SM 2369 — Paesaggio e biodiversità — 2002

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Italia Nostra, Giornata di studio sul tema: “Paesaggio, agricoltura e benessere”, Roma, Sala dello stenditoio, San Michele, 6 dicembre 2002 

Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Il paesaggio agrario si può considerare come il territorio nel quale si svolge la più importante attività produttiva del paese: la fabbricazione, attraverso l’agricoltura, cioè i campi e le foreste coltivati, ogni anno, di oltre cento milioni di tonnellate di materie, la stessa massa del petrolio e dei prodotti petroliferi che attraversano l’economia italiana, quattro volte il peso dell’acciaio e degli altri metalli prodotti in Italia. 

“Sul” paesaggio agrario sono presenti circa trenta milioni di animali da allevamento di grossa taglia (bovini, suini, ovini, caprini), oltre a milioni di animali di piccola taglia (pollame, eccetera), con un peso di circa 50 milioni di tonnellate, il doppio del peso dei 58 milioni di esseri umani che abitano le città, i paesi, le stesse zone agrarie. 

A differenza degli umani, il cui ricambio nel territorio è lento, gli animali da allevamento hanno una vita relativamente breve e alimentgano le attività di macellazione per la produzione di carne; nel corso della loro vita tali animali producono latte, uova, che entrano nelle industrie agroalimentari e, successivamente, entrano nei consumi alimentari finali delle famiglie. 

A differenza dei vegetali, che pure in parte forniscono materie per la stessa industria agroalimentare e per altre attività industriali (carta, legname, eccetera), la popolazione animale, compresa quella umana, che “pesa” sul paesaggio agrario produce scorie ed escrementi che entrano nei grandi cicli ecologici dello stesso paesaggio agrario, in parte diventando sostanze nutritive per i vegetali, in parte disperdendosi, con effetti inquinanti, nelle acque superficiali e sotterranee che attraversano lo stesso paesaggio. Nello stesso tempo il paesaggio agrario ha avuto e può avere grande importanza in quanto “sopra” di esso si svolgono attività da cui dipendono i flussi delle acque superficiali, la conservazione della diversità biologica ed ecologica e, di conseguenza, la stessa produttività agricola. 

Nell’ultimo mezzo secolo il paesaggio agrario ha subito profonde modificazioni che hanno avuto e avranno conseguenze economiche ed ambientali molto grandi.  L’aumento degli scambi internazionali di prodotti agricoli e forestali, avviati negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso con la creazione della comunità europea e intensificati negli anni ottanta e novanta del Novecento con l’unificazione europea e con la globalizzazione provocata dal libero mercato, ha letteralmente spazzato via coltivazioni che avevano segnato il paesaggio agrario italiano garantendo la difesa del suolo, e la circolazione delle acque superficiali. 

Il mito che lo sviluppo economico di un paese è proporzionale al basso numero di addetti in agricoltura rispetto agli addetti nell’industria e nei servizi, ha portato allo spopolamento delle campagne, i cui paesi sono diventati suburbi delle città vicine, ed ha portato alla distruzione di “saperi” e conoscenze tecnico-scientifiche che avevano garantito l’economia agricola del paese. 

Il paesaggio agrario è diventato comoda ed “economica” sede di attività urbane e industriali che hanno profondamente alterato e spesso distrutto il reticolo di vegetazione, allevamenti e boschi che garantiva  il regolato deflusso delle acque superficiali e sotterranee. 

La diffusione di un turismo incolto e speculativo, che ha assalito le zone agricole e quelle di naturale flusso delle acque con cementificazione e livellamenti, ha accelerato la distruzione degli equilibri ecologici da cui dipende non solo la produttività agricola, ma soprattutto la difesa del suolo e delle stesse comunità urbane. 

Il mito della mobilità automobilistica, per il trasporto sia di persone, sia di merci, ha portato alla moltiplicazione di strade e autostrade, talvolta utili, talvolta inutili, tracciate secondo il criterio del minimo costo senza assecondare i caratteri del terreno e degli spazi coltivati. In realtà in questo modo sono aumentati, anziché diminuire, i costi delle costruzioni e si sono distrutte fonti di ricchezza economica. 

