SM 2322a — La violenza delle merci — 2002

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Ecole, N.S., 2, maggio 2002

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it

Ogni persona è immersa in un mondo di merci: basta entrare in un negozio di alimentari per trovare innumerevoli tipi di conserve, di grassi, di dolciumi, di bottiglie d’acqua; basta entrare in una cartoleria per essere circondati da penne, carta, giocattoli; basta camminare per la strada per essere attratti da scarpe e pantaloni, da telefoni mobili — quelli chiamati affettuosamente “telefonini” — da televisori, giornali e dischi di videogiochi — che fanno bella mostra di se nelle vetrine dei negozi o delle edicole, o sui teli degli ambulanti, distesi sulla strada.

Tutte le merci si presentano e ci parlano: “Io sono la marmellata”; “Io sono fatto di tela jeans”; “Io sono fatto di cioccolata”, eccetera. Come se questi nomi ci informassero sulla natura, origine e significato di ciò che viene offerto; invece non dicono quasi niente. In una nota a piè di pagina del primo capitolo del Capitale, Carlo Marx dice che “nella società borghese domina la fictio iuris che ogni uomo, in quanto acquirente di merci, possegga una conoscenza enciclopedica delle merci”.

Tutte le informazioni offerte agli acquirenti sono contenute nel prezzo, nell’aspetto, cioè nei colori, nelle confezioni, nella forma, e nei messaggi che i venditori inviano agli acquirenti attraverso la pubblicità. C’era una volta (se ne è già parlato, nel numero di gennaio 2001, in queste pagine) la merceologia, una disciplina, insegnata nelle scuole e nelle università commerciali, che aveva come fine la descrizione delle merci, come sono fatte, che cosa contengono, da dove vengono, dove vanno.

Ciascun oggetto, dai prodotti alimentari, a quelli tessili, ai metalli presenti negli elettrodomestici o nelle automobili, al vetro delle lampade, al rame dei fili elettrici, ha una sua storia naturale, è stato ottenuto da risorse naturali — vegetali, animali, minerali,. pietre, fonti energetiche — che sono state trasformate, mediante lavoro umano e mediante “storia”: la gomma dei copertoni oggi è così come la conosciamo perché innumerevoli persone hanno scoperto l’esistenza delle piante della gomma, ne hanno analizzato il lattice, hanno modificato le caratteristiche del caucciù, l’hanno copiato fabbricandone per sintesi un surrogato, eccetera. Il prezzo monetario niente dice di questa storia naturale, umana e politica.

Il caucciù delle piante della Thailandia, o il petrolio da cui viene tratta la materia prima per la gomma sintetica, il lavoro dei contadini indonesiani o quello degli operai degli stabilimenti petrolchimici del Golfo Persico o di Gela, non sono uguali, come non sono uguali i rischi o i diritti civili di tali lavoratori.

Consumo critico significa, pertanto, acquistare una merce conoscendo ed esaminando criticamente, appunto, le informazioni che sono “dentro” ciascun oggetto. Qualcosa si sta già facendo, quando alcune organizzazioni suggeriscono di boicottare le merci, come certi tessuti o scarpe e tappeti, che sono accessibili a noi a così basso prezzo perché sono ottenuti sfruttando a bassissimo prezzo il lavoro dei fanciulli, perché sono ottenuti distruggendo foreste o inquinando l’aria e le acque, o di boicottare prodotti agricoli venduti da multinazionali che finanziano governi fascisti nel Sud del mondo.

Molte merci hanno un “contenuto di violenza” molto grande e, quando le compriamo, tutti contenti perché costano poco, partecipiamo anche noi, indirettamente e senza saperlo, a tale violenza. Ho raccolto qualche idea di questo genere nel libretto “Le merci e i valori”, pubblicato di recente dall’editore Jacabook di Milano e qui vorrei modestamente suggerire alcune strade con cui la scuola potrebbe contribuire alla diffusione della consapevolezza proprio del “consumo critico”.

La prima domanda da porsi davanti ad un oggetto è: “che cosa c’è dentro ?”. Prendiamo la carta della rivista che avete fra le mani: tutti voi lettori ben sapete che nella carta c’è della cellulosa, sminuzzata e compressa in forma di foglio sottile capace di assorbire bene l’inchiostro delle penne o della stampa. Ma la cellulosa che avete fra le mani ha fatto un lungo cammino: qualche mese fa era contenuta nel legname di boschi canadesi o svedesi, brasiliani o indonesiani, talvolta coltivati e rigenerati con cura, talvolta tagliati selvaggiamente lasciando dietro terre esposte all’erosione.

