SM 2322 — Da Stoccolma a Johannesburg — 2002

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Conferenza presso l’ Università di Campobasso, 6 maggio 2002

Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it, professore emerito di Merceologia, Università di Bari

 Il nome, la parola e il concetto di “ecologia” sono sbarcati in Italia circa un terzo di secolo fa sull’onda di un movimento di protesta contro l’uso irrazionale, antiumano e “contro natura” della tecnica. L’ecologia era già una scienza matura e aveva avuto cultori di grande prestigio. Era nata, come scienza, nella seconda metà del 1800 quando i naturalisti hanno avuto strumenti e occasioni di osservazione del mondo vivente che consentivano di osservare le modificazioni provocate sugli esseri vegetali e animali dal mondo circostante, quando è stato possibile approfondire i flussi di materia vivente e inanimata che attraversano gli organismi viventi e i territori da essi abitati. Giganti delle scienze naturali come Liebig e Darwin erano stati in grado di descrivere i flussi di gas, di elementi chimici, di sali, di acqua dall’aria e dal suolo ai vegetali e dai vegetali gli animali e di descrivere il ritorno “in ciclo” di tali elementi di nuovo nel regno della natura.

Di questi flussi era possibile descrivere una contabilità fisica, “economica”, e non a caso l’inventore della parola “ecologia”, il naturalista e divulgatore tedesco Haeckel, aveva definito l’ecologia come l’”economia della natura”. Negli anni trenta del Novecento altri studiosi come Volterra e Lotka avevano usato gli strumenti matematici per descrivere i mutamenti delle popolazioni viventi e la concorrenza fra specie che si dividevano lo stesso spazio e cibo e avevano riconosciuto che uno spazio fisicamente limitato — un lago, un prato, una foresta — poteva ospitare un numero limitato di organismi viventi, aveva cioè una capacità portante limitata per la vita vegetale e animale; superata tale carrying capacity gli organismi viventi sarebbero entrati in competizione — un termine mutuato dalle scienze economiche — per la conquista di spazio e acqua e cibo limitati.

La vita vegetale e animale — e naturalmente la vita di quegli animali speciali che sono gli esseri umani — poteva essere disturbata o alterata o compromessa dalla presenza nei corpi della natura, nell’aria, nelle acque, nel suolo, di sostanze tossiche. L’ecologia si occupava di tali interazioni che si rivelavano sempre più frequenti  e intense a mano a mano che la tecnica e la produzione industriale “liberavano” nell’ambiente rifiuti e scorie che entravano nei grandi cicli della vita. Poteva trattarsi del mercurio impiegato in alcuni processi chimici, del piombo addizionato alle benzine, dell’amianto usato come isolante, dei pesticidi organici clorurati persistenti  — o delle “nuove sostanze”, atomi radioattivi “artificiali”, che, dopo l’avvento dell’era atomica, dal 1940 in avanti, venivano liberati durante l’esplosione delle bombe nucleari nell’atmosfera (mille dal 1945 al 1960). Mentre gli studiosi della scienza ecologica, nei loro laboratori, studiavano questi effetti, una parte dapprima piccola, poi sempre più irruente, dell’opinione pubblica si interrogava sulle fonti dei nuovi pericoli per la vita e identificava tali fonti da una parte nella tecnica imprevidente e miope, dall’altra nell’avidità delle imprese che non esitavano a sfruttare nuove invenzioni e processi senza curarsi dei loro effetti vicini o remoti, le identificava, insomma, nell’”economia” e nelle sue regole.

Nel corso di pochi anni, dal 1965 al 1970, si sono moltiplicati gli scritti che spiegavano, in forma popolare, come l’ecologia fosse la scienza capace di riconoscere forme e cause e responsabilità delle azioni che compromettono la vita nella natura e nell’ambiente abitato dagli esseri umani. Quasi senza accorgersene i cultori di ecologia si sono visti coinvolti in una ondata di protesta popolare che, nel nome della loro silenziosa e rispettabile scienza, chiedevano pubblici controlli sulle industrie, una limitazione dello sfruttamento della natura, denunciavano la incompatibilità fra la capacità ricettiva della natura e dell’intero pianeta e le regole di una economia che imponeva l’aumento della produzione e del consumo delle merci nel nome dell’idolo rappresentato dalla continua crescita del Prodotto Interno Lordo di ciascun paese.

