SM 2340 — Sviluppo insostenibile — 2002

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Liberazione, 19 agosto 2002 

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Sono passati trent’anni da quell’estate in cui i giornali erano pieni del dibattito sulla nuova eresia: sull’onda della primavera della contestazione ecologica e della Conferenza delle Nazioni unite su “L’ambiente umano”, tenutasi in giugno a Stoccolma, era apparso un libretto di poche pagine intitolato: “I limiti alla crescita”. La traduzione italiana portava il titolo, errato, “I limiti dello sviluppo” e in tanti, economisti benpensanti, mondo imprenditoriale e anche molti intellettuali di sinistra, gridarono allo scandalo.

Il libro sosteneva la tesi che “se” fossero continuate le tendenza (dei primi anni settanta del Novecento) di “crescita” della popolazione umana e dei consumi energetici, merceologici e agricoli, si sarebbe andati incontro ad un impoverimento della fertilità del suolo e quindi ad una diminuzione della produzione agricola, ad un impoverimento delle riserve di risorse naturali e ad un aumento dell’inquinamento e si sarebbe avuto una diminuzione della salute in generale, un aumento dei conflitti per la conquista di acqua e minerali. La soluzione poteva essere cercata soltanto in una limitazione della “crescita”, della popolazione, della produzione e dei consumi di merci e di energia. Chi rise allora, chi considerò il libro un ennesimo trucco del capitalismo borghese, farebbe bene a rileggerlo alla luce anche degli avvenimenti attuali. 

Dopo Stoccolma le Nazioni unite hanno organizzato altre due conferenze sull’ambiente: il “vertice” di Rio su “ambiente e sviluppo” e adesso il vertice di Johannesburg sullo “sviluppo sostenibile”. Anche dal titolo si vede che è scomparso qualsiasi accenno all’ambiente e agli stessi esseri umani che nell’ambiente devono vivere; ne tengano conto le falangi, si parla di 50.000 persone, che stanno facendo le valige per partecipare al grande vertice. Capi di stato, ministri, generali, capi religiosi, lobbysti mandati dalle rispettive ditte a stare bene attenti che non saltino fuori impegni che limitano i loro affari, e poi ambientalisti, organizzazioni non-governative, presenzialisti, cantanti e tanti altri, il “grande circo” dell’ambiente, insomma. 

Dopo Stoccolma il grande circo si è trascinato da una conferenza internazionale all’altro, da Rio, a Kyoto, a Montreal, a Bali, a cercare accordi per rallentare il degrado ambientale del pianeta. Con ben scarsi risultati. La popolazione terrestre, in trent’anni, è aumentata da 3800 a 6100 milioni di persone, la produzione di calorie e proteine alimentari è aumentata, ma è finita in gran parte nella mense e nei dolciumi del Nord del mondo, per cui gli affamati del sud del mondo sono di più e sono più affamati; i consumi mondiali di carbone, petrolio e gas naturale sono aumentati da 6 a 9 miliardi di tonnellate all’anno; tali consumi sono stati accompagnati da un drastico aumento delle immissioni nell’atmosfera di anidride carbonica e dei gas responsabili dell’effetto serra, cioè dei mutamenti climatici. 

Stiamo così assistendo ad una serie imprevedibile di estati piovose, di primavere aride, stanno avanzando i deserti e vengono allagate città e campi che avrebbero dovuto essere fertili, stanno fondendo estensioni crescenti di ghiacciai, col pericolo che aumenti il livello dei mari. 

I progressi tecnico-scientifici, la possibilità di osservare il pianeta Terra dall’alto mediante satelliti artificiali, ci permettono di capire qualcosa di più sul meccanismo, delicato e fragile, con cui funziona la nostra casa comune. Così sappiamo che esiste, sul pianeta, un grande depuratore naturale dell’atmosfera rappresentato dalla vegetazione, dalle foreste, dalle piante selvatiche, dalla macchia; la vegetazione cresce sottraendo dall’atmosfera una parte dell’anidride carbonica che viene immessa nell’atmosfera stessa dalla combustione di carbone, gas e prodotti petroliferi da parte delle industrie, dalle città, dai mezzi di trasporto. 

Un rallentamento dell’effetto serra potrebbe essere ottenuto aumentando la diffusione di piante, alberi, foreste, vegetazione: ma guardatevi intorno. La vegetazione è un intralcio alle autostrade e alle lottizzazioni; nei comuni che propagandano le”Agende 21″, gli impegni ecologici presi dieci anni fa, si tagliano selvaggiamente alberi e piante; nei paesi del Sud del mondo le foreste vengono distrutte per ricavarne legname commerciale e incendiate per creare spazio per coltivazioni agricole, illusorie, perché i terreni liberati dagli alberi diventano presto sterili, e per poter accedere alle risorse minerarie del sottosuolo. 