Il recupero di una cultura dell’agricoltura e del paesaggio agrario non significa una nostalgia per il ruralismo di tipo fascista o nazista, ma il recupero delle condizioni in cui attività urbane e industriali si intrecciano armonicamente, assicurando un “ricambio organico” fra i prodotti e le scorie delle attività umane nel tessuto del paesaggio agrario. 

La crescita di una cultura del paesaggio agrario è condizione essenziale per la conservazione delle condizioni ecologiche che assicurano la difesa del suolo contro l’erosione e il regolare flusso delle acque e presuppone la crescita di una cultura genuinamente ecologica capace di riconoscere la struttura del territorio e del paesaggio, di identificare le presenze antropiche e il loro “peso”, e di esaminare criticamente le modificazioni indotte sia della pressione di nuove colture, del tipo di quelle con organismi geneticamente modificati o di ibridi ad alta produttività che richiedono elevato impiego di concimi e di pesticidi, sia delle fragili mode dell’agricoltura cosiddetta organica o biologica o naturale. 

Ma ha senso oggi, all’inizio del XXI secolo, parlare di agricoltura ? e di quale agricoltura ? “Contadino” è, per alcune persone, parola offensiva, a differenza di altre riferite ad arti o mestieri. Nessuna madre avrebbe perplessità se la figlia intendesse sposare un “bancario”, “tipografo”, “meccanico”, ma alcune storcerebbero il naso se il candidato fosse un “contadino”. Questo stato di cose deriva forse dalla nascita della nostra società, essenzialmente nei borghi, per cui una persona è “cittadino” se vive dentro il borgo e, se vive fuori dal borgo, è un contadino, qualcosa di “inferiore”. 

Poche idee sono così stupide. Ricordo di avere visto, in alcune abitazioni americane — di quell’America che non è New York, o Las Vegas, ma una sterminata estensione di campi, fattorie, fabbriche, case mobili, boschi — un cartello con scritto “Sono orgoglioso di essere un agricoltore”, “I am proud I am a farmer”. Il padrone di casa aveva ben motivo di esserne orgoglioso perché l’agricoltura e chi vi lavora rappresentano il grande motore della più grande fabbrica di beni indispensabili per la nostra vita. 

Non date retta all’esaltazione per le vendite di telefoni cellulari, computer, televisori, automobili da corsa e lussuosi panfili, eccetera, perché nessuno di questi oggetti potrebbe essere “goduto” se alcuni milioni di persone — alcuni milioni in Italia, molte centinaia di milioni nel mondo — non faticassero per noi sotto il sole cocente o nel freddo degli inverni innevati, per assicurarci il rifornimento di grano e patate, zucchero e pomodori, frutta e carne, bevande e medicine, grazie ai quali ciascuno di noi sopravvive. Ma anche di altre materie, la cellulosa per la carta, ingredienti per l’industria chimica, oli industriali, eccetera. La massa delle materie estratte dai campi e dai boschi è superiore, in milioni di tonnellate all’anno, alla massa del petrolio, dei minerali metallici, dei macchinari che attraversano ogni anno l’economia di un paese industriale come l’Italia. 

Purtroppo queste considerazioni sono assenti non solo nei grandi mezzi di comunicazione, nelle scuole, ma nella cultura del paese, dominata da avvocati, letterati, giornalisti, umanisti. Eppure ce ne sarebbero di occasioni per spiegare, anzi per raccontare, l’agricoltura e le sue meraviglie. A cominciare dalla storia: la nostra condizione umana moderna è cominciata, diecimila anni fa, quando alcuni nostri predecessori si sono stancati di camminare per cercare bacche, frutti, radici e di correre dietro agli animali per ricavarne la carne, e si sono accorti che alcune piante potevano essere coltivate e che alcuni animali potevano essere allevati: è stata questa la “rivoluzione agricola”, all’inizio del Neolitico, che ha generato il concetto di proprietà (il campo è mio, la mucca è mia), la divisione del lavoro (chi possiede i campi e chi li lavora) e quindi la divisione in classi, la tecnologia di conservazione degli alimenti col fuoco e col sale, la nascita dei commerci internazionali (globalizzati anche allora) alla ricerca di sale e di spezie, eccetera. Da quei lontani tempi la superficie della Terra è stata modellata e disegnata per trasformare le paludi in terre fertili, per migliorare le rese agricole, la tecnica è stata usata per conoscere e trasformare i prodotti dei campi e delle foreste E da tutto questo lavoro è nato quello che chiamiamo paesaggio. 