Il 1970 fu dichiarato anno europeo della Natura; il 21 aprile di quell’anno fu dichiarata “Giornata mondiale della Terra”; i governi del primo, del secondo e del terzo mondo scoprirono l’ecologia e le Nazioni Unite decisero di indire per la primavera del 1972 a Stoccolma una conferenza internazionale sul tema: “L’ambiente umano”.

Gli anni dal 1970 al 1973 sono stati caratterizzati da un fiorire di articoli, libri, dichiarazioni e “manifesti” che, nel nome della “vita” umana e non umana, chiedevano una revisione dei dogmi su cui era basata la società industriale del tempo. Alcuni di questi testi hanno avuto vasta diffusione e successo, come i libri di Barry Commoner, “Il cerchio da chiudere”, di Paul Ehrlich sull’esplosione della popolazione, del Club di Roma sui “limiti alla crescita”.

Certe azioni antropiche danneggiano il “prossimo” vicino” (l’inquinamento dell’aria urbana), il “prossimo” lontano nello spazio (effetti planetari dei pesticidi e della radioattività), e il “prossimo del futuro” (produzione di scorie che si libereranno dai depositi fra anni e secoli).

Nonostante la stizzosa risposta di alcuni economisti alle proposte di revisione e di limitazione della produzione e dei consumi che alterano l’ambiente e compromettono la vita, vi furono altri economisti, come Kenneth Boulding e Georgescu-Roegen, che scrissero altrettanto convincenti pagine su come l’economia avrebbe dovuto affrontare i nuovi problemi posti dalla scienza ecologica: la limitata capacità portante della Terra, l’esaurimento delle risorse naturali non rinnovabili il cui costo monetario sarebbe stato destinato ad aumentare, il costo monetario dell’inquinamento, per cui alcuni soggetti economici traggono profitto dal loro operare ecologicamente offensivo e altri, lontani nello spazio e anche nel futuro, devono e dovranno pagare dei costi monetari per la perdita di salute, per la perdita di risorse naturali essenziali come l’acqua, per frane e alluvioni.

Il dibattito dei primi anni settanta del Novecento poneva le società umane davanti a nuovi interrogativi; in seguito allo sfruttamento delle risorse naturali ci sarebbe stato pane ed energia per una popolazione in continuo aumento ? Davanti ai “vizi” della società capitalistica c’erano altri modelli di sviluppo economico diversi dalla crescita merceologica ? L’esperienza sovietica non mostrava le stesse trappole di sprechi e di offese alla natura riscontrate nei paesi capitalistici?

O forse occorreva risalire al pensiero dei padri del marxismo per trovare, come fecero i comunisti italiani in un celebre seminario del 1971, le radici della crisi ecologica e urbana e nuove proposte di diversi rapporti fra gli esseri umani e la natura, come suggerivano gli scritti giovanili di Marx o quelli di Engels sulla dialettica della natura?

Il prof. Cannata scrisse allora su questo dibattito, che coinvolgeva scienza ecologica ed economica, politica ed etica, il libro “Problemi di economia dell’ambiente”, ormai esaurito, in cui sono presenti tutti i temi che si riaffacciano ogni anno, da trent’anni, anche se l’operare economico quotidiano cerca di rimuoverli. Il libro si chiudeva con quel “Manifesto per un’economia umana” che riproduco in appendice.

In quella breve primavera dell’ecologia alcuni economisti più laici, fra quelli non direttamente coinvolti nella “contestazione” ecologica, scoprirono (e meritano di essere riletti i lavori della XIV conferenza nazionale della Società Italiana degli economisti”, del novembre 1973, sul tema proprio “Economia e ecologia”), che il tema della scarsità delle risorse non solo era quello centrale dell’economia, ma era stato affrontato fin dagli inizi del 1800, che le analogie fra economia e biologia erano state presenti nel pensiero di Marshall e di tanti altri come lui. E del resto le crisi del mercato di tante merci, dall’acciaio, all’automobile, ai computer, alla telefonia mobile, sono segni che anche le popolazioni di merci occupano un mercato con le stesse leggi con cui una popolazione animale occupa un territorio di dimensioni limitate, avendo il mercato anch’esso una capacità ricettiva limitata, raggiunta la quale le merci non si vendono più e gli imprenditori che contavano su vendite illimitate cadono nella trappola della loro imprevidenza.