E quando le cose procedono troppo lentamente si brucia tutto, come sta avvenendo nel sud-est asiatico dove la crescita economica è accompagnata dall’immissione nell’atmosfera di grandissime masse di polveri come quelle che, enorme nube nera, oggi sovrastano Filippine, Cina, India e che contribuiscono alle modificazioni climatiche. 

Un sapiente musulmano scrisse, novecento anni fa, un trattato di medicina intitolato: “Malattie dei ricchi, malattie dei poveri”. Al di là di tutte le chiacchiere, la imminente conferenza di Johannesburg (agosto-settembre 2002) deve fare i conti con lo stesso argomento. I 2000 milioni di abitanti del Nord del mondo, i ricchi, sono afflitti da malattie costituite da insoddisfazione, da violenza, dall’aumento del numero degli anziani senza difesa, da città congestionate, da alluvioni e inquinamenti e malattie, proprio come conseguenza del loro eccessivo possesso di merci e di beni inutili. Sono afflitti dalla paura che qualcuno bussi alla porta della loro opulenza per portargliela via con mezzi violenti. 

Gli oltre 4000 milioni di abitanti del Sud del mondo, i poveri, sono afflitti da malattie costituite da insoddisfazione e protesta per la propria miseria, perché vogliono accedere ad almeno una piccola frazione delle merci, dei frigoriferi, delle automobili, dei televisori che vedono abbondanti nel pianeta dei ricchi e per conquistarli sono disposti a ribellioni, violenze, attentati. I paesi poveri vogliono liberare le loro popolazioni, affollate di bambini e giovani generazioni, dalle condizioni di sottosviluppo, ignoranza, mancanza di acqua, di gabinetti, di cibo, di sistemi per conservare i modesti raccolti, vogliono liberarle dai bassi salari imposti da multinazionali e latifondisti stupidi e arroganti e miopi. 

La conferenza di Johannesburg non avrà nessun successo se non genererà dei medici capaci di curare, “insieme”, le malattie dei ricchi e quelle dei poveri. Da quel po’ che si legge in anticipo, i ricchi promettono qualche soldo per gli aiuti, ma i soldi servono a poco se non si ha una chiara idea di quello che se ne vuole fare. I documenti preparatori indicano alcune importanti azioni per rendere “sostenibile”, come dicono loro — io credo che si tratti di renderlo “meno insostenibile” — il pianeta. 

Occorre aumentare le risorse idriche e migliorare le condizioni igienico-sanitarie, il che vuol dire dare priorità alla costruzione e diffusione di pozzi, acquedotti rurali, cessi, filtri per la depurazione delle acque usate, sistemi di irrigazione, difesa del suolo, rimboschimento. 

Occorre migliorare le condizioni di salute con ospedali, prevenzione delle malattie e delle epidemie, informazione e istruzione; occorre aumentare la produzione agricola salvando la biodiversità; l’ecologia ben spiega che solo la diversità biologica rende abbastanza stabili le colture economiche, mentre le monocolture, per quanto sostenute dagli illusori “progressi” delle modificazioni genetiche, sono intrinsecamente instabili nel lungo.periodo. 

Occorrono scelte nel campo dell’energia in modo che i paesi poveri ne abbiano un poco per le necessità elementari: trasporti, illuminazione, conservazione degli alimenti. Ma non è possibile continuare ad estrarre petrolio e gas da pozzi destinati ad esaurirsi ed occorre sottoporre a revisione i consumi dei paesi ricchi. Non a caso una delle raccomandazioni dell’imminente vertice indica che occorre “cambiare le tendenze di produzione e di consumi che sono insostenibili”. 

Proprio qui sta la possibile cura delle malattie del pianeta e una volta era questo il tema centrale delle sinistre europee: che cosa produrre, come e dove: a quali beni materiali dare priorità. C’è certamente bisogno di continuare a produrre beni materiali, se non altro per soddisfare le necessità elementari degli abitanti dei paesi poveri, per assicurare lavoro, ma le scelte produttive devono avvenire non sulla base del massimo profitto degli investimenti finanziari, ma del massimo benessere per gli esseri umani.Un benessere che non è associato al lusso e agli sprechi, ma alla salute, al rispetto degli altri popoli, alla solidarietà all’interno di ciascun paese e della grande comunità internazionale; un benessere che presuppone iniziative d pace e di disarmo, specialmente nucleare. Ne parlerà qualcuno a Johannesburg ? 

Lo sviluppo umano non ha niente a che vedere con la crescita delle merci e dei consumi, ma richiede un gigantesco sforzo individuale e collettivo per realizzare quel cambiamento di produzione e di consumi che, solo, può evitare gli agosti piovosi e gli inverni senza pioggia, le alluvioni e la siccità, che solo può assicurare una “vita” umana decente e quello “sviluppo” di cui in tanti si riempiono la bocca..