La “fabbrica” dell’agricoltura funziona partendo dai gas dell’atmosfera e dai sali del terreno, per “produrre” (gli ecologi chiamano bene “produttori” gli organismi vegetali autotrofi) una enorme varietà di molecole: carboidrati, grassi, proteine. Ed entro ciascuna “classe” di molecole la natura si sbizzarrisce, in ogni pianta, a offrire varietà e sostanze la cui conoscenza è ancora purtroppo in gran parte incompleta. 

L’agricoltura “economica” utilizza, a ben pensare, soltanto un numero molto limitato delle ricchezze della natura, quelle per cui esiste un mercato commerciale immediato o tradizionale: eppure se si esplorassero appena un poco le sostanze vegetali presenti anche in piante minori, per il loro potenziale interesse commerciale, si scoprirebbero numerose occasioni di produzione industriale, di ricerca, di lavoro. 

L’agricoltura continua il suo ciclo nella zootecnia, in quegli organismi “consumatori” che trasformano le sostanze organiche vegetali in sostanze organiche animali, in proteine alimentari pregiate, ma anche in altre preziose molecole, presenti nelle parti degli animali che spesso sono gettate via come scarti per mancanza di una cultura della chimica delle sostanze naturali. La chimica dei prodotti sintetici derivati dal petrolio ha come isterilito la fantasia e la curiosità dei naturalisti e dei chimici nei confronti dei prodotti zootecnici, oltre che agricoli. 

Per la maggior parte delle persone il legno è quello dei tavoli, o dei pannelli truciolari, o la fonte di cellulosa per la carta o per vari tipi di rayon. Ma in realtà in ciascun albero si trovano numerose sostanze come le cellulose (al plurale), emicellulose, lignine, tannini, eccetera, alcune delle quali hanno, in passato, alimentato attività industriali e potrebbero essere utilizzate in futuro per molte altre. 

Attraverso una lenta e attenta opera di scelta, i nostri predecessori hanno identificato, per tentativi ed  errori, le piante nutritive, quelle curative e aromatiche, quelle che erano in grado  di fornire merci sempre più raffinate e diversificate come combustibili, prodotti chimici  industriali, coloranti, fibre tessili, pellami, legnami per case, navi e ponti, eccetera. 

Nella  biosfera sono presenti milioni di specie vegetali e animali, la cui massa ammonta a miliardi di tonnellate, con un continuo processo di rinnovamento attraverso i cicli chiusi dei produttori—>consumatori—>decompositori e con una produzione primaria netta, sulle sole terre emerse, di circa cento miliardi di tonnellate all’anno che ogni anno tornano puntualmente, rinnovabili. 

Nonostante la grandissima varietà e ricchezza della natura, le specie di piante e animali di interesse “economico” sono limitate a poche centinaia e sono aumentate di poco anche  dopo la  scoperta, da parte degli Europei, di “nuovi  mondi”: il continente americano, quello africano e i  paesi dell’oriente asiatico. 

L’importanza  commerciale di alcuni dei prodotti offerti dalla natura ha fatto crescere la curiosità per i loro caratteri e composizione: si può ben dire che “la chimica” è nata come chimica delle sostanze naturali. A mano a mano che aumentava la richiesta di merci e per rompere il monopolio che di esse avevano alcuni paesi che possedevano le colonie da cui tali merci venivano, è nato un vasto movimento scientifico per la riproduzione artificiale di molte di tali merci e per l’invenzione di “surrogati”. 

La “rivoluzione sintetica”, cominciata nei  primi decenni del XIX secolo, ha fatto sì che oggi, ad  eccezione dei prodotti alimentari, almeno l’ottanta per cento degli oltre venti miliardi di tonnellate di merci consumate ogni anno sulla Terra sia di origine “non biologica”  (anche se i dieci miliardi di tonnellate di materie prime fossili, carbone, petrolio, gas naturale, estratti ogni anno dal sottosuolo, a rigore sono di pur lontana origine biologica). 

