SM 2336/2 — Acqua e solidarietà — 2002

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Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

La sete in Italia e nel mondo aumenta sempre per la concomitanza di vari eventi. Da alcuni decenni sono in corso mutamenti climatici che hanno fatto diminuire le piogge; apparentemente la quantità totale di pioggia diminuisce di poco, ma il carattere delle piogge, spesso intense ma concentrate in brevi periodi, impedisce la ricarica con acqua dolce delle falde sotterranee e dei laghi artificiali. Un secondo importante evento riguarda le migliorate condizioni di vita delle popolazioni; un evento da salutare con gioia, senza dubbio, ma che comporta crescenti richieste di acqua che deve essere sottratta da riserve — fiumi, falde sotterranee, laghi naturali e laghi artificiali — che sono limitate. Un terzo aspetto riguarda la svolta culturale e politica degli ultimi anni: la diffusione della cultura degli affari finanziari e del libero mercato fa guardare con fastidio ad una pianificazione da parte dello stato, anche quando si tratta delle risorse naturali collettive ed essenziali come l’acqua. Anzi “pianificazione” è diventata una parolaccia. 

Il libero mercato può andare bene per le imprese che producono merci e servizi le quali possono acquistare materie prime — agricole, energetiche, minerarie, forestali, mano d’opera, tecnici — dove si trovano abbondanti (finché durano) e a basso prezzo, in qualsiasi parte del globo. Ma il libero mercato fallisce quando una comunità può fare i conti soltanto con le risorse locali, come l’acqua. Le imprese possono acquistare plastica o petrolio o pellami in Russia, nel Sud Africa o in Argentina, ma la comunità italiana può trarre acqua soltanto dalle riserve che la natura gli assicura nel suo territorio o a non grande distanza. 

Questo lo sapevano già nell’Ottocento quando i governi nazionali decisero, con una pianificazione nazionale, di chiedere alla Campania di rinunciare ad una parte delle sue acque per dissetare la Puglia attraverso il gigantesco Acquedotto Pugliese; lo sapevano gli economisti di mezzo secolo fa quando hanno deciso di creare in Puglia, Basilicata, Molise, una serie di laghi artificiali che avrebbero dovuto essere collegati fra loro per raccogliere razionalmente ogni goccia di pioggia usabile per le città e i campi. Lo sapeva il Parlamento, negli ultimi anni prima della trionfale pressione del libero mercato, quando varò, nel 1989, la legge n. 183 che stabiliva l’amministrazione delle acque secondo i bacini idrografici. 

L’acqua di ciascun fiume non è di proprietà delle regioni attraversate dal fiume, ma di tutti gli abitanti che gravitano nel bacino idrografico del fiume, dalle sorgenti al mare, valli e affluenti compresi. La “centottantatre” era basata sul principio di solidarietà: le autorità di ciascun bacino idrografico, dopo aver fatto degli accurati inventari (che non sono mai stati fatti) delle disponibilità idriche, avrebbero dovuto stabilire come distribuire quest’acqua, come renderne disponibili le eccedenze ai bacini idrografici vicini. La “183″ stabiliva inoltre che ciascuna autorità di bacino avrebbe dovuto fare opere per regolamentare il deflusso (irregolare nel tempo e scarso) delle acque attraverso la pianificazione (sono parole di tale legge) di opere per la difesa del suolo e per il rimboschimento. 

Non si potrà mai cancellare la sete dalle case, soprattutto del Mezzogiorno, fino a quando non si farà un “piano” basato sulla conoscenza di quanta acqua è disponibile, di come viene usata, di come si possono aumentare (sia pure di poco) le disponibilità almeno regolando la corsa delle piogge verso il mare, piano basato su una coraggiosa compartecipazione delle risorse idriche esistenti fra regioni vicine. 