La Conferenza di Stoccolma del 1972 chiuse i suoi lavori con un importante documento in cui si invitavano i governi della Terra a emanare leggi contro l’inquinamento dell’aria e delle acque, per la limitazione dell’uso di sostanze tossiche, per una cessazione della minaccia delle armi nucleari, per la difesa del suolo contro l’erosione e per la protezione dei grandi polmoni verdi del pianeta, le foreste tropicali.

Le dichiarazione di quella conferenza, ormai documenti rarissimi e conservati in pochi archivi, e le testimonianze del dibattito ecologico fra scienziati dell’ecologia e dell’economia meriterebbero di essere oggetto di una bella tesi di laurea la cui lettura potrebbe essere illuminante anche in questi tempi turbolenti.

Gli eventi della fine del 1972 sembrarono offrire una conferma, direi sperimentale, delle crisi delle risorse naturale; il nuovo movimento di protesta contro lo sfruttamento, da parte delle multinazionali, delle risorse naturali scarse —- il petrolio nei paesi arabi, il cromo e il tungsteno nell’Africa centrale, il rame in Cile, eccetera — ha portato molti governi a chiedere prezzi più equi per le materie fino allora pagate pochissimo e destinate ad esaurirsi; ha portato la proposta di un invito a rivedere i modelli di consumi che avevano caratterizzato gli anni sessanta del secolo scorso. Molti ricorderanno la “crisi petrolifera” della metà degli anni settanta e le sue conseguenze.

Qualcuno pensò, in quegli anni, a cercare una soluzione alla crisi in un progetto di “austerità“, inteso come revisione delle tendenze dell’economia mondiale, come proposta per una più equa distribuzione dei beni della natura fra popoli ricchi e popoli poveri, a cercare un più razionale uso delle risorse rinnovabili, tutte derivate dal Sole, delle ricchezze offerte dall’agricoltura e dalla natura. Perfino il presidente americano Carter, non certo dotato di spirito profetico, commissionò uno studio intitolato “Global 2000″, pubblicato nel 1980, sulle prospettive di un nuovo uso planetario delle risorse sotto i vincoli della loro scarsità fisica.

Ma la speranza di cambiamento durò poco sia sul piano politico militare — le guerre fra Iran e Irak, le guerre fra India e Pakistan e quelle che si sono svolte intorno alle risorse minerarie africane — sia su quello intellettuale. Anzi si mise in moto un processo di revisionismo ecologico che ebbe i suoi interpreti in intellettuali di grande ascolto come Julian Simon e Herman Kahn. Il loro libro “Resourceful Earth” sosteneva che non esiste scarsità di risorse sulla Terra, che nuove soluzioni tecniche, e soprattutto le virtù del libero mercato, avrebbero consentito un’economia in espansione, e che era ora di smetterla con le ubbie ecologiste, con le proposte di porre dei limiti alla crescita economica e delle merci; era tempo di avviare una grande ondata di ideologia del successo e dei consumi — quella che avrebbe caratterizzato i ruggenti anni ottanta.

Quelli che avrebbero visto la crisi del comunismo, il trionfo del mercato, la diffusione globale degli ideali di consumo; tutti gli abitanti del globo essendo uniti dalla frenesia si possedere più cose, di estrarre risorse dalla natura, di buttarsi alle spalle le preoccupazioni per i segni di alterazione ambientale globale.