Le  condizioni geopolitiche ed i conflitti che hanno escluso alcuni paesi dall’accesso ad alcune materie prime (si  pensi all’autarchia nei periodi sovietico, fascista e nazista); o le occasionali  eccedenze di prodotti agricoli (nel periodo della grande crisi negli Stati Uniti); o il temporaneo aumento di prezzo e scarsità di alcune materie prime (durante la “crisi petrolifera” degli anni settanta del secolo scorso), hanno indotto di tanto in tanto a riesaminare le risorse biologiche come fonti di materie prime e di merci; nel complesso, però, nel corso degli ultimi decenni si sono perdute conoscenze tecniche, sementi, colture batteriche, per cui diventa sempre  più difficile una resurrezione di iniziative industriali basate su molte tecniche che erano importanti in passato e le cui coltivazioni hanno segnato il paesaggio italiano in modo ancora oggi, sia pure con fatica, riconoscibile (si pensi ai maceri da canapa, ai canali di irrigazione). 

Sembra tuttavia possibile notareri alcune nuove tendenze. La prima consiste nella crescente attenzione per gli effetti ambientali negativi delle attuali merci: molte merci sintetiche derivate dal petrolio, salutate, alla loro comparsa, come mezzi per “liberarsi” dalla schiavitù della natura, ritenute progettabili e modificabili a piacere, non sono biodegradabili, restano a lungo inalterate dopo l’uso e creano problemi di smaltimento. Molte altre merci sintetiche (coloranti, pesticidi, additivi) si sono rivelate dannose per la salute umana e per gli ecosistemi naturali, al punto da indurre l’abbandono dei “nuovi” prodotti per tornare ai  prodotti naturali. Uno dei casi più noti è quello dell’insetticida sintetico DDT, che aveva soppiantato i pesticidi a base di derivati del piretro e che, dopo alcuni anni, è stato vietato e si è dovuto di nuovo ricorrere agli stessi derivati del  piretro. 

La  seconda tendenza deriva dal fatto che la produzione delle merci sintetiche è possibile soltanto in impianti ad alta tecnologia e concentrazione di capitale e di conoscenze, quali sono disponibili soltanto nei paesi industrializzati. Tali merci sono accessibili ai paesi del Sud del mondo soltanto se essi accettano una posizione neocoloniale dominata dal capitale internazionale. Vi sono segni di una crescente insofferenza verso questa prospettiva e di una crescente attenzione per le merci che possono essere ottenute dalle grandi risorse naturali di origine biologica e continuamente rinnovabili, che molti paesi del Sud  del mondo  possiedono, con impianti costruiti e funzionanti sul posto. Le pubblicazioni della FAO e di altri organismi internazionali indicano chiaramente questa tendenza. 

A favore della nascita o della rinascita di attività associate all’agricoltura, alle foreste, alla zootecnica, alle ricchezze della biomassa, insomma, sta il fatto che dei milioni di specie  vegetali  e animali esistenti in natura, soltanto alcune centinaia di migliaia sono state osservate e caratterizzate scientificamente e hanno ricevuto un “nome”, e soltanto di poche centinaia sono stati esplorati a fondo i caratteri botanici, zoologici e chimici in relazione al loro uso come fonti di materie prime e merci. 

Il principio dell’economia tradizionale che spinge a utilizzare soltanto le materie che assicurano una elevata resa di “denaro” per unità di superficie coltivata o per unità di peso, ha provocato un graduale impoverimento delle varietà vegetali e animali utilizzate. Tale impoverimento è stato trasferito anche nei paesi sottosviluppati da cui vengono tratte molte  delle materie di interesse commerciale. L’abbandono, per motivi di prezzo, di molte merci di origine naturale ha provocato un impoverimento della diversità biologica e la scomparsa di specie di animali da allevamento, di piante da fibra e di altre utilizzate come fonti di coloranti e di medicinali, eccetera. Tutto questo si è tradotto in modificazioni negative del paesaggio. 

Un motivo di ottimismo per la ripresa dell’uso di molte risorse biologiche sta nella grandissima varietà di molecole che esse contengono: mentre “la chimica”, come si ricordava prima, è nata come “chimica delle sostanze naturali”, l’attenzione per tali sostanze è andata declinando, proprio per il minore loro interesse commerciale. L’industria  farmaceutica è  probabilmente l’unica che trova ancora conveniente, per la preparazione di nuovi medicinali, partire da molecole  naturali suscettibili di modificazioni. 