La solidarietà è la chiave per la soluzione del problema. Solidarietà significa intanto, revisione e correzione degli errori compiuti, dei laghi artificiali lasciati abbandonati e diventati depositi di fango, significa volontà delle autorità di governo, locali e nazionali, di superare le logiche municipali e di decidere di lavorare con gli enti vicini o lontani in un comune servizio civile per la comunità. Solidarietà significa spiegare a tutti i cittadini, cominciando nelle scuole, che l’acqua è scarsa non solo nei villaggi sperduti o nei mesi estivi; che bisogna consumare meno acqua possibile: ogni metro cubo sprecato nelle case, nei bagni, nelle fontane a perdere, è acqua “tolta” a qualche altra persona, da qualche parte. Perché l’acqua circola nel corpo fisico di ciascuna regione e dell’intero paese come il sangue circola nel corpo umano; ogni rubinetto, ogni persona, è legato alla vita di un’altra persona. 

Oggi, in una società basata sull’ideologia del consumo e dello spreco, può sembrare fuori luogo parlare di una etica del “consumare di meno”, del limitare i consumi, eppure chi visita molti paesi della terra, a cominciare dagli stessi Stati Uniti, vede spesso avvisi o pubblicità o francobolli che ricordano che l’acqua è scarsa e preziosa e se ne deve consumare il meno possibile. “Save water”, risparmiate l’acqua, avverte un dirigibile che percorre il cielo di alcune grandi città americane. Senza contare che la progettazione di rubinetti, docce, gabinetti, capaci di svolgere la stessa funzione consumando meno acqua, potrebbe stimolare invenzioni, innovazioni e nuove attività produttive e occasioni di lavoro. Ma sull’etica dei consumi di acqua torneremo in seguito. 

Un bel tema per gli studenti di tutte le scuole potrebbe essere: “Spiegate da dove viene l’acqua che esce (quando esce) dal rubinetto di casa vostra”. Un tema che, a mio modesto parere, potrebbe stimolare lo studente appassionato di storia a ricordare quel Frontino che descrisse gli acquedotti della città di Roma, a ricordare la nascita dell’industrializzazione italiana ai piedi delle Alpi e dei ghiacciai le cui acque furono raccolte nei laghi artificiali che generavano anche energia; lo studente appassionato di geografia a ricordare come la California è diventata il giardino delle frutta e del cinema grazie a un gigantesco acquedotto che porta l’acqua dal fiume Sacramento, a nord, a San Diego, a sud, a ottocento chilometri di distanza. 

E lo studente appassionato di storia politica potrebbe utilmente ricordare come la miopia e l’avidità siano state capaci di trasformare l’acqua del lago artificiale del Vajont in un veicolo di morte e come un quarto (un terzo nell’Italia meridionale) dell’acqua prelevata dal sottosuolo, dai laghi artificiali e dalle sorgenti vada “perduta” per guasti negli acquedotti o per mancanza di acquedotti. 

Pochi conti mostrano che l’acqua in Italia è scarsa in assoluto: sulla superficie del nostro paese cadono circa 300 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, in media. Il circa è d’obbligo perché ci sono gravi carenze nei servizi meteorologici: una volta, pazientemente, sul tetto di grandi e piccoli comuni, in molte scuole, negli aeroporti, veniva misurata diligentemente la quantità di acqua piovana. Le apparecchiature sono relativamente semplici — delle specie di imbuti di superficie determinata, che raccolgono l’acqua che viene poi avviata ad una bottiglia. La difficoltà sta nel trovare migliaia di persone che ogni giorno, domeniche comprese, misurino con precisione la quantità di acqua raccolta nella bottiglia. Naturalmente ci sono strumenti più raffinati ed automatici, ma sono proprio quelli più rudimentali che, usati, ripeto, con pazienza e diligenza, ben distribuiti nel territorio, consentono di rilevare le bizzarrie delle piogge e permettono di avere dati statistici accurati. 

Dell’acqua piovana circa la metà va perduta per evaporazione; restano, sul territorio nazionale, circa 150 miliardi di metri cubi all’anno che vengono assorbiti, all’incirca (anche qui la mancanza di statistiche accurate è drammatica) per 10 miliardi di metri cubi all’anno dalle comunità urbane, per circa 40 miliardi di metri cubi all’anno dall’agricoltura, e per una quantità stimabile in circa 10 miliardi di metri cubi all’anno dalle industrie. 