I quali segni pure apparivano chiari sotto forma di incidenti industriali — quello di Chernobyl del 1986 mise in evidenza la fragilità della pur “perfettissima” tecnologia nucleare — nuovi segni di mutamenti climatici apparivano come conseguenza dell’immissione nell’atmosfera di gas generati dalle attività umane; frane e alluvioni e avanzata dei deserti e isterilimento delle terre fertili erano i segnali di un intensivo sfruttamento del suolo, della distruzione del verde e delle foreste; la maggiore mobilità delle popolazioni comportava nel Nord del mondo la crescente congestione delle città, la cui capacità ricettiva veniva compromessa dall’afflusso di nuove masse di abitanti; nel Sud del mondo si espandevano le megalopoli, aggregati di quartieri opulenti al fianco di sterminate estensioni di baracche in cui albergavano la miseria, le epidemie, le malattie, la mancanza di servizi igienici — magari dotate di televisori e antenne satellitari che portavano ai più poveri della Terra l’illusione di una felicità merceologica offerta dai ricchi del mondo, a condizione che i poveri si prestassero a vendere a basso prezzo territorio, risorse e lavoro. La popolazione terrestre, sia pure con un tasso di crescita rallentato, ancora in questo inizio del XXI secolo, ormai di 6100 milioni di abitanti, continua ad aumentare di circa 70 milioni di persone all’anno, mentre nei paesi industriali aumenta il numero di anziani con bisogni del tutto nuovi rispetto al passato.

Il decennio degli anni ottanta del Novecento si chiuse con la pubblicazione, nel 1988, di un celebre libro, intitolato “Il futuro di noi tutti”, più noto come rapporto Brundtland, che indicava la soluzione delle crisi ambientali nella realizzazione di uno “sviluppo sostenibile”, definito come uno sviluppo, o una crescita economica ?, capace di soddisfare i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la disponibilità di beni naturali in quantità tale da assicurare un simile sviluppo alle generazioni future (“Development that meets the needs of the present, without compromising the ability of future generations to meet their own needs“).

Una proposta curiosa perché non sembra facile soddisfare i bisogni dell’attuale popolazione terrestre senza estrarre dalla natura crescenti masse di beni materiali, e senza immettere nei corpi naturali, beni collettivi, commons planetari, crescenti quantità di scorie che lasciano, alle generazioni future — in continuo aumento numerico — meno possibilità di soddisfare i loro bisogni umani.

La proposta, la speranza — fisicamente infondata — che si possano impoverire oggi le risorse del pianeta e lasciare decenti risorse alle generazioni future (To eat the pie and have it too) è tuttavia piaciuta un po’ a tutti; ai movimenti ambientalisti che hanno creduto di riconoscere in essa il doveroso riconoscimento della saggezza delle loro proposte, a governanti e imprese che hanno riconosciuto che potevano andare avanti tranquillamente nei loro programmi di uso del territorio e di produzione di merci.

Si sarebbe potuto continuare nella crescita economica producendo e vendendo più automobili, purché diminuisse un poco il consumo di benzine per chilometro; si sarebbe potuto produrre più carta o metalli o plastica a condizione di migliorare un poco il loro riciclo dopo l’uso. Questo ideale ha trovato una sanzione ufficiale nella Conferenza delle Nazioni unite, tenutasi a venti anni da quella di Stoccolma sull’ambiente umano, nel 1992 a Rio de Janeiro col titolo: “Ambiente e sviluppo”.

Rispetto alla precedente conferenza, in cui i paesi del mondo erano stati invitati a pensare al proprio futuro in modo da garantire che l’ambiente naturale soddisfacesse i bisogni umani, fondamentali, di tutti, la Conferenza di Rio riconosceva che l’ambiente era importante, ma a condizione che non intralciasse la crescita economica, sostenibile, se si vuole — qualunque cosa questa parola significhi — ma crescita ed espansione di produzione, di consumi, di affari.

