizione della torba è molto variabile; una torba essiccata completamente ha più o meno la seguente composizione, sul secco: 

ceneri —————————- 10-20 %

carbonio ————————- 30-40 %

idrogeno ————————-  3-5 %

ossigeno ————————  20-30 % 

Se si considera che i materiali lignocellulosici da cui si sono formate le torbe avevano una composizione approssimativa (al netto delle ceneri e sul secco) del 40 % di carbonio, del 6 % di idrogeno e del 54 % di ossigeno, si vede che, come avviene in tutti i processi di fossilizzazione dei vegetali, la trasformazione ha luogo con una graduale perdita dell’ossigeno. Il potere calorifico inferiore (quello che la torba essiccata libererebbe effettivamente bruciando), si aggira intorno a 2500-3500 kcal/kg (10-15 megajoule/kg) di materia secca. 

Nonostante queste modeste caratteristiche merceologiche, in mancanza di meglio la torba è stata usata anche in Italia come combustibile. E’ interessante la ricostruzione che qui viene fatta delle tecniche usate nella zona di Iseo e la rassegna delle attuali applicazioni commerciali, per esempio in orto-floricoltura e nell’industria. 

L’apprezzabile ricerca qui presentata mostra come sia possibile, con intelligenza e con attenzione, conservare e proteggere il valore biologico ed ecologico di una zona come la torbiera di Iseo e nello stesso tempo evitare la dispersione, la perdita di conoscenze di attività, pratiche artigianali, denominazioni che sono anch’esse dei beni culturali. 

Vorrei concludere con un piccolo suggerimento, quello di diffondere e far conoscere le torbiere di Iseo nell’ambito degli studiosi delle torbiere a livello internazionale. Forse proprio Iseo e l’Istituto Antonietti, in collaborazione con la Fondazione Micheletti e il Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia, potrebbero diventare un centro di documentazione sulle torbiere per far insderirtele torbiere italiane sia nell’ambito delle iniziative di conservazione della natura in Italia, sia nel grande circuito internazionale. Un inventario delle torbiere esistenti in Italia, del loro stato di conservazione o di degrado, potrebbe essere oggetto di una comunicazione al 12° Congresso internazionale sulla torba e le torbiere (12th International Peat Congress) che si terrà nel giugno 2004 a Tampere, in Finlandia. Ulteriori informazioni si trovano nel sito Internet www.peatsociety.fi sopra citato.