L’acqua impiegata per l’irrigazione dei campi in parte viene incorporata nei raccolti, ma per la maggior parte evapora o va a raggiungere le falde idriche del sottosuolo da cui torna al mare. Per farla breve: per una via o per l’altra circa 150 miliardi di metri cubi di acqua ogni anno in Italia tornano al mare scorrendo sul suolo o nel sottosuolo e, alla fine, attraverso laghi e fiumi. 

L’acqua attraversa i sistemi umani — le abitazioni, le città, i campi, le fabbriche, eccetera — senza scomparire, ad eccezione di quella che evapora e ritorna nell’atmosfera. La maggior parte passa senza perdere il suo carattere di acca-due-o, e prosegue il cammino, dopo l’uso, addizionata, però, di molte sostanze che essa discioglie, essendo dotata di eccezionali proprietà di solvente. Per guardare meglio questa storia naturale dell’acqua proviamo a seguire il suo ciclo attraverso la vita quotidiana. 

Cominciamo con il bagno e la doccia; l’acqua viene impiegata per sciogliere il sapone che asporta lo sporco dal corpo; si forma una soluzione schiumosa, ma non molto sporca, che continua il suo cammino giù dal lavandino o dalla vasca da bagno.Andremo a raggiungerla fra poco. In cucina l’acqua è usata per lavare le verdure, per cuocere la pasta, per bere: l’acqua usata per lavare le verdure porta con se in sospensione poche sostanze, quelle che aderivano alla superficie delle foglie o dei frutti e, col suo pur limitato carico di sostanze estranee, viene buttata giù dal secchiaio. L’acqua in cui è stata fatta cuocere la pasta contiene quel poco di amido che la pasta rilascia e anche l’acqua di cottura per lo più va perduta giù dal secchiaio; nel secchiaio e negli scarichi va a finire anche l’acqua delle lavatrici, col suo carico di detersivi e di sostanze estranee. 

L’acqua viene usata come bevanda, circa un litro al giorno per persona: anche se l’acqua del rubinetto è fresca e di buona qualità, la società dei consumi spinge i cittadini italiani a comprare e bere ogni anno 12 milioni di metri cubi di acqua in bottiglia, acqua che viaggia in bottiglie di vetro o di plastica, su camion o vagoni ferroviari, dalla Basilicata al Trentino e dal Trentino alla Toscana e dalla Toscana al Piemonte, acqua pubblica, della collettività, che dovrebbe essere avviata agli acquedotti pubblici piuttosto che concessa alle imprese private. 

L’acqua che è stata assorbita con il cibo da ciascuna persona in parte viene perduta con la respirazione, in parte col sudore e in parte ha un destino più prosaico e finisce nel gabinetto sotto forma di escrementi liquidi o solidi. Praticamente tutta l’acqua che entra in un sistema umano — è un ecosistema anche una casa o una fabbrica — sopravvive come acqua, praticamente nella stessa quantità, ma con un contenuto più o meno rilevante di sostanze estranee disciolte o in sospensione. Se, con un po’ di fantasia,, immaginassimo di seguire il moto dell’acqua scaricata nel lavandino, nel secchiaio o nel gabinetto, ci troveremmo dentro un gigantesco flusso di acque usate che confluisce in condotte più grandi, in fognature (dove esistono) e da qui in impianti di trattamento o depurazione (dove esistono) e infine questo grande fiume di “acque usate” finisce nel mare. 

L’acqua che attraversa l’ecosistema urbano si può immaginare divisa in tre flussi: l’acqua piovana che cade sulle strade e che è poco contaminata; le “acque bianche”, provenienti dai lavandini o dalle docce, addizionate con poco detersivo; e le “acque nere” provenienti dai gabinetti e molto più contaminate. 

E’ un puro delitto lasciare che questa grande massa di acqua vada persa. Una parte delle acque usate subisce qualche trattamento essenzialmente per evitare l’inquinamento dei corpi riceventi — fiumi o mare — ma molto di più si può fare per recuperare gran parte dell’acqua presente nei flussi prima indicati, e tali tecniche consentono di ottenere acqua adatta per lavare le strade, per irrigazione o per raffreddamento di impianti industriali. I processi di trattamento delle acque usate possono essere progettati e scelti a seconda della qualità “merceologica” dell’acqua da depurare e possono dare acqua depurata adatta per molti degli usi nei quali adesso viene usata acqua rara e preziosa. 