Il “vertice” di Rio si è chiuso con grande rumore ma pochi fatti concreti. Già dieci anni fa era chiaro che i mutamenti climatici sono dovuti all’immissione nell’atmosfera di gas — fra questi l’anidride carbonica, gli ossidi di azoto, il metano — in gran parte di origine antropica, che alterano il flusso di energia in entrata e in uscita dal pianeta e provocano intense piogge in alcune zone, siccità e avanzata di deserti in altre, alterazione dei ghiacciai di quei grandi magazzini di acqua solida che la natura ha predisposto per assicurare un regolare flusso di acqua ai fiumi. A tali alterazione contribuisce la graduale diminuzione delle foreste, soprattutto tropicali, che la natura ha predisposto come regolatori del flusso di gas dell’atmosfera e del flusso delle acque; anche in questo caso le foreste sono distrutte per ricavarne legnami, per estrarre i minerali che esse nascondono nel sottosuolo, per creare nuovi spazi agricoli per le colture “economiche”, semi oleosi, mangimi, cereali, pascoli per allevamenti, eccetera, merci sempre più avidamente richiesti dalle opulente società dell’hamburger. Gli equilibri ecologici, d’altra parte, sono compromessi dal fatto che le coltivazioni agricole e la zootecnia “economiche” impoveriscono la varietà di specie vegetali ed animali. Ed ecco che nascono nuove imprese multinazionali che vendono varietà e specie ottenute dalla modificazione genetica delle specie naturali sopravvissute, mentre vanno perdute altre ricchezze genetiche esistenti specialmente nel Sud del mondo.

Tutte le promesse salvifiche del vertice della Terra di Rio del 1992 sono venute meno. Sono falliti i tentativi di accordi per l’attuazione degli impegni presi in tale conferenza; nessuno ha voglia nel nome di evitare disastri ambientali alle generazioni future, di limitare i consumi di combustibili fossili da cui dipende l’espansione della produzione e dei consumi di merci, alimenti, macchinari, metalli, strumenti di telecomunicazione. Qualche tentativo di accordi, cercati nella successiva conferenza di Kyoto del 1997 per rallentare i cambiamenti climatici, sono finora falliti persino nelle proposte di accordi monetari per commerciare il diritto di inquinare. Altro che sviluppo sostenibile !

Ciascuna di queste azioni non ha fatto, in dieci anni, passi avanti perché comporta intralci nella crescita economica, sia nel Nord del mondo, sia nel Sud del mondo. Anzi, la scomparsa dei paesi socialisti, la diffusione dei mezzi di comunicazione, hanno consentito di diffondere le stesse regole economiche, ecologicamente devastanti, su scala globale.

Eppure nell’apparente trionfo economico generale appaiono i sintomi di malattie che affliggono, sia pure in forma diversa, i paesi ricchi e quelli poveri. I paesi ricchi, ormai circa duemila milioni di persone, sono malati per la violenza, per la necessità di difendersi dalle immigrazioni, per l’insoddisfazione, l’isolamento degli anziani, l’inquinamento, la congestione urbana, l’insicurezza. I paesi poveri, oltre quattromila milioni di persone, sono malati per mancanza di cibo, di abitazioni decenti, per mancanza di servizi igienici e di acqua, per povertà di informazioni, per la diffusione di malattie e epidemie, per la violenza fra le diverse classi interne, per l’insicurezza rispetto ai vicini, per conflitti religiosi e tribali, per la contesa di spazi fisicamente limitati.

A ben guardare le radici di queste malattie stanno nella violazione delle leggi della natura, ecologiche nel vero senso della parola; la congestione urbana è una delle forme in cui si manifesta il superamento della capacità portante degli spazi, delle città. Le frane e le alluvioni derivano dall’incapacità di pianificare, al di fuori del profitto dei proprietari dei suoli, gli insediamenti dei quartieri, degli spazi ricreativi, delle fabbriche.

Le malattie fisiche derivano dall’uso irrazionale delle acque, dall’inquinamento, dall’incapacità scientifica di attenuare le fonti di contaminazione della natura; derivano dall’uso eccessivo delle merci e di merci sbagliate, combustibili inquinanti, pesticidi che alterano i cicli della natura, sfruttamento delle foreste e delle miniere.

E ancora una volta sono la scienza e la ricerca che suggeriscono il carattere ecologico globale, ma quanto diverso dalla globalizzazione commerciale, delle risorse e dei rapporti fra esseri umani e la natura: le malattie dei ricchi e quelle dei poveri possono essere curate con una sola ricetta ispirata alla solidarietà e alle interrelazioni che la natura mostra e impone in tutte le sue forme.

Ed ecco che un medico che volesse curare tali malattie ha bisogno degli strumenti scientifici e culturali delle scienze della natura, di quelle economiche e delle risorse della tecnica. Da qui la grande importanza di parlare di questi problemi nell’ambito delle settimane della cultura scientifica e tecnologica.

