SM 2324 — Il collasso dei sistemi urbani — 2002

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Italia Nostra, Bollettino, 2002, p. 4-5

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Il collasso dei sistemi urbani, il traffico automobilistico inquinante e così intenso da diventare paralisi, sono certamente figli della miope avidità dei venditori di automobili, della miopia di governanti che, nel nome del profitto dell’industria automobilistica — la vera imperatrice di ogni paese industriale — non sono capaci neanche di fare una politica che sia davvero a favore del potere economico, ma sono essenzialmente figli dell’ignoranza.

Qualche settimana fa su queste pagine si ricordava come un recente congresso presso l’Accademia dei Lincei ha messo in evidenza che la città è un essere vivente, anzi un veri e proprio ecosistema. Ebbene ogni essere vivente, ogni ecosistema, deve ubbidire alla legge del limite.

Una parabola, una volta famosa fra i praticanti di ecologia, racconta che un pastore portava a pascolare le sue dieci mucche in un prato collettivo, uno di quei “commons” inglesi o di quegli spazi che sono (che erano) soggetti in Italia a “usi civici”, un prato in cui aveva diritto di pascolo il nostro personaggio come tutti gli altri abitanti del paese. Un prato con erba abbondante, attraversato da un ruscello di acqua limpida; ogni anno le dieci mucche potevano nutrirsi bene e bere e assicurare al pastore un legittimo reddito dalla vendita del latte e dei vitelli; i loro escrementi erano facilmente portati via dal ruscello le cui acque in continuo movimento restavano limpide, ed erano assorbiti dal terreno e diventavano concime per l’erba dell’anno dopo. Un anno il pastore pensò che avrebbe potuto guadagnare di più portando al pascolo venti mucche e anche così il prato riusciva a sfamarle e dissetarle e a smaltirne gli escrementi. Imbaldanzito dal successo e spinto dall’avidità il pastore decideva ogni anno di portare più mucche al pascolo senza accorgersi che gli zoccoli indurivano il terreno e che l’erba si faceva più rara, che l’acqua del ruscello si intorbidava per l’inquinamento degli escrementi, fino al giorno in cui il prato non riusciva a sfamare nessuna mucca, né quelle dell’avido pastore né quelle di nessun altro abitante del villaggio — fino al collasso dell’ecosistema.

Se i sindaci e gli assessori che si riempiono la bocca, davanti alle televisioni, delle loro città “sostenibili”, delle Agende ventuno e delle proprie virtù amministrative, girassero a piedi o in autobus nelle rispettive città vedrebbero che il giorno del collasso è vicino. Le strade, le piazze possono sopportare la presenza di un certo numero di veicoli in movimento o in sosta, hanno cioè una capacità portante (gli ecologi la chiamano una “carrying capacity”) per il traffico automobilistico al di là della quale non si muove più nessuno: è il collasso degli ecosistemi urbani. Senza contare che, a mano a mano che aumenta il traffico automobilistico, aumenta anche l’inquinamento dell’aria e gli amministratori sono costretti a rallentare d’imperio la quantità di autoveicoli che si muovono o stanno fermi nelle strade, fino a che il terrore di dover dispiacere ai venditori di automobili, ai commercianti, agli elettori, li spinge a rimuovere i divieti e a generare le condizioni per un nuovo picco del collasso.

Il buffo della cosa, per un osservatore esterno come può essere chi vi scrive e che vive in una qualunque città soggetta a questi sequenze di collassi e rilassamenti, e quindi di disordine, avvelenamento dell’aria e costi monetari, è che il fenomeno è ben noto e settant’anni fa è stato descritto dagli studiosi di dinamica delle popolazioni animali: libri dimenticati di autori italiani come Volterra, D’Ancona e Scudo, o americani come Lotka, o russi come Gause e Kostitizin, spiegano quello che succede quanto “troppi” esseri viventi (automobili nel nostro caso) occupano uno spazio limitato (le strade e le piazze nel nostro caso) avvelenando l’ambiente (l’aria nel nostro caso), fino ad un declino del loro numero o alla loro morte.

Se veramente i governanti e gli amministratori vogliono rendere un servizio alle industrie dell’auto e del petrolio e dei relativi servizi e ai negozianti e, magari anche, ai loro amministrati e elettori, non possono fare altro che scoraggiare, rallentare, impedire, il flusso delle automobili, specialmente private, in quelle strade che non ce la fanno più a sopportare la loro presenza e i relativi gas inquinanti.

E’ possibile raggiungere questo obiettivo ? Mi vergogno perfino di formulare questa domanda la cui risposta positiva è nota ed è stata attuata da decenni, proprio dove i governanti si sono resi conto che l’allontanamento del pericolo del collasso della città è condizione essenziale per evitare la ribellione contro le automobili e contro gli stessi amministratori imprevidenti. Se davvero si vuole rendere un servizio all’industria automobilistica e agli interessi economici — e di occupazione — intorno ad essa, si deve mettere mano a riprogettare le città, la distribuzione nel territorio di uffici, servizi, università, officine, a organizzare il traffico in modo da privilegiare il trasporto collettivo, si devono spendere dei soldi per sostenere non l’industria che produce le attuali automobili, destinate all’estinzione, ma quella che è capace di ripensare di sana pianta l’automobile non in termini di lusso e frivolezze, ma in termini di compatibilità con i vincoli “ecologici” della città e delle strade.

Solo così si potrà trarre nel futuro il massimo vantaggio dal potere liberatorio, come possibilità di muoversi e di conoscere e comunicare, dell’automobile.