E’ assurdo lavare le strade o annaffiare i giardini con la costosa acqua trasportata talvolta da centinaia di chilometri di distanza, dotata di caratteristiche igieniche di altissima qualità, essendo destinata ad usi igienici e alimentari. Così come è assurdo usare acqua potabile di alta qualità igienica, costosa e sottratta ad altre regioni, per lo scarico dei gabinetti. Sarà il caso di cominciare anche in Italia, almeno nelle nuove case, a predisporre una doppia rete di distribuzione dell’acqua, una alimentata con acqua di buona qualità per usi alimentari e igienici e un’altra, che potrebbe anche essere alimentata con acqua di recupero, per i gabinetti. 

La guerra alla sete può anche essere condotta cercando di aumentare l’acqua dolce disponibile.  In una celebre ballata del poeta inglese Coleridge, un vecchio marinaio si trova su una barca alla deriva nell’oceano, sotto un sole cocente, e si lamenta col Signore perché c’è “acqua, acqua dovunque, e non una goccia da bere”. E’ la stessa sensazione che si prova in molte zone costiere e nelle isole, quando il rubinetto dell’acqua potabile resta a secco. Eppure l’acqua di mare è ancora acca-due-o e non è potabile per gli esseri umani soltanto perché contiene, disciolti in un litro, 35 grammi di sali, quasi tutto cloruro di sodio; nel corso dell’evoluzione noi umani siano stati condannati a vivere soltanto bevendo acqua povera di sali, con meno di due grammi per litro. 

L’acqua di mare può essere trasformata in acqua potabile se viene privata della maggior parte dei suoi sali, se, cioè, viene dissalata. Tecniche rudimentali di distillazione furono introdotte nelle navi militari e commerciali che attraversavano gli oceani già nel Settecento e nell’Ottocento, ma la moderna tecnologia della dissalazione comincia nella prima metà del Novecento. La sete affligge da decenni il Mezzogiorno d’Italia, come Israele ma anche molte zone degli Stati Uniti: da li sono partite, negli anni cinquanta del Novecento, le prime grandi indagini sistematiche sulla dissalazione. 

Per togliere i sali dall’acqua di mare esistono sostanzialmente due processi: la distillazione oppure la filtrazione, sotto elevata pressione (iperfiltrazione, o osmosi inversa), dell’acqua di mare attraverso speciali membrane che lasciano passare una parte dell’acqua come acqua dolce (e non lasciano passare i sali).  In entrambi i casi occorrono degli impianti che sono delle vere e proprie fabbriche di acqua dolce, e occorre energia. Per la distillazione occorre calore che può anche essere il calore di scarto, a bassa temperatura, di centrali termoelettriche o di impianti industriali. Per la dissalazione mediante osmosi inversa occorre elettricità. 

La “fabbricazione” di acqua dolce dal mare ha vari vantaggi. Innanzitutto si tratta di acqua nuova che non viene sottratta ad altre zone; gli impianti possono essere costruiti con diversa dimensione e possono essere localizzati dove l’acqua è richiesta, senza bisogno di lunghi acquedotti. L’energia richiesta può essere il sottoprodotto di altre attività e, con impianti di piccole dimensioni, per singole abitazioni o villaggi turistici, è possibile dissalare il mare anche con l’energia solare. Dissalatori possono essere costruiti a bordo di navi, per rifornire di acqua potabile le zone costiere che si trovano in situazioni di emergenza. 

La dissalazione non comporta problemi ambientali: l’unico rifiuto è costituito dalla “salamoia”, una soluzione contenente gli stessi sali dell’acqua di mare, ma più concentrata che può essere immessa di nuovo nel mare senza contaminazione del corpo ricevente. L’acqua dissalata costa: costa costruire gli impianti e costa l’energia. Ma anche gli acquedotti costano, anche gli invasi costano, anche sottrarre acqua ad altre regioni costa a chi ne viene privato, anche non avere acqua costa in termini di dolori e disagi e perdita di turismo e di lavoro.