Purtroppo il mondo è pieno di scienziati che ridicolizzano come antiscientifiche le domande di nuovi valori nella vita economica e sociale. L’economia è piena di studiosi che teorizzano i successi illimitati dei commerci globali, anche quando assistono al crollo di imprese avventurose come tante della cosiddetta new economy, alla drammatica perdita di milioni di posti di lavoro, quando alla domanda di lavoro che viene dal Sud del mondo, suggeriscono al Nord del mondo di chiudersi dentro improponibili frontiere politiche. Al più la scienza economica è capace di proporre nuovi indicatori del benessere, peraltro sempre dominati dagli indicatori monetari; o di suggerire ingegnosi strumenti fiscali come le imposte sulle emissioni inquinanti o il commercio dei diritti ad inquinare. La tecnica è capace di inventare sempre nuovi aggeggi, ma è incapace di dare una risposta, tecnica appunto, ai bisogni degli abitanti del Sud del mondo, ai bisogni delle fasce deboli della società, gli anziani, i bambini, le donne, all’eliminazione delle armi di distruzione di massa. Il gigantismo ingegneristico è accompagnato da una crescente fragilità dei vari ecosistemi artificiali.

In questa atmosfera di conflitti la comunità internazionale si avvia alla terza conferenza “ecologica” delle Nazioni unite, questa volta a Johannesburg, alla fine del prossimo agosto. Il tema è “Sviluppo sostenibile”. Rispetto alle due precedenti conferenza è scomparsa l’attenzione per i rapporti fra l’ambiente e gli esseri umani; è scomparsa perfino la parola ambiente e resta soltanto, come oggetto di discussione, l’ideologia della crescita economica, sia pure mascherata dall’aggettivo “sostenibile” di cui ho già accennato la inconsistenza.

La  nuova conferenza, già accompagnata da grandi strombazzamenti pubblicitari, con migliaia di esperti e governanti e funzionari che si preparano a partire per il Sud Africa per sostenere i propri interessi, potrebbe offrire una occasione per chiedersi che cosa significa “sviluppo”. Crescita come “Growth”, sviluppo come “Development”, vanno forse rianalizzati dalle radici chiedendosi quale è la vera strada per il “progresso” umano. Mi vengono, a questo proposito, alla mente le parole della “Populorum progressio” di Paolo VI, un testo vecchio di 35 anni ma, a mio parere, ancora attualissimo: “non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi aptior ad habitandum“; “economia e tecnica non hanno senso che in rapporto all’uomo ch’esse devono servire”.

Le condizioni attuali potrebbero suggerire scoraggiamento, ma io vorrei garantirvi che proprio una migliore conoscenza del mondo, una migliore comprensione dei rapporti “economici” fra gli esseri umani e degli esseri umani con le risorse della Terra, e una più lungimirante capacità di usare le risorse dell’ingegno per risolvere problemi umani, possono salvarci, possono curare le malattie dei ricchi e quelle dei poveri.

A condizione che queste virtù umane siano ispirate da una forte motivazione etica, dalla consapevolezza che tutte le forme della vita sono interrelate in forma planetaria, globale — ma quanto diversa dalla globalizzazione commerciale ! — che apparteniamo ad una sola casa, quella “navicella spaziale Terra” da cui solo possiamo trarre i beni occorrenti per la vita e nella quale soltanto possiamo immettere le scorie del nostro operare, nella quale possiamo vivere e sopravvivere e continuare a vivere soltanto se guidati da solidarietà, dalla ferma  volontà di curare le malattie della miseria e dell’arretratezza, se guidati da una coraggiosa capacità di guardare al futuro.

In questo modo scienza, ricerca, economia e tecnica possono aiutare a riconoscere nuovi diritti, nuove scale di valori basati più sui caratteri fisici e naturali che sul denaro, a comprendere meglio i grandi flussi di materia ed energia che attraversano gli ecosistemi naturali e quelli antropizzati, operazioni nelle quali senza dubbio le Università hanno un ruolo irrinunciabile.

In questo modo, e solo così, scienza e tecnica possono aiutare a riconoscere come è possibile rendere la Terra più umana da abitare.