Chi erano i proprietari dei boschi ? chi erano gli operai che li hanno tagliati ? il docente di geografia ha molte occasioni per illustrare la distribuzione nel mondo di questa, come di altre materie prime (piante alimentari, bestiame, minerali metallici, carbone, petrolio), mettendo in evidenza le condizioni economiche e sociali in cui tali materie prime sono estratte.

Ma prima di diventare carta la cellulosa ha fatto una lunga strada: i tronchi sono stati trasportati lungo fiumi e strade e ferrovie, sono stati frantumati dopo separazione della corteccia, poi i “chips” sono stati trattati chimicamente per separare la cellulosa dalle sostanze  brunastre indesiderabili che si chiamano lignine. Il docente di discipline scientifiche o tecniche ai vari livelli ha, se vuole, un ruolo centrale nella descrizione di questa trasformazione. La cellulosa purificata greggia viene trasformata in pasta da carta e le relative operazioni chimiche comportano inquinamenti dell’aria e delle acque.

I docenti di discipline economiche potranno aiutare gli allievi a leggere le statistiche (alcune si trovano anche nel popolare “Calendario Atlante De Agostini”), e possono spiegare che l’Italia, per esempio, ha consumato nel 2000 circa 11 milioni di tonnellate di carta e cartoni (per un valore di circa 8 miliardi di euro), in parte importati, in parte fabbricati da pasta da carta di importazione.

Il docente di storia potrà, se vorrà, “raccontare” la straordinaria (e anche emozionante) storia di quella materia apparentemente così banale quando si trova nei quaderni, nei libri, nei giornali, negli imballaggi; una storia della carta che risale a migliaia di anni fa, e che si svolge dalla Cina attraverso gli Arabi, fino all’Europa medievale, a cominciare da Amalfi. Anche se fino a 150 anni fa la cellulosa per la carta era tratta dagli stracci ricuperati dai rifiuti da speciali artigiani che “facevano ecologia”, molto prima che la scoprissimo noi. Per inciso tutta la storia delle merci offre occasioni per ricordare il debito di riconoscenza che l’Europa, oggi così piena di se, deve all’Estremo Oriente, al mondo musulmano, ai popoli nativi dell’America latina.

Ho detto prima che l’Italia consuma dieci milioni di tonnellate all’anno di carta e cartoni, ma ho detto una sciocchezza. Noi non consumiamo affatto queste merci: il giornale dopo poche ore diventa carta straccia; gli imballaggi vengono buttati via dopo pochi giorni dalla loro fabbricazione; giusto i libri possono durare in una biblioteca qualche anno; la carta usata, quegli 11 milioni di tonnellate prima citati, finisce (con tutto il suo “contenuto” di cellulosa, di energia, di lavoro umano) per circa due terzi nelle discariche o negli inceneritori; soltanto appena un terzo viene raccolta in modo corretto e tale da alimentare l’industria che trasforma la carta usata in nuova carta e cartoni, evitando i guasti ecologici della distruzione delle foreste.

Al di là del prezzo, un consumo critico dovrebbe orientarsi all’acquisto della carta e dei cartoni riciclati; come si fa a riconoscerli ? talvolta è scritto sulla carta dei libri e dei giornali, talvolta c’è un simbolo sui cartoni e sugli imballaggi, ma quanti di noi sono in grado, o cercano, di riconoscere il maggior “valore” (in termini di lavoro, di minore consumo di acqua, di energia, di materie prime naturali scarse) delle merci riciclate ?

Una svolta verso il consumo critico richiede, a mio parere, un impegno della scuola, a tutti i livelli, per la descrizione delle merci con cui gli allievi vengono a contatto; da tale descrizione è possibile riconoscere il “contenuto” di materie, di energia, di acqua, di lavoro, di ciascuna di esse. A questo punto il consumo critico può preferire le merci che richiedono meno energia, meno acqua, meno materie non rinnovabili,  che generano meno rifiuti gassosi, liquidi e solidi, che non hanno richiesto mano d’opera sfruttata a basso prezzo o in tenera età, che durano più a lungo, che richiedono meno manutenzione — nell’intero ciclo di vita di ciascuna merce.

Mi rendo conto che non si tratta di operazioni facili, tanto più che mancano riviste e libri che trattano in questi modo la storia naturale e sociale delle merci, manca un dizionario o una enciclopedia delle merci, manca proprio la cultura merceologica, con l’aggravante che la pubblicità si infiltra nella stampa e nei mezzi di comunicazione e fa arrivare messaggi che spesso sono distorti, spesso per bocca di persone apparentemente autorevoli, ma che di merceologia non sanno niente.