C’è un altro aspetto interessante: la produzione commerciale di prodotti, soprattutto alimentari,  nei  paesi  industriali comporta  l’utilizzazione di tecniche di trasformazione e  conservazione che generano grandi quantità di sottoprodotti ricchi di molecole organiche che spesso creano problemi di smaltimento e sono fonti  di inquinamento. Si pensi ai  sottoprodotti e scarti dell’industria delle conserve, dell’industria lattiero-casearia, dell’industria della macellazione e  trasformazione della carne, eccetera. 

Si può calcolare che, ogni due kilogrammi di materia organica secca di origine biologica che entra negli attuali cicli agroalimentari, almeno un kilogrammo finisca negli scarti o addirittura nei rifiuti. Una più attenta conoscenza della composizione chimica e  fisica e dei caratteri di tali scarti potrebbe consentire di ricuperare grandi quantità di beni materiali usando come “materie seconde” tali sottoprodotti. 

Circa il 60 % della biomassa vegetale è costituita da carboidrati come zuccheri, cellulose, amidi, che sono poi i primi materiali che si formano nel processo di fotosintesi, e poi proteine, grassi, resine, eccetera. Con tre soli atomi, carbonio, idrogeno e ossigeno, la natura “fabbrica”, in una grandissima varietà di combinazioni, materie diversissime, talvolta accumulate per la prima fase di sviluppo dei semi, talvolta come  materiali da costruzione capaci di trasportare acqua e sali inorganici dal suolo a decine di metri di altezza. 

Di  questa grande fantasia naturale viene utilizzata soltanto una piccola parte a fini umani. L’industria della carta, che assorbe ogni anno molte centinaia di milioni di tonnellate di materiali lignocellulosici, va a cercare le proprie materie prime sulla base della necessità di ottenere della “cellulosa” standard adatta per i suoi cicli produttivi. L’industria tessile utilizza un numero molto limitato di fibre cellulosiche o proteiche, rispetto alla grande varietà di materiali offerti dalla natura. L’industria chimica produce, talvolta faticosamente, per sintesi molecole che sono state e possono essere ottenute per via microbiologica dai carboidrati. 

Fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento l’attenzione dei chimici è stata rivolta ai derivati chimici della cellulosa e si è così visto che i vari gruppi funzionali alcolici  erano suscettibili di trasformazione in numerose sostanze, per la maggior parte poi abbandonate per il loro scarso interesse finanziario immediato. Sono sopravvissuti alcuni  acetati come fibre artificiali o materie per pellicole, di limitata produzione, e i nitrati utilizzati come ingredienti per esplosivi. Il  successo delle pellicole di polimeri sintetici ha  spazzato via l’interesse per quelle di cellulosa rigenerata (tipo cellophane) che pure presentano importanti proprietà di permeabilità ai gas, ai liquidi e di biodegradabilità. 

Una migliore conoscenza dei materiali lignocellulosici — le lignine accompagnano le cellulose in ragione di circa una  parte ogni due o tre parti di cellulosa — potrebbe dare un contributo a nuove forme di utilizzazione della carta e dei cartoni usati, di fronte ad una  crescente difficoltà delle operazioni per la loro trasformazione in nuovi prodotti cartotecnici. 

Le altre importanti macromolecole della classe dei carboidrati sono gli amidi, sostanze con diversissima composizione e  peso molecolare, variabili da una specie vegetale all’altra e suscettibili di trasformazione in molti derivati, finora ben poco studiati. Per idrolisi chimica o  microbiologica degli amidi si formano numerosissime sostanze,”le  destrine”, molto variabili come caratteristiche chimiche e fisiche e usate solo limitatamente. Simili considerazioni valgono per molti zuccheri, dai monosaccaridi come  il glucosio, ai disaccaridi, agli zuccheri  “più rari”, di cui esistono grandi quantità in natura. Molti di questi sono capaci di fornire derivati, alcuni dei quali noti dal punto di vista chimico, ma finora poco o niente studiati dal punto di vista delle  proprietà tecniche che aprirebbero probabilmente le porte a molti  impieghi merceologici. 

Le sostanze proteiche presenti in tutti i vegetali ed animali, rappresentano le pietre fondamentali  per tutti i fenomeni biologici. La natura, con infinita fantasia, partendo da un limitato di amminoacidi, che sono le “pietre fondamentali” delle proteine, ha predisposto i comuni materiali da costruzione per organi vitali tanto diversi fra loro. Nelle pareti cellulari delle foglie, nel sangue animale, nelle ali delle farfalle, troviamo sostanze diversissime come caratteri e funzioni; la diversità deriva dalle proporzioni in cui sono presenti tali amminoacidi e della loro successione. 