 

 Appendice: “Manifesto per un’economia umana”

Nell’ottobre 1973, a Nyach, nello stato di New York, Nicholas Georgescu-Roegen, Kenneth  Boulding e Herman Daly redassero un “Manifesto per un’economia umana” che fu firmato da oltre 200 economisti  fra cui Kenneth Arrow, Robert Heilbroner, Ernst Schumacher, David  Pearce, Ignacy Sachs, Bertrand de Jouvenel.

La  proposta era partita dall’associazione internazionale “Dai Dong”, un nome che corrisponde ad un antico concetto cinese di un mondo “in cui la famiglia di ciascun uomo non è soltanto la sua  famiglia, i figli di ciascun uomo non sono soltanto i suoi  figli, ma tutto il mondo è la sua famiglia, tutti i bambini sono suoi figli”.

Il “manifesto” fu presentato alla riunione annuale del dicembre1973 dell’American Economic Association  (American Economic Review, 64, (2), p. 447 e 449-450 (maggio 1974); anche in Hugh Nash (editor), “Progress as if survival mattered”, San Francisco, Friends of the Earth, 1977, p. 182-183);  la traduzione italiana fu fatta circolare nel novembre 1973 nel corso della XIV riunione annuale della Società Italiana degli Economisti, a Roma, e, firmata da Gianni Cannata, Pietro Dohrn, Giorgio Nebbia, e alcuni altri, fu pubblicata in: G. Cannata (a cura di) “Saggi  di  economia  dell’ambiente”, Milano, Giuffrè, 1974, p. 239-244; fu ristampata in Economia e Ambiente, 2, (1/2), 70-74 (gennaio-giugno 1983) e in N. Nicholas Georgescu-Roegen, “Energia e miti economici”, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 207-210, e fu distribuita in occasione del seminario “Oltre l’economia”, organizzato il 7-8 ottobre 1997 dal Comitato permanente di solidarietà di Arezzo.

Verso un’economia umana

 Nel  corso  della  sua evoluzione la casa comune, il pianeta Terra, si avvicina  ad  una  crisi  dal   cui superamento dipende la sopravvivenza dell’uomo, crisi la cui portata appare  esaminando l’aumento della popolazione,  l’incontrollata crescita industriale e il deterioramento ambientale con le conseguenti minacce di carestie, di guerra e di un collasso biologico.

L’attuale tendenza nell’evoluzione del pianeta non dipende soltanto da leggi inesorabili della natura, ma è una conseguenza delle deliberate azioni esercitate dall’uomo sulla natura stessa. L’uomo ha deciso, nel corso della storia, il suo destino attraverso decisioni di cui è responsabile; ha cambiato il corso del suo destino con altre deliberate decisioni, attuate con  la sua volontà. A questo punto deve cominciare ad elaborare una nuova visione del mondo.

Come economisti abbiamo il compito di descrivere e analizzare i processi economici così come li osserviamo nella realtà. Peraltro nel corso degli ultimi due secoli gli economisti sono stati portati sempre più spesso non solo a misurare, analizzare e teorizzare la realtà economica, ma anche a consigliare, pianificare e prendere parte attiva nelle decisioni politiche: il potere e quindi la responsabilità degli economisti sono perciò diventati grandissimi.

Nel passato la produzione di merci è stata considerata un fatto positivo e solo di recente sono apparsi evidenti i costi che essa comporta. La produzione sottrae  materie  prime ed energia  dalle loro riserve naturali di dimensioni finite; i rifiuti dei processi invadono il nostro ecosistema, la cui  capacità di ricevere e assimilare tali rifiuti è anch’essa finita.

La crescita ha rappresentato finora per gli economisti l’indice con cui misurare il benessere nazionale e sociale, ma ora appare che l’aumento dell’industrializzazione in zone già congestionate può continuare soltanto per poco: l’attuale aumento della produzione compromette la possibilità di produrre in futuro e ha luogo a spese dell’ambiente naturale che è delicato e sempre più in pericolo.

La costatazione che il sistema in cui viviamo ha dimensioni finite e che i consumi di energia  comportano costi  crescenti  impone delle  decisioni  morali  nelle varie fasi del processo economico, nella pianificazione, nello sviluppo e nella produzione.

Che fare ? Quali sono gli effettivi  costi, a lungo termine, della produzione di merci e chi finirà per pagarli ? Che cosa e’ veramente nell’interesse non solo attuale dell’uomo, ma nell’interesse  dell’uomo come specie vivente destinata a continuare ? La chiara formulazione, secondo il punto di vista dell’economista, delle alternative possibili è un compito non soltanto analitico, ma etico e gli economisti devono accettare le implicazioni etiche del loro lavoro.

Noi invitiamo i colleghi economisti ad assumere un  loro ruolo nella gestione del nostro pianeta e ad unirsi, per assicurare  la  sopravvivenza umana, agli  sforzi  degli altri scienziati e pianificatori, anzi di tutte le donne e gli uomini che operano in qualsiasi campo del pensiero e  del  lavoro. La scienza  dell’economia, come altri settori di indagine che si propongono la  precisione e l’obiettività, ha avuto la tendenza, nell’ultimo secolo, ad isolarsi gradualmente dagli altri campi,  ma oggi non è più possibile che gli economisti lavorino isolati con qualche speranza di successo.

Dobbiamo inventare una nuova economia il cui scopo sia la gestione delle risorse e il controllo razionale del progresso e delle applicazioni della tecnica, per servire i reali bisogni umani, invece che l’aumento dei profitti o del prestigio nazionale o le crudeltà della guerra. Dobbiamo elaborare una economia  della sopravvivenza,   anzi  della  speranza,  la  teoria   di un’economia globale basata sulla giustizia, che consenta l’equa  distribuzione delle ricchezze della Terra fra  i suoi abitanti, attuali e futuri.

E’  ormai evidente che non possiamo piu’ considerare  le economia nazionali come separate, isolate dal più vasto sistema  globale.  Come economisti, oltre a  misurare  e descrivere  le  complesse interrelazioni  fra  grandezze economiche, possiamo indicare delle nuove priorità che superino gli stretti  interessi delle sovranità nazionali e che servano invece gli interessi della comunità mondiale. Dobbiamo sostituire all’ideale della crescita, che è servito come surrogato  della giusta distribuzione del benessere, una visione più umana in cui produzione e consumo siano subordinati ai fini della sopravvivenza e della giustizia.

Attualmente una minoranza della popolazione della  Terra dispone della maggior parte delle risorse naturali e della produzione mondiale. Le economie industriali devono collaborare con le economie in via di sviluppo per correggere gli squilibri rinunciando alla concorrenza ideologica o imperialista e allo sfruttamento dei popoli che dicono di voler aiutare. Per realizzare  una giusta distribuzione del  benessere  nel mondo, i popoli dei  paesi industrializzati devono abbandonare quello che oggi sembra un diritto irrinunciabile, cioè l’uso incontrollato delle risorse naturali, e noi economisti abbiamo la responsabilità di orientare i valori umani verso questo fine. Le situazioni storiche o geografiche non  possono essere più invocate come giustificazione dell’ingiustizia.

Gli economisti hanno quindi di fronte un compito nuovo e difficile. Molti guardano alle attuali  tendenze di aumento della  popolazione, di impoverimento delle risorse  naturali, di aumento delle tensioni sociali, e si scoraggiano. Noi dobbiamo rifiutare questa  posizione e  abbiamo  l’obbligo morale di elaborare una nuova visione del mondo, di tracciare la strada verso la sopravvivenza anche se il territorio da attraversare è pieno di trappole e di ostacoli.

Attualmente l’uomo possiede le risorse economiche e tecnologiche non solo per salvare se stesso  per il futuro, ma anche per realizzare, per se e per tutti i suoi discendenti, un mondo in cui sia possibile  vivere con dignità, speranza e benessere. Per ottenere questo scopo deve però prendere delle decisioni e subito. Noi invitiamo i nostri colleghi economisti a collaborare perché lo sviluppo corrisponda ai reali bisogni dell’uomo: saremo forse divisi nei  particolari del metodo  da seguire e delle politiche da adottare, ma dobbiamo essere uniti nel desiderio di raggiungere l’obiettivo della sopravvivenza e della giustizia.