Nonostante la varietà delle proteine esistenti in natura soltanto pochissime hanno ricevuto attenzione, al di fuori degli usi alimentari e di quelli dell’industria conciaria e tessile (seta, lana). Poche sostanze proteiche (quelle della caseina, della zeina, dell’arachide) sono state utilizzate per la produzione di fibre artificiali, oggi abbandonate. Eppure ogni anno milioni di tonnellate di proteine derivate dalle industrie di trattamento dei prodotti agricoli, dal siero di latte, presenti nei residui dell’estrazione dei grassi, negli scarti della macellazione e delle operazioni conciarie, eccetera, vengono destinate ad usi poveri, come l’alimentazione del bestiame, o la concimazione dei terreni, quando addirittura non sono buttate vie costituendo fonti di inquinamento. Molte di queste proteine sono di origine animale, ricche di amminoacidi essenziali, e potrebbero  essere utilizzate  per l’integrazione degli alimenti poveri, come quelli che stanno alla base della nutrizione di molti paesi del Sud del mondo. 

Le  stesse considerazioni sulla fantasia della natura valgono per i lipidi, i costituenti degli oli e grassi di origine vegetale e animale, che pure sono prodotti industrialmente, soprattutto per l’alimentazione umana, in quantità di circa 100 milioni di tonnellate all’anno. Il successo dei tensioattivi sintetici e della glicerina sintetica ha ridotto il campo di applicazione industriale dei grassi naturali: anche qui le considerazioni “ecologiche” hanno riportato in vita, nella detergenza domestica, sia pure limitatamente, alcuni tipi di saponi di origine agricola grazie alla loro biodegradabilità.   

Vi sono molte strade aperte per l’utilizzazione, con successo, di coloranti naturali, di gomme e resine, dei terpeni, di molte vitamine e degli steroli, soprattutto in tutti quei casi in cui le proprietà di interesse commerciale sono associate a strutture chimiche abbastanza complicate e non riproducibili per via sintetica. 

A  puro  titolo di curiosità, e come esempio della potenziale ricchezza di moltissimi prodotti quasi sconosciuti del Sud del mondo, si può ricordare la storia della produzione, nel 1951, da  parte dell’industria messicana Syntex, del cortisone dalla diosgenina ricavata dalla radice dell’igname  messicano; lo stesso gruppo di chimici americani e messicani, operando nel Messico, preparò, sempre nel 1951, dal testosterone il contraccettivo orale noretindrone, “la pillola” (è questo il titolo di un libro di Carl Djerassi, pubblicato da Garzanti, che racconta tutta questa avventura) che avrebbe fatto diminuire il tasso di crescita della popolazione mondiale e rivoluzionato i costumi sessuali di miliardi di coppie. Si tratta di un esempio di come la rivoluzione della  biomassa potrebbe far crescere nel Sud del mondo nuove industrie e attività di ricerca e produzione basate su materie locali.

La sfida della natura che offre, nei prodotti vegetali e animali associati all’agricoltura, una così grande varietà e complicazione di sostanze, si può accettare soltanto con altrettanta fantasia chimica e di ricerca. Siamo di fronte ad una chimica difficile, ma proprio per questo i chimici e le imprese dei paesi industrializzati come il nostro potrebbero impegnarsi,usando i raffinati strumenti oggi disponibili, per creare nuove merci, processi e occasioni di occupazione, con vantaggio sia per il Sud sia per il Nord del mondo, ricordando anche che molte soluzioni sono già state trovate e poi sono state abbandonate, con un impoverimento del patrimonio di conoscenze, un processo simile alla perdita del patrimonio di biodiversità. 

Vorrei concludere con la modesta proposta, rivolta a quelle forze culturali, prima che economiche o ecologiste, a cui sta a cuore l’integrazione dei valori contenuti nel trinomio paesaggio-agricoltura-benessere di incoraggiare una diffusione della cultura, appunto, dei valori tecnico-scientifici che la natura ancora nasconde in se, pur offuscati dal fumo delle macchine e dalla corsa allo sfruttamento — cioè a trarre il massimo dei frutti monetari — dalle risorse e dai frutti fisici, naturali, della “natura”.